“In fieri” (di Paola D’Angelo)

da “In fieri” di Paola D’Angelo – capitolo 1, prima parte

“Deve esserci stato un silenzio immenso intorno a te, il silenzio che sente solo chi non è più interessato ad ascoltare. Quando le azioni diventano repliche di una recita desolante e le parole suoni senza senso, allora davanti agli occhi cominciano a scorrere le immagini, come in un film muto, mentre il silenzio vince su tutto, spegne ogni cosa…

…Poi entra dentro e scava lunghissime gallerie, corrode la mente. Alla fine cos’altro c’era in te? Cos’eri diventato? Forse non eri nient’altro che silenzio.” Da quattro anni Vittoria era inchiodata a questo pensiero: “Stefano, ti ho mai conosciuto davvero?”. Pensava a lui sveglia di notte, tra brevi pause di sonno, e poi di giorno, intenta in una qualsiasi cosa. Lo vedeva presente, accanto a lei, mentre la guardava senza espressione, come se non fosse più l’uomo sorridente e comprensivo che aveva sposato.

Non era il sognatore di cui si era innamorata. Era solo un silenzioso sconosciuto che la fissava. Giorno dopo giorno, Vittoria sentiva che il silenzio e il vuoto si impossessavano anche di lei. Era abitata da una sola feroce certezza: non poter porre domande. Sarebbe riuscita mai a liberarsi da quel “perché?”. “Hai individuato con cura il luogo. Cosa pensa un uomo che vuole morire? Come sceglie di farlo? Perché un ponte della Salerno – Reggio Calabria è preferibile a una corda, al gas di scarico di un’automobile, a una pallottola? Tu hai scelto un ponte di autostrada per ucciderti.

Devi essere arrivato sul posto che era già buio. In auto ti sei sfilato gli indumenti, gli inquirenti li hanno trovati ripiegati all’interno dell’abitacolo. C’erano anche le scarpe e gli slip. Nessun automobilista di passaggio ha fatto caso all’auto ferma su una piazzola di emergenza.

Su un’autostrada la solitudine si può avvertire sconfinata, forse per questo hai scelto quel ponte. In un momento in cui il buio non era attraversato da fari, sei uscito dall’auto. Chissà quante volte hai immaginato la scena! Esaminato ogni dettaglio! Hai scavalcato il guard rail, completamente nudo.

Non avrebbe avuto senso portare qualcosa con te. In bilico sullo strapiombo di centinaia di metri, immerso nel silenzio, forse hai allargato le braccia in fuori, come le ali di un angelo, forse il vento ha cercato di trattenerti con il suo gelido abbraccio. Tu invece non potevi più aspettare, hai sporto in avanti il mento e hai guardato dritto negli occhi il mistero. Buio, silenzio e tu che voli giù, finalmente libero dal linciaggio che ti ha condotto a quel volo, mentre io preparo la cena senza alcun sospetto della tragedia che sta spazzando via le nostre vite. In quel momento anzi provo un senso di euforia, di infantile felicità per la sorpresa che ti ho organizzato: i biglietti per Lisbona, il viaggio che desideravamo regalarci da anni.

Preparo la cena e non so che sei infelice o forse non sei più neanche infelice, sei già nulla. Penso al viaggio che ci attende e non so che nessun viaggio può bastare a riportarti in vita. Eri già morto quando ti sei lanciato. Hai pensato a me? Ai ragazzi? No che non l’hai fatto! Ci hai lasciati senza una parola… un motivo plausibile… nel modo peggiore. Non sapevi più che fartene di noi! Però hai condannata me a vivere…. per loro”. Vittoria spalancò gli occhi e li affondò nel buio della camera.

Aveva sbagliato ancora una volta: cercare di ricostruire gli estremi istanti di vita del marito era una frustrazione inutile. Si voltò nello spazio immenso del letto nuziale. Aveva da tempo pianto tutte le sue lacrime. Le restavano i suoi 42 anni da donna sola e le giornate da riempire di cose da fare. “Ero convinta che rimanendo uniti non ci sarebbe capitato mai nulla. Invece proprio tu ci hai tradito. E io che credevo di conoscerti meglio di me stessa…”.

Si voltò a guardare il display della radiosveglia: 00.34 – 17/3/11. La maschera di serenità che di giorno indossava per Francesca e Angelo, di notte si sgretolava e allora dilagava l’angoscia. Le tornavano spesso in mente i primi momenti dopo l’accaduto, quando per la vergogna aveva raccontato una pietosa bugia: Stefano aveva scoperto di avere un male incurabile, si era tolto la vita per liberare gli altri dallo strazio di assistere alla sua agonia.

Tutti le avevano creduto o avevano finto di crederle, dato che le indagini di polizia non si erano espresse su nessuna ipotesi plausibile. Si rigirò ancora su se stessa, era certa che per quella notte sarebbe stato inutile cercare di dormire. Sudava, il letto sembrava ardente, sebbene la stanza fosse fresca. Da qualche mese non piangeva più, però il suo corpo al buio continuava a lacrimare, come per ricordarle che era viva.

Strinse le mani intorno alle sbarre di ottone della testata del letto, serrando gli occhi: rivide se stessa tornare al lavoro di assistente sociale, due settimane dopo la morte di Stefano. Si era lanciata nelle attività del centro per disabili, voleva alleviare i macigni dei suoi pensieri. Come aveva potuto non accorgersi della disabilità di suo marito…. a vivere!

da “In fieri” di Paola D’Angelo – capitolo 1, seconda parte

…Si mise a sedere nel letto, meravigliandosi del sudore che le incollava il pigiama alla schiena. Le capitava spesso di stupirsi di avere un corpo che provava sensazioni, anche banali, di piacere o dolore…

Stefano conosceva bene il corpo, da medico chirurgo. E l’animo? Cosa ne sapeva dell’animo? Viva davanti agli occhi apparve una scena abituale: lui che rientrava a casa col volto segnato dalla stanchezza, attenuata dal suo rassicurante sorriso. Si accomodava sulla poltrona dello studio, non sempre per leggere. A volte non faceva nulla, se non fissare i libri. Decise di alzarsi, restare a letto era diventato un tormento.

Il desiderio di Stefano era fortissimo e la spinse ad andare tra quelle centinaia di libri di ogni genere che occupavano completamente le mensole di un’ampia libreria, disposta su tre lati del suo studio. Intuiva il motivo per cui lui non sempre leggeva, ma amava anche starsene seduto in poltrona, con un’espressione a tratti estasiata, a tratti turbata, come chi protende l’orecchio ad ascoltare un dialogo tra persone lontane. “Da questi libri ti giungevano lacrime, risate, sussurri, paure: vita e morte perennemente unite”.

Una sezione della libreria era dedicata a testi di poesia. Vittoria si fermò a fissarli, erano tanti e tutti insieme facevano un bellissimo effetto. “La tua passione pura ed enigmatica… Quanti ne hai letti, anche con me!” – a questo pensiero un leggero sorriso le rischiarò il volto. “Ridevi sempre un po’ quando mi mostravi i tuoi versi, ma non mi hai mai detto perché. Era per la mia faccia stupita ad ascoltare la musicalità delle parole? Ne parlavamo di sera, il mondo chiuso fuori e noi a vivere l’amore”.

Momenti di felicità, lontanissimi dal buio del suo animo spento…. una lampadina fulminata. Cominciò ad accarezzare con la punta delle dita i libri di poesia, poi ne scelse uno a caso e si accomodò sulla poltrona di suo marito. Era una raccolta di liriche del poeta portoghese Josè Saramago, lei non l’aveva mai letta. Mentre scorreva l’indice, vide che sulla pagina accanto c’era una frase trascritta a mano. La grafia era nitida, elegante, ma con caratteri molto piccoli: era quella di Stefano.

“Perché la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare”. Antonia Pozzi “Nella celeste vastità del mare”, rilesse con espressione turbata. Continuò a sfogliare le pagine della raccolta, sperando di scoprire qualche altro appunto di Stefano, e infatti lo trovò.

“Antonia, sei uno spirito puro, immenso, in te vibra l’amore e il dolore dell’universo, la tua capacità di comprendere mi sgomenta, la forza della tua espressività mi annienta. Hai tanto amato nella tua breve vita, la cultura, la natura, il tuo uomo a cui ti hanno strappata. Ma tu non ce l’hai fatta a sopportare la finzione del vivere, a vivere da morta, e ti sei uccisa. Ti ammiro per questo, donna coraggiosa e sensibile; da sola hai preferito la morte a una vita invivibile.

Io non sono come te, tu eri libera nella tua coscienza, la mia vita invece è una gabbia dorata. Non sono nemmeno libero di scegliere se vivere o morire. Ma forse nessuno è insostituibile, non devo rammaricarmi troppo , non…”. “Chi è Antonia Pozzi?” – la domanda esplose nella sua testa, provocandole una scossa violenta in tutto il corpo. Il libro le sfilò dalle mani e cadde a terra. Lei dovette aggrapparsi al bracciolo della poltrona. La forte emozione provocata da quella scoperta le fece provare un improvviso senso di vertigine.

La frase si interrompeva, anzi sembrava dissolversi su quel “non”, una negazione, quasi a sancire l’impossibilità di comprendere il mistero che avvolgeva la morte di Stefano. “Chi è?? Tu non me ne hai mai parlato!”- si chiese quasi in un lamento. Un piccolo tassello della memoria si ricompose. Anche se aveva analizzato migliaia di volte il periodo di tempo precedente al volo dal ponte, solo ora ricordava un dettaglio: Stefano negli ultimi mesi non l’aveva più invitata a leggere insieme a lui di sera.

“C’erano i figli, il lavoro, il volontariato, chiunque mi chiedesse un aiuto, una parola. Ne avevo per tutti… perché tu eri forte, eri sereno, amato…La sera ero sfinita, desideravo solo staccare la spina. Forse vedendomi sempre stanca, non mi hai cercata più, e a me non è poi dispiaciuto. Forse, inconsciamente, ho anche dato importanza al cambiamento. Mah!…Era già iniziato il processo che ha portato ad ucciderti? Se c’è stato un processo….!

Forse un suicida ha questo evento stampato nel DNA, nasce con questa vocazione e nulla può fermarlo.… Ma come hai potuto scrivere: “La mia vita è una gabbia dorata. Non sono nemmeno libero di scegliere se vivere o morire…”. Una gabbia dorata… Chi ti teneva in gabbia? Io non l’ho mai fatto! Allora cosa? Perché non me ne hai parlato?”. L’emozione per la scoperta si era trasformata in rabbia. “Basta! Basta pensare a te e torturarmi! Se c’è un senso io non riesco a capirlo. Devo rassegnarmi, perché sto impazzendo!”.

Si fece forza sulle braccia per alzarsi dalla poltrona, guardò il libro che, scivolato sul pavimento, si era richiuso, e le sembrò che la faccia di Saramago le sorridesse beffarda dalla copertina. Prima di tornare a letto però prese due pillole di sonnifero, voleva piombare in un buio senza riferimenti spazio-temporali, non pensare più per almeno sei ore…

da “In fieri” di Paola D’Angelo – capitolo 2

l mattino il tempo prometteva pioggia, nuvole pesanti si affollavano basse nel cielo. Vittoria se ne stava in cucina dietro ai vetri della finestra, la tazza di caffè fumante in mano, la mente affollata di pensieri, come il cielo di nuvole…

…“Chissà se i ragazzi hanno preso un ombrello? Rossella mi ha chiesto qualcosa….era per un paziente…. Antonia Pozzi…. La celeste vastità del mare… Quanti anni aveva quando è morta?….Dove sei, Stefano?…. Sono in ritardo!”.

L’ istante prima che voltasse le spalle alla finestra un’immagine attraversò il suo campo visivo: un uomo sui 40 anni, in un elegante completo blu chiaro, uscì da uno dei portoni del complesso residenziale situato di fronte alla sua palazzina, separato da un viale alberato. L’uomo si fermò incerto, alzando lo sguardo, probabilmente per decifrare il tempo. A Vittoria parve una figura nota. Forse una sera in cui ritornava a casa a piedi con Rossella, quell’uomo distinto aveva salutato la sua amica. Rossella conosceva tanta di quella gente… Strano come la mente trattenga particolari insignificanti. Sarà l’istinto di sopravvivenza che ci fa allentare la tensione dai pensieri dominanti….

Si era fatto tardi, posò la tazza nel lavello e uscì subito di casa.

L’uomo che Vittoria aveva visto svoltò l’angolo del palazzo da cui era uscito e raggiunse rapidamente il suo box privato. Nella destra la valigetta ventiquattrore, sul volto un’espressione di apprensione.

Lisci capelli biondo cenere dal taglio curato, viso ben rasato, naso pronunciato, occhi verdi ombreggiati da ciglia di un tono più scuro dei capelli, corpo appena un po’ appesantito, di statura media. Era evidente che avesse superato di poco la quarantina, ma conservava un’aria da bravo ragazzo. Solo lo sguardo strideva con il resto del volto: una lama affilata.

“Io me l’aspettavo e l’avevo pure detto ai colleghi che con la crisi avrebbero iniziato a licenziare i dipendenti meno produttivi. Ma figurati se qualcuno ti prende sul serio! In teoria non dovrei preoccuparmene. Sono15 anni che mi classifico tra i primi per produttività!” – pensò, mentre azionava il telecomando di apertura del box.

“Maledetto incidente!! Due mesi per riprendermi dall’intervento e poi… sfido chiunque a mantenere una resa elevata in queste condizioni. Invece no! Ci si mette la competizione dei colleghi. Iene! Subito ad accanirsi sull’individuo del branco che puzza di morte”.

Gli ribolliva il sangue e poi c’era la faccenda degli ultimi importi accreditatigli dall’agenzia,  ridotti di un terzo. Entrò in auto con una smorfia di dolore. Quel movimento del corpo gli risultava  ancora difficile.

“Mantenere la calma….sotto stress non posso che peggiorare le cose. Che vergogna le aree operative che mi hanno tolto! Da anni il numero uno della Campania e mi trattano come l’ultimo arrivato…. Ma se pensano che mi lasci fregare da una come Antonella…. ha tirato la testa fuori dal sacco da quando il direttore se la tromba… E Zanotti poi…anche lui sulle mie aree….idiota figlio d’assessore! Come se fosse un titolo nobiliare!”. Il volto dell’uomo assunse un ghigno beffardo.

“Tanti sacrifici per cosa? Io a lavorare, a spremermi idee dalla testa e loro…. dietro alle donne. Ho rinunciato persino alla carriera universitaria per avere lavoro e soldi  subito!”.

Il vento della prosperità però era cambiato, lo sentiva chiaramente. Guardando i nuvoloni scuri che si affollavano nel cielo, gli sembrò che persino essi prospettassero oscure minacce.

Nonostante l’aria tiepida, sotto la cappa del cielo, un brivido gli corse lungo la schiena. Mise in moto  svogliatamente, proprio mentre l’iPhone prese a squillare .

“Marta! Già chiama” – sbottò tra sé e sé.

“Hai visto dove sono finite le chiavi di casa?”. Chiese una voce di donna dal tono annoiato.

Lui trattenne a stento l’irritazione.

“Non le ho viste. Se non le trovi prendi quelle di riserva nel cassetto della scrivania. Lo sai benissimo, visto che le perdi quasi ogni giorno!”. Rispose con tono sarcastico.

“Che esagerazione!” – replicò lei. Poi la sua voce si fece bassa e lamentosa. “Matteo, oggi mi sento stanca. Invece  ci sono molte commissioni al negozio, cerca di tornare prima per darmi una mano”.

Nessuna risposta seguì quelle parole, che si spensero seccamente nella chiusura del cellulare.

“Pagare una baby sitter, per badare a un unico figlio, una donna delle pulizie e una commessa non è sufficiente perché riesca a cavarsela in qualcosa da sola! Cosa se ne fa uno di una moglie così! Una che gestisce un negozio di abiti da cerimonia come farebbe una principessa delle fiabe con il suo regno?”

Eseguì nervosamente la manovra per uscire dal box, la telefonata gli aveva peggiorato l’umore.

“Si occupa degli aspetti estetici con gusto ineccepibile, ma è del tutto incapace di affrontare quelli pratici.  Si può avere un  concetto di contabilità tanto vago? Entrate, uscite…..  parole indifferenti, gestione disinvolta, “finanza creativa”! E le volte in cui le uscite superano le entrate, si rivolge pure a me per gli ammanchi! Si indigna, la principessa, per le mie garbate proteste…No, non posso farmi più coinvolgere dai suoi problemi. Al diavolo lei e il suo negozio!”.

Il malumore lo portò a riflettere su se stesso, sulle ferite  ancora aperte del passato.

Studiare all’estero per diventare un professionista con una marcia in più, conoscere di tutto, coltivare la passione per la musica…. Che emozione la musica! I pezzi degli anni ’70 e ’80 che da ragazzo suonava con la chitarra, accompagnati dalla sua limpida voce intonata! Una passione che non era più apprezzata da nessuno. Anzi! Marta la considerava un passatempo infantile. Prima di sposarsi non c’era giorno che non suonasse qualcosa. Che fascino aveva sulle donne la sua musica!

Gli occhi attenti al traffico, ma nel petto la delusione per le aspirazioni franate. E quell’invidia che si era sempre attirato per il suo aspetto attraente, l’intelligenza pronta…

“Come se l’intelligenza fosse un difetto!”. Pronunciò quasi a voce alta.

Si dispose in fila per la coda al semaforo, osservando le persone che attraversavano sulle strisce pedonali. Ognuna di loro con la sua vita, guai ben distribuiti a tutti, chi più chi meno infelice o insoddisfatto.

“Per me è tardi ormai. Le battaglie le avrei dovuto combattere da ragazzo, soprattutto con i miei… Mi resta solo il lavoro e….Giuseppe. Con loro non devo fallire…. Gli amici poi… se si tratta di giocare a calcio o fare battute, tutti presenti. Ma se chiedo un riguardo, dopo tanti favori elargiti…Spariscono !”.

Eh sì! I vecchi amici che frequentava così poco, gli tornavano in mente…. ma anche le donne….Ne aveva sperimentato di fantasie erotiche! Il sesso spinto… anche con quell’oscuro senso di colpa…. Dominare il piacere a lungo e poi lasciarlo esplodere senza freni, in ogni cellula….Almeno in questo Marta andava bene…

Però le donne che lo avevano amato le aveva allontanate….Vivere storie d’amore era rischioso, si poteva  perdere il controllo del gioco.

“Di tutte le ragazze conosciute ho finito per sposare la più insulsa, né brutta, né bella,  poco colta e rassicurante  per la sua mediocrità”.

Alle doti della sposa si aggiungeva il fattore determinante che lui non l’aveva mai amata. Gli era sembrata la scelta vincente per mettersi al riparo dalle delusioni.

Negli ultimi tempi, però, sentiva il peso delle sue scelte farsi sempre più grave ed era inutile narcotizzarsi con gli impegni di lavoro. L’infelicità lo trafiggeva in momenti inspiegabili. Addentava la pizza presentatagli a pranzo da Marta e sentiva nelle narici il profumo dei fusilli al ragù preparati da sua madre nella loro casa di paese, quando  trovare un piatto pronto sulla tavola non era un evento. A volte, mentre sorrideva a un cliente cervellotico, gli tornava in mente un pezzo di Eric Clapton, “Wonderful tonight”, che non suonava da chissà quanto, oppure una frase di Heidegger sull’esistenza inautentica. Avrebbe voluto approfondirne il senso, ma non gli era mai riuscito.

Si erano fatte le 9.00. Parcheggiò l’auto nel posteggio privato dell’Agenzia ed entrò nel suo ufficio mettendo da parte i pensieri personali. C’era da tenere testa a uno dei clienti più importanti.

L’incontro si svolse come tra due cobra che si studiano senza fretta, sapendo che a entrambi non conviene azzannare l’altro, se non per l’estrema sopravvivenza, e che bisogna trovare un sufficiente spazio vitale dove continuare ognuno indisturbato la propria caccia. Matteo guardò il cliente andare via soddisfatto dopo l’incontro. Sulla sua schiena un po’ curva lesse lo stesso ribrezzo di sé che provava anche lui….o forse erano solo sue fantasie.

Tra appuntamenti e telefonate la mattinata era quasi trascorsa, quando squillò ancora il telefono del suo ufficio.

“Matteo, ciao. Tutto bene? Sei al lavoro?”

“Antonio?…Ovviamente sì”- al  solo sentire la voce del cognato gli tornò il nervosismo.

“Volevo dirti, sì, che un cliente…. mi ha pagato una fornitura con un assegno, ma non posso cambiarlo ancora….. una faccenda della banca, poi ti spiego meglio. Non voglio farti perdere tempo”.

“No, spiega pure, ti prego”.

“Vado un po’ di fretta …. mi dovresti fare un favore. Ho delle scadenze per fine mese, roba di poco, se per qualche giorno…ehm”.

“Quanto ti serve?”.

“Mamma mia e quanto sei nervoso! Che è successo? Hai litigato con Marta?”

“Mi pareva di aver capito che hai fretta. Allora?”

“Allora, sì… sono 10.000 euro. Tra dieci giorni cambio l’assegno e te li restituisco.”

“10.000 euro?! No, non se ne parla proprio, non ho questa somma disponibile. Sono rammaricato, ma non posso”.

“Ma quando mai non li hai! Ho già parlato con Marta, mi ha detto che non c’erano problemi e che dovevo solo riferirti….”

A queste parole Matteo perse del tutto la pazienza: “Riferisci a tua sorella che l’importo del mio conto è vistosamente calato a causa dei cospicui prelievi effettuati per tamponare le falle nella gestione del negozio. Il rubinetto si è prosciugato. Mi dispiace, ma questa volta non posso proprio venirti incontro. Devo chiudere, ho un cliente sull’altra linea. Buona giornata, Antonio”.

Chiuse bruscamente la comunicazione. Già immaginava il caso familiare che sarebbe scoppiato. Ma  più cercava di calmarsi e più si sentiva beffato dal fatto che proprio lui, per natura un acuto osservatore, con Marta non aveva colto i segnali di ciò che lei, mite e affettuosa durante il fidanzamento, si era rivelata già dai primi mesi di matrimonio: superficiale, lamentosa e isterica. E quanto stava bene coi suoi familiari! Sembravano portare tutti lo stesso marchio di fabbrica.

Lo squillo del cellulare lo fece trasalire.  Guardò l’ora, era quasi l’una. Uscendo di casa aveva detto che sarebbe rientrato  per il pranzo.

“Matteo, devi prendere dell’affettato prima di tornare, è assolutamente indispensabile”, fu l’ordine perentorio di Marta.

Per farla breve disse subito di sì e chiuse, ma senza riuscire a trattenere una frase di stizza.

“Al tuo posto”- suggerì garbatamente Loredana, l’anziana segretaria dell’azienda, che non aveva potuto fare a meno di ascoltare le ultime due chiamate – “ io mi leggerei un bel libro, uno di quelli che ti spiegano come mantenere la calma in tutte le situazioni e allontanare le cose negative. L’altro giorno alla libreria di via Irno ne ho visto uno, però non ricordo bene il titolo. Perché non vai a comprartelo adesso? E’ qui vicino. Chi se ne frega degli affettati!”.

Matteo rispettava Loredana, era una donna riservata, sincera e diretta nei modi, una delle poche persone in quel posto che non gli trasmettesse negatività. Da lei poteva accettare una critica o un consiglio. Le sorrise divertito all’idea di portare a Marta un libro, invece di 2 etti di S. Daniele… lei che nella sua vita aveva letto al massimo qualche pubblicazione dell’Harmony… Poi però gli tornò in mente la voce stridula della moglie e questo bastò per far sparire il sorriso.

“Grazie Loredana,  vado a casa, l’idea è buona, magari  più tardi”…

da “In fieri” di Paola D’Angelo – capitolo 3

“Commissario, oggi proprio no!”

“Perché no? Cos’è oggi? Ahhh!! Forse è il tuo compleanno!? Ho capito… quindi non puoi lavorare”. Rispose sarcasticamente il commissario, senza sollevare lo sguardo da un volto di donna che emergeva, pallido e sorridente, da una corolla di ricci e nerissimi capelli…

…Erano già alcuni minuti che fissava quella foto, seduto alla scrivania del suo ufficio. Era saltata fuori dal fascicolo “Caso Rinaldi/ Archiviato”, mentre cercava il referto medico della scientifica. Lobosco gli aveva detto che quella era la moglie del dottore. Ma che diavolo ci faceva la sua foto lì dentro? Carina, sguardo diretto e penetrante.

“Quale compleanno e compleanno!! Oggi è 17, porta iella. Di 17 mi volete fare nascere!”. Proruppe stupefatto, quasi scandalizzato, l’ispettore Lobosco, accentuando vistosamente la sua pronuncia salernitana. Poi tacque imbarazzato. Cosa non avrebbe fatto pur di non dare spiegazioni al commissario… Che avrebbe pensato di lui? Che era un rammollito, ormai incapace di svolgere il suo dovere, visto che gli mancavano pochi mesi alla pensione. Il silenzio si faceva imbarazzante e, per giunta, lo sguardo del commissario si era staccato dalla foto e si era incollato su di lui.

“Non voglio parlare con….lei”, si decise a rispondere, indicando con la mano destra la foto sulla scrivania.  “E se no… se proprio devo…ecco, volevo saperlo in anticipo. Ho bisogno di un po’ di tempo per prepararmi prima di andare da lei”. Seguì un’altra lunga pausa di silenzio. Lo sguardo del commissario dall’irritato si fece incuriosito.

“Per tutto il tempo delle indagini”, proseguì Lobosco con tono alquanto agitato, “il cuore non mi reggeva… e noi…la prima regola è che non ci lasciamo coinvolgere dai casi”. Con il bordo della manica destra si asciugò quel po’ di sudore che si sentiva sulla fronte. L’attenzione del suo superiore si era concentrata proprio lì e questo contribuiva ad accrescere il suo imbarazzo.

“Ma che ha questa donna da turbarti tanto! Tu sei prossimo alla pensione, ne hai visti di casi… Perché questa tenerezza fuori luogo?”. Erano parole fin troppo giuste quelle del commissario.

“Commissà, voi non la conoscete, stavate ancora a Torino quando abbiamo seguito il caso. Quattro mesi di indagini e…. niente, ma proprio niente di niente. Perché Rinaldi si è buttato dal ponte di Sicignano lo sanno solo lui e l’Altissimo. La moglie…come posso spiegarlo…era così….lei era…  dolore”. L’ispettore pronunciò l’ultima frase con tono enfatico, quasi sillabando le parole. “Sono sicuro che pensa ancora al marito. So che delle volte è tornata sul posto”.

Scosse la testa, come se ormai parlasse con se stesso. “Lei è dolore e dignità. Una donna così non l’ho mai conosciuta. Che posso farci….mi turba. Ma in senso buono, non mi fraintendete. Voi l’avete detto: sono vicino alla pensione, il cuore mi si è indebolito. Preferisco vedere un morto squartato, ma non la faccia di quella donna”.

Lobosco fece una pausa, grattandosi la fronte come per concentrarsi su un pensiero. Il commissario invece aveva assunto un’aria scettica.

“Riferirle che un pregiudicato, in punto di morte, ha fatto il nome del marito, a che può servirle? Che ne possiamo sapere cosa pensa un uomo quando sta morendo? Io lo so che il Villanova conosceva  Rinaldi, era stato curato da lui. Il dottore faceva anche volontariato nelle carceri, aveva curato tanti detenuti. Una volta che ero di servizio per un interrogatorio ho visto con i miei occhi il Villanova che stringeva la mano del dottore e lo ringraziava. Pareva emozionato.”

Il commissario sbuffò, ma non se la sentì di infierire sull’ispettore. Continuava però a non capire la causa del turbamento dell’anziano poliziotto. Era un fatto inusuale, lo trovava impreparato.

Lobosco proseguì implacabile: “Villanova, morendo, avrà pensato all’unica persona che negli ultimi anni si era occupata di lui. La moglie lo aveva piantato da un pezzo e la figlia non ne voleva sapere più niente. Gli avevano voltato le spalle tutti, per i nomi che aveva fatto, poca roba. Non ci è stato molto utile. Però, intanto si era guadagnato il titolo di infame”.

Cogliendo un momento di tentennamento del commissario, sul cui volto però l’espressione dubbiosa  non accennava a sparire, l’ispettore diede la stoccata finale.

“Commissario, il dottore si è buttato di sotto, non l’hanno mica ammazzato!!”, questa volta al  tono enfatico e alle sillabe scandite Lobosco aggiunse anche un’eloquente gesticolazione delle braccia. “Non aveva un nemico, anzi lo adoravano tutti, era un benefattore. Non aveva bevuto, né assunto droghe, era sano come un pesce, non aveva segni di violenza sul corpo. E poi non aveva debiti, né vizi, non frequentava nessuno all’infuori della famiglia e degli amici.

Insomma un santo”. Si bloccò guardandosi le mani, quando si accorse che gli erano finite le dita con cui aveva accompagnato l’elenco delle virtù,  riproducendo il gesto dei bambini, quando eseguono calcoli a mente. “Però con il lavoro che faceva… sempre malati, sempre sofferenza e morte…… peggio di noi. Curava i tumori? Lo sapevate?…Così, dopo tanti anni….la testa può fare brutti scherzi… Commisà, l’uomo è un mi-ste-ro. Non è il primo che vedo che si ammazza senza un motivo. In questi casi di suicidio c’è solo la pietà”. Concluse con un tono che non ammetteva repliche.

“Il fatto che non si riesca a capire perché un uomo si tolga la vita non vuol dire che non ci sia un buon motivo. E comunque, ripeto, alla luce dei nuovi dati, devo prendere in considerazione l’ipotesi di riaprire il caso. Quanto meno chiedere alla signora Rinaldi in che rapporti era il marito con Villanova ”.

“Ma quali rapporti, dottor De Luca! Ve l’ho detto: Rinaldi era un santo, un benefattore, curava tutti. Lo faceva con una passione. Abbiate pietà del dolore di quella donna, del suo tormento…non riapriamo inutilmente una ferita”.

Le parole di Lobosco avevano assunto il tono di una supplica.

“Ma può essere che arriviamo a capirci qualcosa di più. Anche lei potrebbe stare meglio se conoscesse il motivo per cui il marito si è ucciso”.

“Forse…. sì, potrebbe stare meglio, se mai arrivassimo effettivamente a una soluzione. Però, commissario, io mi permetto di suggerire la massima discrezione possibile, se è necessario continuare a indagare. E se facciamo invece un buco nell’acqua?  A che……?”

Il commissario De Luca fissò l’ispettore Lobosco. La frase non era stata terminata, ma lui ne sentiva la conclusione nell’aria, gli penzolava sotto il naso. Abbassò di nuovo lo sguardo sulla foto e questa volta si incupì profondamente.

da “In fieri” di Paola D’Angelo – capitolo 4

Uscì dall’ufficio con l’eco di quelle parole piantato nella mente: “Chi se ne frega degli affettati!”. In fondo aveva pur diritto a un piccolo sgarro. Non trascorreva giorno che Marta non avesse qualche urgenza improrogabile!

“Sì, magari se un libro potesse risolvere i miei problemi! Però…da quant’è che non compro un  libro? E se andassi comunque? Ha detto bene Loredana!”.

Così superò l’auto, proseguendo in direzione della libreria, appena pochi minuti a piedi dall’ufficio. Provava una leggera esaltazione per quel piccolo gesto di libertà. Ma che tristezza, a pensarci meglio, essere ridotto a prendersi  misere e infantili soddisfazioni familiari!

Si trattenne davanti alla vetrina per osservare le novità in esposizione, inquieto, come se da quell’acquisto dovesse derivare chissà quale cambiamento. Infine si decise ad entrare. File e file di scaffali ben ordinati esponevano in maniera allettante la propria preziosa mercanzia. Che bella quella libreria! A pochi passi dall’ufficio e non c’era mai entrato.

Passò davanti alle novità della narrativa e alla sezione classici senza quasi lanciare uno sguardo, aveva in mente solo i saggi di psicologia. A casa di sicuro non ce n’era nessuno. Come poteva aver vissuto per quarantaquattro anni senza aver mai letto un libro di psicologia?

I titoli più vari gli  scorrevano davanti agli occhi. Scartò “Guarire lo stress”, “Terapie di coppia”, “Il linguaggio del corpo” e “Freud è meglio del viagra”. Si era quasi deciso per “Diventa padrone della tua vita”, quando, guardando distrattamente lo scaffale accanto, vide qualcosa che lo distrasse del tutto dalla sua scelta.

Una donna se ne stava immobile, rannicchiata sul pavimento, con un libro tra le mani. Sulla copertina spiccava l’immagine in bianco e nero di una ragazza sorridente, abbigliata secondo la moda degli inizi del ‘900. Matteo si sporse in avanti per cercare di leggere il titolo, ma scorse appena  un nome, “Antonia Pozzi”, e da qualche parte della copertina la parola “poesie”.

“Un libro di poesie, Antonia Pozzi. Mai sentita”, pensò. Però non riusciva a staccare gli occhi dalla donna rannicchiata, che nel frattempo rimaneva nella medesima posizione, senza distogliere a sua volta lo sguardo dall’immagine della copertina. Osservò meglio lo scaffale: nella parte inferiore conteneva libri, i cui titoli rimandavano tutti a raccolte poetiche, anche famose e fu per lui spontaneo pensare: “Petrarca, Neruda, Pessoa, la Merini. Hanno arso le loro vite al fuoco dei sentimenti per finire nella penombra di un anonimo scaffale, ignorati dalla gran parte degli utenti di questo luogo”.

Con uno scatto la donna si rialzò, mancò poco che perdesse l’equilibrio. Istintivamente Matteo tese una mano per aiutarla. I loro sguardi si incrociarono, stupiti,  ma di uno stupore diverso. Lui aveva  davanti un’immagine quasi in bianco e nero: capelli nerissimi e ricci intorno a un volto dalla pelle diafana e dalla curva morbida, come di bambina, in cui si spalancavano vividi occhi scuri, di una dolcezza così intensa che lo emozionò.

La donna invece, pur avendolo guardato per un istante, sembrava  completamente assente, pervasa da uno stupore tutto suo, interiore, come chi non riesce a riprendersi dalla commozione di aver ritrovato un vecchio amico. Stringendo  il libro tra le mani e sorridendo chissà a chi, se lo  accostò al petto.

Tra un attimo lei si sarebbe voltata e sarebbe andata alla cassa. Era orario di chiusura e nel negozio non c’era quasi più nessuno. Avrebbe pagato in brevissimo tempo, dopo di che sarebbe uscita e scomparsa  per strada, andandosene incontro alla sua vita.  Rivolgerle la parola? Sì, gli sarebbe piaciuto.

In passato l’avrebbe fatto senza imbarazzo, ma ora no, non era proprio il momento….. Evitare situazioni di corteggiamento per non complicarsi la vita e incorrere in pettegolezzi. Una pacchia per i colleghi! Qualcuno non aspettava altro per pugnalarlo alle spalle… Non era certo così tonto da lasciarsi attirare dagli ammiccamenti che gli lanciavano colleghe o clienti! Matteo Gigante era al di sopra dei comportamenti più diffusi .

La donna era in coda alla cassa, davanti a lei due clienti. Lui vide che tra i testi di poesia c’era un’altra copia della Pozzi e questa volta senza pensarci due volte la prese. Si mise in fila, tra lui e la donna si era inserita una terza persona.

“Un libro di poesie di cui non potrò mai parlare con nessuno, amici, parenti e conoscenti. La loro sensibilità letteraria non si può propriamente definire poetica!”, pensò. E poi: “Ma che sto facendo?”.

L’impossibilità di parlare di poesia con qualcuno lo avvilì, perché lo costrinse ad ammettere con se stesso quanto si sentiva solo. Tanto più dilagava in lui quel pensiero tanto più intensa avvertiva la presenza della sconosciuta a un metro da lui. Intuiva che era una persona sensibile, una dote che lui aveva  incontrato di rado nella sua vita.

Tuttavia si sentiva anche un imbecille per aver fatto una cosa irrazionale.  Aveva manifestato un segno di debolezza e per giunta senza riuscire a farsi venire in mente uno straccio di frase da rivolgerle. Non poteva certo chiederle l’ora o uscirsene con una battuta del tipo: “Che coincidenza! Acquistiamo lo stesso libro”. Lei lo avrebbe preso per uno dei soliti idioti che ci provano con tutte. L’esatto opposto di quello che era.

Davanti alla donna era rimasto un solo cliente, ancora qualche minuto e lei sarebbe sparita. Matteo avrebbe voluto sprofondare nella sua stupidità e intanto malediceva  il consiglio di Loredana.

All’improvviso nell’aria si diffuse nitida la suoneria di un cellulare. Era il ritornello di un pezzo degli America del 1975, “Sister Golden Hair”, Matteo lo riconobbe subito. Chi  poteva usare  quella vecchia canzone come suoneria? Si guardò intorno per cercare l’estimatore del mitico brano, invece vide che la donna, raggiunta la cassa, riponeva sul ripiano il libro di poesie e estraeva dalla borsa il cellulare. Sentì la sua voce rispondere alla chiamata, una voce leggera, come uno scroscio di fonte a primavera, punteggiata da toni caldi e lievemente più bassi.

“Sì papà, sono a casa tra 10 minuti….. No, lascia stare, è già tutto pronto, il tempo che Angelo e Francesca ritornino da scuola e pranziamo….Sì, è oggi il giorno…. Tranquillo, te le ritiro io nel pomeriggio.  Alle 17 vado  alla partita di Angelo, la palestra è lì, a due isolati da De Petriniis. Nessun  problema….. Va bene, a tra poco”.

Terminata la chiamata, la donna pagò in fretta l’importo e uscì.

Matteo si sentì per un momento inspiegabilmente felice. Non se l’aspettava una voce tanto particolare. Ripensò a ciò che aveva ascoltato: nel pomeriggio un certo Angelo, presumibilmente il figlio, avrebbe disputato alle 17,00 una partita in una palestra a due isolati da….De Petriniis. Cosa poteva essere De Petriniis? Lei aveva detto “Te le ritiro io”, al femminile. Cosa si poteva ritirare da De Petriniis? Analisi! Certo, lo studio di analisi cliniche De Petriniis! Lo conosceva bene, era situato in un quartiere periferico della città, un’area un tempo quasi di aperta campagna, poi adibita a zona commerciale e di servizi.

Lì c’erano anche molti impianti sportivi. Ma quante palestre si potevano trovare a due isolati da De Petriniis? Le 17,00……A quell’ora sarebbe stato ancora in ufficio. Cosa stava pensando? Magari di andare nel pomeriggio alla ricerca di quella palestra… Che stupidaggine! Più dell’aver acquistato quel libro. Quand’anche l’avesse trovata, fosse entrato e avesse visto la donna, anche lì si sarebbe riproposta la stessa situazione di imbarazzo. Altro che iniziare una conversazione sensata!

“Salve, mi presento, dott. Matteo Gigante, consulente finanziario. Sa, mi trovavo a passare di qui e ho pensato di seguire una partita di cui oggi per caso sono venuto a conoscenza. Tra l’altro proprio oggi ho appreso anche dell’esistenza di una poetessa, Antonia Pozzi, molto brava. La conosce anche lei? Non mi dica!! Che coincidenza! Finalmente incontro una persona che conosce la Pozzi! Ne sono lieto. Se le è gradito, potrei offrirle un caffè e intanto discorrere con lei di poesia?”

Era un discorso delirante e la parte finale, quella del caffè gli appariva  una chiara  autodenuncia di malafede. L’invito a prendere un caffè era roba da disperati! O forse era davvero disperato se alle 13,45, orario in cui la gente normale va a pranzo, se ne stava fermo su un marciapiede del centro con in mano un libro che non gli interessava, a fantasticare su un ipotetico incontro con una sconosciuta, magari la persona più banale di questo mondo, invece di fare la sua commissione: acquistare gli affettati per Marta….Marta??

In quel preciso istante squillò il cellulare e la voce della consorte, come richiamata dal suo senso di colpa, si materializzò nell’aria, con tono apprensivo.

“Allora?? Stai tornando? Giuseppe ha fame, sbrigati con gli affettati”.

“Ho avuto un contrattempo in ufficio, niente affettati”, rispose secco Matteo e frastornato si diresse verso l’ automobile.

(continua)