La città dell’uomo (di Angelo Giubileo)

La città dell’uomo

Mano a mano che la generazione Z diventerà adulta, la sua visione del mondo si potrà descrivere come un nuovo tipo di “fine della storia”: non una progressione teleologica verso la democrazia liberale, bensì una rottura molto più sistematica con il passato nel suo insieme. Il futuro potrebbe somigliare così poco al passato al punto che ogni interesse verso quest’ultimo sarà considerato obsoleto. (A. Khanna, P. Khanna).

 

Introduzione

O giovane, compagno d’immortali aurighi, che giungi con le cavalle che ti portano a casa nostra, salve, giacché non un cattivo destino ti spinse a percorrere questa strada (infatti non è calpestata dagli uomini) ma Norma e Giustizia. Bisogna che tu tutto venga a sapere, sia il cuore immobile della tonda Verità, sia i pareri dei mortali, in cui non c’è vera credenza.  Ma tuttavia anche queste apparenze apprenderai, come bisogna che le giudichi chi in ogni modo tutto indaga (DK 28 B 1,24-32). La traduzione del brano tratto dal Poema sulla natura di Parmenide è un modo di rappresentare l’ente che consegue al modo già di rappresentazione dell’ente medesimo assunto dal filosofo di Elea.

Il logos (discorso) attiene dunque limitatamente ad un modo di rappresentazione dell’ente, che nel caso del linguaggio usato da Parmenide presenta inoltre rilevanti problemi di carattere semantico, riguardo all’uso di termini quali soprattutto giustizia, destino, necessità, essere.

Nel Poema, la Giustizia (dike), rappresentata anche con il termine Destino (moira), impone la Legge della Necessità dell’Essere: La giustizia non allenta le sue catene e non lascia che qualcosa nasca o venga distrutta, ma mantiene fermamente tutto ciò che è.  I termini del linguaggio sono tuttavia bi-valenti, perché hanno la funzione di descrivere e quindi separare ciò che necessariamente non può essere separato. Nasce da questa necessità, l’isolamento dalla terra di cui parla Emanuele Severino. Isolamento, che fa parte del nostro apparente destino di mortali, che contrasta con l’eterno destino d’immortalità dell’essere. L’isolamento dall’essere, che attraverso il pensiero di Parmenide conduce all’affermazione che le determinazioni sono niente, consente oggi il dominio della scienza quale forma più alta del sapere dell’uomo.

A commento dell’importante saggio di Emanuele Severino, La filosofia futura (1989), Dario Smizer così argomenta: “La scienza funziona, che altro chiederle? Funzionando, la scienza origina il gigantesco Apparato scientifico-tecnologico che è il mondo artificiale nel quale viviamo … L’Apparato è visto in funzione del suo scopo primario: l’eliminazione del dolore e dell’infelicità. Ed è questo che lo ‘giustifica’. Le ‘ideologie’ sono sorte per il medesimo scopo, quindi sono solidali con la logica dell’Apparato”. La scienza moderna opera quindi in continuità con il pensiero greco e non vi è alcuna rottura paradigmatica.

E’ un fatto tuttavia che Severino, come ribadisce correttamente Smizer, “ha parole sferzanti nei confronti dell’Apparato”, parole ritenute “forse eccessive”. Ma senz’altro “giustificate” si potrebbe dire nell’ottica di salvaguardare la logica epistemica di Parmenide. Ritorna così anche il tema dell’ambi-valenza del linguaggio. Questa contraddizione, che vedremo di qui a poco solo apparente, rappresenta pertanto il nodo gordiano che occorre sciogliere in via definitiva. Esiste un modo al riguardo?

A differenza di Severino, ritengo di sì, concludendo con Parmenide e Smizer che la soluzione risiede nel de-stino dell’Apparato medesimo … “Esso si propone incessantemente di incrementare la propria potenza. Nemmeno le più lapalissiane contraddizioni riescono a fermare la sua corsa. Anche di fronte al possibile collasso di un sistema energivoro esso non smarrisce la sua fede nella possibilità del dominio. Lo scopo del dominio è la realizzazione di un Paradiso artificiale nel quale eliminare definitivamente la conflittualità religiosa e ideologica e soddisfare i bisogni dell’intera umanità, sia ‘individuali’ che ‘spirituali’”.

 

La città di Parmenide

Duemilacinquecento anni dopo, a differenza di quanto scritto da Emanuele Severino nel lontano 1964, Parmenide non è affatto “il primo responsabile del tramonto dell’essere”, che non può tramontare. Al contrario, il sapere di Parmenide in-vera l’essere, che attende ancora di essere disvelato nel tempo presente della narrazione logica, che ha seguito, ancor prima di Parmenide, le narrazioni mitiche del tempo pre-logico.

Ab origine, la filosofia con Parmenide ha rappresentato essenzialmente piuttosto la fine di un percorso durante il quale il tentativo di definire con il linguaggio verbale il rapporto tra pensare e essere aveva raggiunto l’unico approdo possibile: “lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, perché senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare. Infatti, nient’altro o è o sarà all’infuori dell’essere, poiché il destino lo ha vincolato a essere un intero e immobile” (Poema sulla natura). Identità dunque di pensiero e essere, ma anche impossibilità dimostrata di darne una definizione. Per dirla in breve, questa impossibilità è dimostrata o resa di per sé evidente dalla diversità della dimensione spazio-temporale tra la rappresentazione dell’e-vento e l’evento medesimo. Si tratta di una dimostrazione per assurdo, mediante un procedimento che potremmo definire di sovrapposizione. Lo spazio-tempo della rappresentazione non coincide assolutamente con lo spazio-tempo dell’evento.

Astraendo dalla dimensione spazio-temporale, il discorso dell’identità ha assunto in generale e dopo Parmenide una problematica di tipo concettuale basata su un’interpretazione nuova del termine “verità”. E tuttavia, già in epoca pre-omerica il termine “verità” ha a che fare con il ricordo ed è aletheia, composto di α-privativa e della radice ladh ovvero “essere ignoto, far dimenticare, dimenticare”. Il termine veniva quindi usato nelle teorie sul discorso e/o sul ragionamento, così come anche in Platone ed Aristotele. E pertanto, resta qui da stabilire come il sapere di Parmenide oltrepassi la predetta impossibilità.

Duemilacinquecento anni dopo, in un passato ancora recente, questa impossibilità è ad esempio ancora testimoniata dalla narrazione “logica culturale del tardo capitalismo”  o postmoderna dell’americano Fredric Jameson.

Ma, non è affatto così, a distanza di meno di un quarto di secolo, allorquando, nell’aprile 2013, Michel Serres viceversa scrive: “Anche l’oggetto della conoscenza sta cambiando (come abbiamo visto a proposito del soggetto). Non abbiamo bisogno per forza di concetti. A volte, ma non sempre. Possiamo attardarci tutto il tempo necessario sui racconti, gli esempi e le singolarità, sulle cose stesse. Questa novità, pratica e teorica, ridà dignità ai saperi della descrizione e dell’individuale. Di colpo, il sapere offre la sua dignità alle modalità del possibile, del contingente, del singolare. Ancora una volta, crolla una certa gerarchia. Divenuti esperti di caos, gli stessi matematici non disprezzano più le scienze della vita e della Terra, che già praticano la mescolanza alla Boucicaut, e che devono insegnare in modo integrato, perché, se si aziona analiticamente la realtà vivente, muore. Ancora una volta, l’ordine delle ragioni, utile, certo, ma talora obsoleto, lascia il posto a una nuova ragione, accogliente verso il concreto singolare, naturalmente labirintica … insomma, al racconto”.

Duemilacinquecento anni dopo, potrebbe sembrare paradossale, ma non lo è affatto: l’antica Elea rappresenta sempre il topos, l’icona del sapere, che fu di Parmenide e che di nuovo si appresta a diventare il comune sapere di ogni individuo.

 

A-simmetrie

La Storia dell’economia di John Kenneth Galbraith, opera pubblicata per la prima volta nel lontano 1987, è particolarmente interessante per tre motivi soprattutto. Il primo, legato alla capacità dell’autore di esporre la materia, spesso considerata accessibile e relegata solo ad una ristretta cerchia di cosiddetti addetti ai lavori, in uno stile chiaro e scorrevole. Il secondo, dovuto al filo conduttore della narrazione che appalesa come le teorie economiche sono sempre il frutto di un contesto storico in trasformazione; e pertanto, se intendono conservare una loro supposta valenza, sono destinate esse stesse a cambiare. Infine, terzo motivo: la constatazione di come, venticinque anni dopo la pubblicazione del saggio, il mondo sia di molto cambiato, pur essendo l’autore in grado di anticiparne le dinamiche sia di tipo politico che, in gran parte, economiche.

Questi recenti, sono stati anni in cui abbiamo assistito alla rappresentazione di scenari, prima su scala nazionale e poi internazionale, in cui il potere – e quindi la logica del potere, il discorso sulla formazione, accrescimento e conservazione del potere – è assurto a nodo centrale del rapporto tra politica ed economia. Ma sarebbe meglio dire, traendo spunto dalla lezione storica, tra sviluppo dell’economia prima e della politica poi, laddove solo si consideri l’origine dei mutamenti storici quale prodotto dell’iniziativa promossa in campo sociale ed economico, così come magistralmente proposto da Adam Smith. E a tale proposito, mediante la ricostruzione dell’autore, è bene qui ricordarne gli snodi essenziali: la teoria dello Stato in Platone, che nasce essenzialmente come “entità economica”; l’epoca del mercantilismo (metà XV – metà XVIII sec.); l’avvento della società industriale; la nascita e la formazione dello Stato assistenziale; e infine, l’epoca in cui emerge e, nella versione finanziaria di estrema attualità, potremmo anche dire domina “una distinta personalità della moneta” (Galbraith).

La motivazione sociale ed economica rompe l’assetto politico consolidato – caratterizzato da un sistema di divisione dei ruoli e dei compiti in cui la distinzione, potremmo dire, poggia prevalentemente sullo status di ogni singolo attore – e tende ad instaurarne uno diverso in cui, com’è per la disciplina dell’economia classica, ogni soggetto partecipa attivamente, in regime di piena concorrenzialità, ed il sistema tende naturalmente, potremmo dire in via di principio, all’equilibrio attraverso dinamiche interne al mercato che conducono ad una corretta determinazione dei prezzi. Nel mercato, la distinzione opera pur sempre in base a diversi ruoli e compiti necessari, ma ogni singolo attore non si distingue per un suo status particolare o, potremmo anche dire, una qualità che per diritto naturale o pattizio è destinata in esclusiva ad uno piuttosto che altro soggetto o persona (fisica o giuridica).

Nel rapporto dunque classico di equilibrio, sia pure teorico, dell’economia e di questa con la politica interviene, con una metafora calcistica potremmo dire a gamba levata, John Maynard Keynes (1883-1946). In relazione ai tempi della Grande Depressione, Galbraith mostra subito come non si sia trattato di un precursore, anche se quel che più colpisce è il giudizio lapidario che emerge con efficacia: “agli occhi di molti, la politica economica keynesiana sarebbe apparsa per molto tempo non un atto di saggezza economica bensì una complessa razionalizzazione di ciò che si era rivelato politicamente inevitabile”. In estrema sintesi, l’autore scrive che, secondo il pensiero di Keynes, “il problema decisivo dell’economia non è come si determini il prezzo delle merci, né come si distribuisca il reddito risultante. La questione importante è come si determini il livello della produzione e dell’occupazione … (E a tal fine) Rimane una possibilità, solo una: l’intervento del governo per aumentare il livello degli investimenti. Occorreva che il governo contraesse prestiti e spendesse a fini pubblici. Ciò presuppone un disavanzo deliberato”.

Il cambiamento dei tempi e del mondo hanno spostato l’asse del problema incentrandolo sulla ricerca di nuove teorie in ordine al rapporto che occorre tenere tra simmetrie economiche e a-simmetrie politiche. Nella parte finale della sua Storia, John Kenneth Galbraith infatti conclude: “L’asimmetria politica della Rivoluzione keynesiana (…) è stata presa adeguatamente in considerazione. Il fatto di non aver riconosciuto le conseguenze pratiche di questo stato di cose fu, e rimane” – aggiungo io, molto spesso ancora nel presente – “uno dei maggiori errori di giudizio nell’economia moderna”.

 

Fenomenologia della crisi

La scienza economica, per secoli, ha sviluppato il confronto tra diverse e opposte teorie. Né più né meno di quanto accaduto per altri settori o rami del sapere umano. Anche durante l’evidenza di quest’ultima crisi, economica e finanziaria, si sono confrontate diverse tesi al fine di trovare una strategia di uscita (exit strategy). Il dibattito d’idee si è mostrato più serrato nel confronto, talvolta assunto anche a livello di scontro ideologico di un passato che fu e che oggi non è più, tra due diverse impostazioni, anche tradizionali, riproposte in termini di neo-keynesismo e rigorismo.

Come nei fatti accaduto, le tesi di M. Keynes hanno riportato un grande e duraturo successo nella fase di ricostruzione della società occidentale post-bellica. E tuttavia, a partire dagli anni Settanta, prima con la crisi delle materie prime nel 1973 e poi con la crisi del petrolio nel 1978, queste stesse tesi iniziarono a mostrarsi non più tanto efficaci, a causa del rischio d’inflazione, rivelatosi vero e proprio tallone d’Achille. Come ha ben sintetizzato Colin Crouch, nel suo Il potere dei giganti: “In linea di principio, lo Stato Keynesiano, di fronte al rischio di inflazione, avrebbe potuto ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le tasse per ridurre la spinta all’aumento dei prezzi. Ma ciò lo avrebbe costretto a tagliare la spesa in servizi pubblici e ad accettare un moderato aumento della disoccupazione per evitare il peggio (ossia la recessione che segue a una fase inflazionistica). Nella realtà, i governi intervenivano quasi sempre ‘troppo poco e troppo tardi’, per sottrarsi alle sgradevoli conseguenze politiche della disoccupazione e dei tagli della spesa pubblica” (ed. Laterza 2011, pag. 18).

Succede così che, nell’ambito della storia della teoria economica, soprattutto i governi di stampo anglosassone di Margaret Thatcher nel Regno Unito (1979-1990) e Ronald Reagan negli Stati Uniti (1981-1989) impongono le diverse tesi della Chicago School, in buona sostanza una riedizione delle teorie classiche e neoclassiche basate su modelli che rappresentano i mercati attraverso la tendenza ad un equilibrio stabile.

In realtà, si può dire che è già mutato il paradigma di riferimento della scienza economica. Molto prima delle due guerre mondiali, con l’avvento della società industriale, o meglio della Tecnica, intesa nell’accezione del filosofo Emanuele Severino, l’economia originaria di scambio si trasforma definitivamente in economia di produzione e consumo. In microeconomia, il meccanismo regolativo dello scambio, ovvero la determinazione del (giusto) prezzo del bene o servizio oggetto dello scambio deve allora servire a garantire un equilibrio generale, che deve tenere conto di due nuove scelte, significativamente opposte, di produzione e consumo. In buona sostanza, i modelli di equilibrio si rifanno tutti al modello dell’equilibrio generale di Walras, che primo lo elaborò nel 1874. Per le teorie che potremmo dire dell’equilibrio del mercato in sé e per sé, l’azione dello Stato, e quindi in definitiva della politica, è ritenuta inopportuna in quanto i mercati sarebbero dotati di meccanismi autoregolativi in grado di determinare il giusto prezzo di beni e servizi idoneo a mantenere, in fine,  l’equilibrio del sistema stesso di riferimento. Quell’equilibrio che, nei fatti, era stato rotto sonoramente dalle due guerre mondiali, in particolare la seconda, all’indomani della quale lo Stato keynesiano diveniva interventista. Fintantochè si giunge, come già anticipato, alle crisi degli anni Settanta.

Ma, si tratta solo di questo, ovvero dell’avvento di un’economia di produzione e consumo, o piuttosto anche di altro, ovvero dell’introduzione di un nuovo paradigma, con il passaggio ad un’economia fondata essenzialmente sul debito?

Succede infatti che, a partire dagli anni Settanta, le crisi assumono sempre più la forma e la sostanza di crisi finanziarie, con ricadute sull’economia produttiva, fino all’attuale palingenesi. Rinverdisce il mito del mercato fa da sé, con l’aggiunta preponderante di un meccanismo, destinato ad operare sempre di più su larga scala, che è poi quello sperimentato fino ad allora solo in parte, della leva finanziaria. Tutto sommato, non si tratta di niente di nuovo, almeno fino a quando l’economia finanziaria, pretendendo di non essere più volano dell’economia produttiva, diventerà fine a se stessa. Sganciata dai beni e servizi materiali, l’economia finanziaria sembrerebbe dimostrare quasi un’innata se non connaturata incapacità a raggiungere e mantenere l’equilibrio del proprio sistema, sì che le crisi si produrranno quasi ininterrotte nel corso degli ultimi quarant’anni.

Ma, è bene procedere con ordine. Nel corso degli ultimi quarant’anni, accadono in generale due grosse novità, rispetto ad un passato anche recente. La prima è nota come globalizzazione. In economia, il fenomeno coincide con l’apertura e una sempre maggiore liberalizzazione dei mercati internazionali. E’ del tutto evidente che tale fenomeno origina con la fine del mondo bipolare del dopoguerra; in Europa, il fenomeno si manifesta dapprima con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e poi il completamento del processo di unificazione monetaria e l’avvento dell’Unione Europea.

Il secondo importante fenomeno, più recente, prende il sopravvento agli inizi del secolo ed è meglio noto come finanziarizzazione dell’economia. Il processo può essere efficacemente compreso attraverso l’incipit della prefazione di un libro di Robert J. Shiller, Il nuovo ordine finanziario, ed. Il Sole 24 Ore 2003: “I vantaggi economici ottenuti attraverso il progresso tecnologico, in sé non garantiscono che un numero maggiore di persone possa godere di una vita serena. Proprio in quanto il mondo di oggi (n.d.r.: siamo nel 2002 negli USA!) è pervaso da una grande insicurezza economica e dalla disuguaglianza dei redditi, un peggioramento delle condizioni è sempre possibile, anche quando i progressi tecnologici ci consentono di conquistare livelli più elevati di successo economico. Ma le nuove idee di gestione del rischio possono metterci in grado di gestire un’ampia varietà di rischi – presenti e futuri, vicini e lontani – e di limitare gli effetti negativi della ‘distruzione creativa’ del capitalismo. L’applicazione di queste idee non solo contribuirà a ridurre gli aspetti negativi del rischio, ma incoraggerà un comportamento più incline ad assumersi rischi positivi, generando con ciò un mondo più vario e in definitiva più attraente”.

Allora, si tratta piuttosto dell’introduzione di un nuovo paradigma. Il processo di finanziarizzazione favorisce ed implementa un’economia prevalente, in termini di ricchezza (PIL), basata non più sulla relazione economica (reale) di produzione e consumo di beni e servizi, bensì sulla funzione prevalente del capitale a debito di garantire, solo in teoria e in via potremmo dire continuativa, il consumo della produzione (anche in eccesso). Ma, c’è qualcosa di più ancora: lo scambio originario in economia finisce ora con il riguardare non più beni e servizi, ma il rischio, “un’ampia varietà di rischi; presenti e futuri, vicini e lontani”. Nella logica dell’economia classica, si tratterà quindi di determinare in definitiva l’esatto prezzo del rischio!

Per quanto già evidenziato, risulta tuttavia facile constatare che, in materia di scienze economiche, non esistono teorie che resistono all’usura del tempo. E questo, perché è la realtà stessa che cambia. E tuttavia ancora, la maggior parte degli economisti ammette oggi che in tutte le crisi finanziarie, almeno quelle succedutesi negli ultimi quarant’anni, è possibile individuare un processo sostanzialmente lineare e quindi uniforme. In tal guisa, “la Teoria dell’instabilità finanziaria, la cui formulazione originaria risale all’economista (keynesiano) Hyman Minsky (1984), evidenzia l’elemento della ciclicità delle crisi finanziarie che si verificano nell’attuale sistema finanziario globale di riferimento. Il ciclo nasce con l’espansione del mercato, nel quale affluisce maggiore liquidità. L’espansione del mercato è quindi favorita anche da una fase di deregolamentazione che rende più libera la circolazione dei capitali. Ne consegue una crescita del credito, favorita anche da un clima di generale ottimismo, che porta allo sviluppo di politiche macro e micro-economiche di indebitamento (leveraging); fintantochè il livello dello stesso non consente più di far fronte agli impegni assunti, in termini sia di rimborso degli interessi in rialzo sia, nei casi più gravi di insolvenza, di rimborso del capitale. E’ esattamente questo il momento in cui inizia la stretta creditizia sui mercati, a partire dalle banche (credit crunch), e la crisi finanziaria, già iniziata, si rende ai più manifesta. Nella fase successiva, l’intervento dello Stato e, nei casi più gravi, della comunità internazionale servirà a ripristinare le condizioni adeguate per un nuovo sviluppo del mercato”(NdR, in INPDAP, Terzo Rapporto sulla previdenza complementare, 2011).

Esattamente, cosa è dunque cambiato? Scrive J. Stiglitz: “Chi pensava solo e soltanto all’inflazione (la scuola di Chicago e i Keynesiani fautori della rigidità prezzi-salari) aveva ragione in una cosa: dal momento che, con l’inflazione, non tutti i prezzi variano nello stesso momento, i prezzi relativi possono subire dei lievi disallineamenti. Ma queste perdite non sono nulla se paragonate a quelle provocate dalla fragilità dei mercati finanziari. Sembra che l’altro filone dell’economia neokeynesiana, ponendo l’accento sulla fragilità finanziaria, l’abbia spuntata” (Bancarotta, ed. Einaudi 2010, pag. 378).

Si tratta quindi ora di capire innanzitutto da dove derivi questa fragilità. Di certo, la letteratura in materia di crisi finanziarie è sconfinata. Notevolissima è anche la produzione in ordine a quella attuale e pertanto sufficiente a farsi un’idea direi realistica di quanto accaduto. La crisi dei mutui americani si è rivelata crisi di tipo finanziario con conseguenze ed effetti, anche notevoli, sull’economia produttiva di beni e servizi, immediatamente riguardo al bene della casa oggetto dei mutui cosiddetti subprime.

In linea non solo teorica, il capitalismo è noto come quel sistema economico-finanziario che, un po’ come l’araba fenice, produce fallimenti e dai propri fallimenti rinasce e genera nuova ricchezza. A tale proposito, J. Schumpeter coniò la famosa e felice espressione: “il capitalismo è distruzione creatrice”. Ogni sistema capitalistico conosce quindi i suoi fallimenti, reali, che possono tutti per così dire essere riassorbiti al proprio interno, salvo che non si tratti di fallimenti di sistema, in grado cioè di causare la fine (default) del sistema stesso.

Indubbiamente, il modello di gran lunga prevalente dell’attuale sistema di produzione capitalistica mondiale poggia sull’attività delle banche, laddove da qualche anno si fa sempre più difficoltà a distinguere tra le attività, proprie e originarie, di tipo commerciale e quelle d’investimento. Nelle recenti crisi finanziarie, gli Stati, gli istituti e le banche prestatrici di ultima istanza sono molto spesso intervenute ripianando i disavanzi delle banche commerciali in modo da impedirne il fallimento, e questo perché ritenute “troppo grandi per poter fallire”, ovvero, più significativamente, in quanto ritenute perni del sistema economico-finanziario di riferimento. E questo, giusto o sbagliato che sia o che è stato!

Ma da cosa è dipeso sostanzialmente la crisi dei mercati di riferimento? E perché, nel caso dell’ultima crisi, a livello di USA e Europa, è stato fatto il paragone con la crisi del Ventinove e la conseguente fase di grave depressione dell’economia?

Resta immutato che, anche nella recente grande crisi finanziaria dell’occidente, l’equilibrio (del sistema) di un mercato è dato in generale dalla corretta determinazione del prezzo. Questa operazione, basilare, presuppone la disponibilità di una, altrettanto, corretta informazione. Nella recente crisi, l’informazione, e in particolare quella posseduta dalle banche, si è dimostrata nella migliore delle ipotesi carente se non assente. Ciò è stato determinato da una serie di cause o concause: crediti concessi in mancanza di adeguate garanzie, provvigioni e commissioni agli agenti rappresentativi sganciate dall’esito dell’affare, bilanci e contabilità poco trasparenti o truffaldini, operazioni condotte attraverso strumenti finanziari ad alto rischio quali cartolarizzazioni e derivati, assenza di regolamentazione delle attività finanziarie poste in essere, marketing over the counter, insider trading, trading algoritmico, etc.

Infine, un altro fattore ha poi inciso fortemente sulla crisi, fattore ricompreso nel concetto di “esternalità. Molti banchieri, e con loro soprattutto i politici di turno, hanno in pratica ritenuto che il sistema di leva finanziaria, che Stiglitz definisce American style, sarebbe stato in grado di svilupparsi autonomamente oltre il mercato produttivo dei beni e servizi. Come si vede, si è trattato di una pura e mera illusione, oggi pagata a caro prezzo, e soprattutto ingiustamente, da ogni singolo contribuente. In definitiva, occorrerà quindi ristabilire un equilibrio, che molto probabilmente si è rotto laddove solo si consideri che oggi la ricchezza produttiva mondiale, in termini di PIL, è inferiore di circa tredici volte al valore della ricchezza finanziaria.

 

 

 

Alle radici del welfare all’italiana

In questo breve saggio ripercorreremo le tappe relative alla genesi e allo sviluppo nel nostro Paese dell’attuale sistema di sicurezza e protezione sociale (welfare). Lo faremo, con particolare riferimento all’opera dal titolo Alle radici del welfare all’italiana. Si tratta di una ricerca commissionata nel 2004 da Banca d’Italia, scritta in forma di saggio da Maurizio Ferrera Valeria Fargion e Matteo Jessoula, edito da Marsilio e pubblicato in prima edizione nel novembre scorso.

Le origini e il periodo fascista

Il sistema di previdenza nasce, nel 1898, a capitalizzazione e su base volontaria, con la previsione di  “una forma di assicurazione volontaria contro i rischi di vecchiaia e invalidità per i lavoratori dipendenti” (RWI, 30), ovvero “circa due milioni di operai industriali e circa nove milioni di lavoratori dipendenti agricoli”, e la possibilità d’iscrizione “anche per gli artigiani e i coltivatori diretti entro una certa soglia di reddito, oltre alle donne di famiglia operaia che svolgessero mansioni domestiche” (RWI, 35).  Il sistema, tuttavia, non si alimenta e quindi fallisce rapidamente per svariate ragioni, tra le quali occorre evidenziare: “l’esiguità delle risorse volte a finanziare le prestazioni, l’assenza di contribuzione obbligatoria a carico dei datori di lavoro, il modesto concorso dello Stato, nonché il basso livello delle retribuzioni dei lavoratori manuali che non consentiva agli stessi di effettuare i versamenti necessari; la diffidenza della classe operaia, sostenuta dalla propaganda socialista, verso la previdenza pubblica e la concorrenza delle casse mutue indipendenti; la scarsa propensione della previdenza da parte degli operai e dei contadini meridionali” (RWI, 37).  Si rende pertanto necessario un processo d’intervento, che nel 1919 porta all’istituzione di un modello di tipo bismarckiano-occupazionale e non di tipo beveridgeano-universalistico, viceversa adottato nelle democrazie liberali di stampo anglosassone oltre che nei Paesi scandinavi del nord-Europa.

In generale, e ancor più con l’avvento del regime fascista, il modello originario di welfare all’italiana riflette il sistema della società cattolica e patriarcale del tempo e, nel complesso, mira quindi a:

  • proteggere dal rischio di vecchiaia;

 

  • garantire il lavoratore dipendente (per l’epoca in corso, praticamente di sesso maschile tranne rarissime eccezioni) e, almeno nella fase iniziale, con retribuzione non superiore alle 350 lire mensili.

 

  • mantenere (e implementare) i fondi autonomi di categorie professionali preesistenti; alimentando di fatto una distinzione tra classi di lavoratori, anche in considerazione dei principi fondamentali della previdenza fascista, che fissano: “concorso paritetico del datore di lavoro e dei lavoratori, coordinamento del sistema da parte dello Stato – tramite gli organi corporativi e le associazioni professionali”(RWI, 52);

 

  • tutelare, indirettamente, la famiglia (del paterfamilias) anche mediante un sistema di concessione di assegni familiari quali misure maggiormente compensative del rischio rispetto all’esiguità dei sussidi garantiti viceversa in fase di disoccupazione.

 

 

Il periodo della ricostruzione postbellica

La fase post-bellica, d’instabilità politico-istituzionale, crea le premesse per un necessario consolidamento dei sistemi sia politico che sociale, che beneficeranno entrambi, prioritariamente, degli aiuti economici previsti per l’Italia dal Piano Marshall (1948-1951).

In ordine al sistema di sicurezza e protezione sociale, la fase dell’immediata ricostruzione  comporta un sostanziale incremento della spesa pubblica, come si evince peraltro parzialmente dai dati riportati nella tabella seguente:

 

Assegni familiari

IVS

Disoccupazione

Anno Contributi Prestazioni Contributi Prestazioni Contributi Prestazioni
1943 5.017.188 5.203.886 2.590.782 932.116 272.546 123.278
1944 5.555.948 4.552.910 2.858.553 1.075.338 242.839 256.006
1945 9.102.980 9.686.387 4.892.422 4.372.810 350.656 471.490
1946 24.772.590 24.087.794 15.372.666 15.239.163 4.461.576 2.226.326
1947 70.222.763 68.631.255 35.590.065 41.590.054 13.893.903 6.694.262
1948 108.555.484 108.790.543 69.110.732 47.161.500 22.053.495 30.294.261

Fonte: INPS (1950). In corsivo i valori per i quali si registra un deficit nella cassa/gestione (RWI, 92). Dati espressi in migliaia di lire.

L’equilibrio del sistema è mantenuto attraverso l’applicazione del meccanismo di ripianamento del deficit di gestione, relativo all’anno corrente, mediante le entrate contributive  realizzate nell’anno finanziario successivo. L’applicazione del meccanismo in questione rafforza e consolida l’adozione del criterio politico di spesa a ripartizione, criterio ispirato maggiormente dalla previsione dell’art. 38 della Costituzione: “Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera”.

Gli anni Cinquanta

1)      Il sistema IVS

La seconda fase (1948-1957) del periodo post-bellico consegna al sistema di welfare vigente sostanzialmente tre acquisizioni:

a)      il sistema di tutela della vecchiaia è gestito con il criterio a ripartizione;

b)      è garantito un assegno minimo di pensione a tutti i lavoratori; attraverso il ricorso alla fiscalità generale e non alla contribuzione;

c)      il sistema di protezione è allargato e completato anche nei confronti dei lavoratori autonomi.

Con l’entrata in vigore della legge n. 218/1952, viene istituito un nuovo “Fondo per l’adeguamento delle pensioni” (al posto delle gestioni FIAS, FSS e “disoccupazione” e “tubercolosi” dell’INPS), finanziato da contribuzione – in misura percentuale invariata e in origine in misura pari al 9% della retribuzione – per il 50% a carico del datore, il 25% a carico del lavoratore e il restante 25% a carico dello Stato. L’importo delle pensioni minime è posto a carico dello Stato, in misura pari a 42.000 lire per i pensionati di età inferiore a 65 anni; per gli altri, invece, in misura pari a 60.000 lire. Il diritto a pensione è condizionato al possesso del requisito minimo di anzianità contributiva, fissato in misura pari a 15 anni. E tuttavia, pur al di sotto di questa soglia minima, il sistema prevede comunque la concessione di una sorta di “pensione sociale”. In sintesi: “alla fine degli anni Cinquanta solo il 3% delle entrate previdenziali sarà da attribuirsi alla componente a capitalizzazione” (RWI, 117).

Verso la fine degli anni Cinquanta, si registra una terza fase (1958-1960), d’inizio espansione, determinata soprattutto dalla strategia di ricerca del consenso messa in opera dai partiti politici e dalle associazioni sindacali e professionali, soprattutto in prossimità di tornate elettorali, mediante politiche di sostegno che si concretizzano in erogazioni mirate a vantaggio di particolari gruppi e categorie sociali. In rapida successione, si assiste all’emanazione di una serie di provvedimenti normativi, tra i quali occorre in particolare segnalare:

a)      d.P.R. n. 17/1956: oltre a prevedere il nuovo “statuto per gli impiegati dello Stato”, il decreto istituisce il regime delle pensioni cd. baby per i pubblici dipendenti;

 

b)      legge n. 1047/1957: estende l’assicurazione IVS a tutti i lavoratori agricoli autonomi (coltivatori diretti, mezzadri e coloni). Il provvedimento stabilisce inoltre “di elargire la pensione, a fronte di un solo anno di contribuzione, a tutti i lavoratori oltre i 65 anni (e non i 70 anni, come nella versione originaria (del testo)”. Ma, quel che più conta è che è fissata ad esclusivo carico dello Stato una spesa di copertura delle prestazioni pari a 4,5 miliardi per il 1958 e in misura crescente fino a 26 miliardi previsti per il 1967: una misura, cioè, che “incrementa di circa il 19% l’onere complessivo in capo allo Stato per i dieci anni successivi – da 140 miliardi a 166,5 miliardi” (RWI, 141);

 

c)      legge n. 55/1958: sancisce l’aumento dell’importo delle pensioni e del livello dei trattamenti minimi da 40.000/60.000 a 78.000/114.000 lire annue, rispettivamente per i pensionati che abbiano meno o più di 65 anni di età;

 

d)      legge n. 463/1959: restando invariato il limite dell’età pensionabile fissato dalla legge n. 1047 già citata (65/60 anni), la tutela dell’assicurazione IVS è estesa anche alla categoria degli artigiani mediante la previsione di un finanziamento contributivo in parte a carico dei lavoratori (600 lire mensili) in parte, e senza specificazioni di sorta, a carico dello Stato. E’ evidente che una tale mancata previsione contribuirà anch’essa a implementare gli squilibri già presenti e quindi futuri del sistema di welfare all’italiana nel suo complesso.

 

2)      Tra Disoccupazione e Assegni Familiari

Agli inizi degli anni Cinquanta, i disoccupati sono circa due milioni; a cui si aggiunge un altro milione di lavoratori ad orario ridotto e oltre un milione di braccianti che lavorano saltuariamente (dal II Congresso CGIL di Genova, ottobre 1949).

Dal punto di vista occupazionale, invece, l’evoluzione della struttura del sistema di welfare all’italiana deve tenere necessariamente conto dello sviluppo su scala industriale dell’economia produttiva. Infatti, tra il 1951 e il 1961, circa due milioni di persone abbandonano il Sud d’Italia mentre i dati sull’occupazione registrano, nell’arco dello stesso decennio, un passaggio ed un incremento della forza produttiva dall’agricoltura (dal 45% al 30%) ad un’economia d’impresa, ripartita nei diversi settori dell’industria (dal 29% al 38%) e dei servizi (dal 26% al 32%).

Dal punto di vista del fabbisogno di spesa che muta, il prospetto della Tabella che segue, unitamente a quella già riportata in precedenza, ci consente un primo approfondimento.

Tabella – Settore Privato periodo 1951-1958

Anno

Vecchiaia

Invalidità

Superstiti

Totale pensioni

Assegni familiari

Disoccupazione

1951

71

26

8

105

157

24

1952

120

43

15

178

209

25

1953

139

49

18

206

273

24

1954

156

57

22

235

304

22

1955

178

66

25

269

324

25

1956

196

75

30

301

352

37

1957

214

84

33

331

378

36

1958

357

142

61

560

399

42

Fonte: Ferrera M., Il Welfare State in Italia. Sviluppo e crisi in prospettiva comparata, 1984 (RWI, 204)

 

I dati della sovrastante Tabella, espressi in miliardi di lire, confrontati con i dati della Tabella di cui alla pag. 2, espressi in migliaia di lire, dimostrano essenzialmente:

  • un incremento, anno per anno, addirittura esponenziale della spesa necessaria al fabbisogno; per fare un esempio, dal 1948 al 1958: la spesa per IVS passa da circa 47 (spesa complessiva) a 560 (spesa relativa al solo settore privato) miliardi di lire; la spesa per Assegni familiari da circa 108 (spesa complessiva) a 399 (spesa relativa al solo settore privato) miliardi di lire; infine, la spesa per Disoccupazione da circa 30 (spesa complessiva) a 42 (spesa relativa al solo settore privato) miliardi di lire.

 

  • una redistribuzione percentuale della spesa necessaria al fabbisogno, che incrementa di molto la spesa per Pensioni, riduce la spesa per Assegni familiari e sostanzialmente azzera la spesa per Disoccupazione; anche qui, facendo lo stesso esempio dal 1948 al 1958: la spesa per IVS passa dal 25% (spesa complessiva) al 56% circa (spesa relativa al solo settore privato); la spesa per Assegni familiari dal 59% (spesa complessiva) al 40% circa (spesa relativa al solo settore privato); infine, la spesa per Disoccupazione dal 16% (spesa complessiva) a solo il 4% circa (spesa relativa al solo settore privato).

 

Gli anni Sessanta

1)      Il sistema IVS

Dal punto di vista del sistema di welfare, i primi anni Sessanta si caratterizzano principalmente ancora attraverso un fenomeno espansivo della spesa di fabbisogno, come testimoniato dal grafico sottostante.

Incremento della spesa per pensioni di vecchiaia e superstiti, 1958-1963

 La_città_dell'uomo[1]

Fonte: elaborazione su dati Ferrera (1984) (RWI, 233)

La crescita economico-produttiva diventa presupposto soprattutto per l’implementazione delle prestazioni garantite, con la possibilità di estendere i diritti già riconosciuti anche ad altre categorie di beneficiari. Tramonta invece definitivamente la possibilità di trasformare il sistema orientandolo ad una prospettiva di tipo universalistico e non occupazionale.

Nel dettaglio, si prevede in generale di: estendere a tutti i lavoratori già garantiti un maggiore livello di pensione minima, ampliare il coefficiente di base per il calcolo del trattamento di pensione, innalzare l’aliquota contributiva di finanziamento delle prestazioni con la previsione di un maggiore onere a carico dello stato (legge 1338/1962, legge 1339/62, legge 9/63)

Anche nella seconda metà degli anni Sessanta, l’andamento economico della crescita, sia pure rallentato, spinge il potere politico-sindacale ad adottare misure comunque nel complesso espansive e solo temporaneamente restrittive.

In sintesi, vengono introdotte le pensioni d’anzianità anche nel settore privato ed estesa la copertura pensionistica obbligatoria ai commercianti (legge 903/1965, legge 613/1966); e solo successivamente la legge 238/1968 nel combinato disposto con il d.p.r. 488/1968, provvede all’abolizione delle pensioni d’anzianità, introdotte tre anni prima, ad aumentare la previsione della contribuzione di finanziamento della prestazione e soprattutto ad introdurre un metodo di calcolo del trattamento di pensione, per i soli lavoratori dipendenti, di tipo retributivo, anche se all’inizio poco generoso.

Prima del finire del decennio, la legge 153/1969 introduce una vera e propria riforma del sistema. In sintesi, prevede:

  • pensione sociale, per tutti i cittadini al di sopra dei 65 anni che versano in condizioni di bisogno, in misura pari a 156.000 lire annue per tredici mensilità;
  • l’aumento dei livelli minimi pensionistici;
  • l’intero finanziamento delle prestazioni, di livello minimo e sociale, a carico dello Stato;
  • la modifica dei parametri per il calcolo della pensione con il sistema retributivo, in modo da garantire, nel caso di 40 anni di contribuzione, nell’immediato il 74% della retribuzione pensionabile e invece l’80% della stessa a decorrere dall’1.1.1976;
  • l’adeguamento delle pensioni all’andamento dei prezzi.

Infine, gli anni Sessanta saranno forieri anche del provvedimento d’istituzione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria nel 1968 e della graduale trasformazione prima dell’indennità di licenziamento in indennità di anzianità, con la legge 604/1966 che garantisce il relativo trattamento a tutti i dipendenti privati e in ogni caso di risoluzione del rapporto di lavoro. Parimenti, nel settore pubblico, ciò avverrà con l’approvazione della legge n. 152/1968, in materia di trattamento di fine servizio (IPS) per i dipendenti del comparto sanità ed enti locali, e con il d.p.r. n. 1032/1973, in materia di trattamento di fine servizio (IBU) per i dipendenti civili e militari dello stato.

2)      Tra Disoccupazione e Assegni Familiari

La crisi economica del 1963-64 si riflette in ambito di settore e si comprende meglio attraverso quanto si legge “nel Progetto di programma di sviluppo economico per il quinquennio 1965-1969, approvato dal Consiglio dei ministri il 2 giugno 1965:

La tutela della disoccupazione, che dovrà fornire ai lavoratori mezzi di sussistenza adeguati in attesa di una nuova occupazione, costituisce un aspetto sussidiario dei problemi generali di politica economica e sociale relativi alla piena occupazione e all’addestramento professionale. In relazione alla politica di sviluppo e di occupazione perseguita dal programma, la spesa relativa a questa forma di tutela, che dovrà essere riordinata nell’intento di garantire soprattutto la uniformità delle prestazioni, subirà nel lungo periodo una diminuzione. Nel quinquennio 1965-1969 si prevede una spesa media annua pari a quella erogata nel 1963 (100 miliardi di lire)”(RWI, 270).

In breve, le leggi nn. 77/1963, 433/1964 e 833/1965 estendono la Cassa Integrazione Guadagni mantenendo inalterato per circa un decennio l’importo dell’Indennità ordinaria di disoccupazione: “la ratio è quella di garantire ai lavoratori agricoli un sostegno al reddito, per cercare di contenere l’esodo dalle campagne all’industria e le migrazioni interne, che continuano a caratterizzare il periodo, nonostante il rallentamento dell’espansione industriale (Ascoli, a cura di, 1984)” (RWI, 274).

Anche in materia di disciplina dei licenziamenti individuali e collettivi, il fine sostanziale diventa quello del mantenimento del posto di lavoro e, in ultima istanza, del salario. Così che la legge n. 604/1966 stabilisce che nelle aziende con più di 35 dipendenti la libertà di licenziamento è limitata solo alle fattispecie di giusta causa e giustificato motivo. Mentre la legge n. 1115/1968 istituisce la Cassa Integrazione Straordinaria. La costruzione del sistema, finalizzato alla tutela e al mantenimento del posto di lavoro, è poi completata con l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 20 maggio 1970) e in particolare la disciplina in materia di licenziamenti di cui all’art. 18.

Quanto al sistema degli Assegni familiari, all’inizio degli ani Sessanta la legge n. 1038/1961propone l’istituzione di una Cassa Unica articolata in otto gestioni contabili. Si tratta di un tentativo al fine di garantire un nuovo sistema di sicurezza sociale. Ma, come anticipato, anche in questo caso la crisi del 1963-1964 impedirà di proseguire per la via tracciata. In materia di Assegni familiari, una lunga serie di provvedimenti, dal 1965 al 1968, otterrà solo lo scopo di “rinnova(re) le tutele per carichi familiari verso uno stuolo di lavoratori che continuano a perdere il lavoro o a essere messi in cassa integrazione … Si innesta su questo filone l’estensione degli assegni familiari ai coltivatori diretti, coloni e mezzadri attuata attraverso la legge 14 luglio 1967, n. 585 ” (RWI, 314).

 

Le tendenze di lungo periodo

In estrema sintesi, per quanto indicato, nel corso di quasi trenta anni emerge un quadro tendenziale della spesa, dal 1951 al 1977, fino cioè all’approssimarsi dell’emergenza della crisi industriale post-fordista, di tipo espansivo ma anche frazionato, che produce cioè differenze di tutele e garanzie. E’ così evidente che il sistema di welfare all’italiana  contiene già in nuce gli effetti distorsivi che si appaleseranno in via definitiva nel corso degli anni Ottanta, prima che inizi il cammino di riforma, con la legge n. 421/92, e fino alla recente legge n. 214/2011 (Fornero), intrapreso al fine quasi esclusivo di ridurre il costante fabbisogno di spesa crescente. Lo stesso fabbisogno servito a tutelare e garantire un sistema politico di cosiddetti insiders a danno dei cosiddetti outsiders.

N.B.: l’acronimo “RWI” messo tra parentesi si riferisce al titolo del saggio Alle radici del welfare all’italiana edito da Marsilio 2012. Il numero che segue l’acronimo si riferisce invece al numero o numeri di pagina in cui il testo in corsivo è presente nel saggio medesimo.

 

Cittadini dell’Unione Europea

La storia recente dimostra a più riprese che persino il governo degli Stati Uniti d’America non è in grado di affrontare da solo le emergenze che, in ambito globale, si manifestano nel corso della nuova Era Tecnologica. Questo, già da tempo dovrebbe considerarsi un punto cosiddetto di non-ritorno (a sostegno della tesi,  in tempi più recenti: C. Crouch 2011, J. Habermas 2011, U. Beck 2012); ma come tale da più parti riesce purtroppo ancora difficile acquisirlo. Ed in generale anche all’interno dei paesi europei e a livello dei governi dei paesi che già fanno parte a pieno diritto dell’Unione Europea.

In termini di potere, la storia recente ha registrato innanzitutto l’ascesa di grandi potentati finanziari ed economici internazionali (soggetti giuridici privati, personali e collettivi) in grado di monopolizzare o almeno pesantemente condizionare in termini di democrazia la vita sia politica che economica dei cittadini di uno Stato o comunità. Nel tentativo di fronteggiare questi nuovi potentati, alcuni di questi stessi governi hanno proposto e sviluppato relazioni di tipo inter-governative o creato organismi e unioni di governo sovra-nazionali, in grado di esercitare un potere politico ed economico necessariamente più vasto e più forte. Fallito il progetto della costituzione europea, nel 2009 i paesi dell’Unione Europea hanno adottato il Trattato di Lisbona, allo scopo di semplificare e rendere più democratiche al proprio interno le procedure di decisione politica e nel contesto del periodo di emergenza internazionale adottare misure in grado di meglio fronteggiare la perdurante crisi economica e finanziaria. In breve, il Trattato di Lisbona ha rafforzato l’impianto democratico dell’organizzazione mediante il riconoscimento di nuovi diritti di azione ai cittadini e di co-decisione al Parlamento. Inoltre, ha attribuito nuovi e più ampi poteri d’intervento federale al Consiglio europeo, che è diretta emanazione del potere di ogni singolo governo nazionale. Con espressione, che direi molto efficace, si è parlato di una nuova architettura organizzativa e funzionale basata su un principio cosiddetto di “sovranità divisa fra cittadini e Stati” (C. Callies 2010).

E tuttavia la storia ancora incombente dell’ultima crisi finanziaria ha anche dimostrato che le linee di convergenza di politica economica adottate in sede di Consiglio dei ministri e di Consiglio europeo spesso si sono scontrate con le realtà, significativamente diverse, di ogni singolo paese in recessione. Sì che le diverse strategie necessarie per il ripianamento dei conti pubblici nazionali hanno di fatto impedito l’adozione a livello europeo di una politica monetaria comune, che potesse cioè andare bene per tutti gli Stati membri dell’Unione.

Questa considerazione, in effetti da sola può già bastare a porre la questione di fondo, che concerne piuttosto il modello politico e giuridico di Unione Europea che s’intende costruire e realizzare in maniera definitiva. Semplificando, potremmo concludere che l’alternativa di fondo è tra due diversi modelli: l’Europa dei cittadini o l’Europa degli Stati. Ad oggi, il modello di organizzazione e funzionamento garantisce una certa preminenza del diritto dell’Unione Europea sul diritto dei singoli Stati-membri, che sono sempre più spesso chiamati ad un’operazione di mera ratifica delle decisioni comunitarie. In definitiva, si tratta piuttosto di superare questo assetto di sovranità divisa e attraverso istituzioni direttamente rappresentative della sovranità dei cittadini, come ad esempio il Parlamento, concepire quali unici soggetti legittimanti soltanto gli individui che sono cittadini dello Stato e dell’Unione (A. von Bogdandy). Individui, che non si sentono ancora cittadini dello Stato e dell’Unione e che quindi è auspicabile imparino presto ad esserlo.

Il Paradiso dell’Apparato

In uno dei suoi ultimi saggi, Capitalismo senza futuro, Emanuele Severino ripropone la tesi del superamento del Capitalismo ad opera della Tecnica, termini che lui propone con la maiuscola, sottolineando in particolare che “il capitalismo va verso il tramonto non per le contraddizioni che il marxismo ha creduto di trovarvi, ma perché l’economia tecnologica va emarginando l’economia capitalistica”. E tuttavia, quest’oltrepassamento è, dal filosofo,  ascritto anch’esso nel de-stino della Follia dell’Occidente, in quanto non escluderebbe la realtà del rovesciamento di mezzo e scopo. In altri termini, il filosofo ritiene che sia impossibile, anche per la Tecnica, eliminare la contraddizione che rende l’uomo folle e che viceversa può essere eliminata solo mediante il possesso certo della Verità.

L’opera ultima di Severino è, direi, tra le sue, una tra quelle di più facile lettura, senz’altro al passo con i tempi di crisi che stiamo vivendo, tempi che testimoniano il passaggio, per così dire, da una globalizzazione politica ad una economica e da questa ad una tecnologica, solo in parte già presente.

Quel che mi divide dal giudizio di Severino, è la possibilità che l’uomo sia o possa trovarsi nella certezza della verità, come egli viceversa afferma da tempo, senza tuttavia riuscire a renderne mai esplicito il contenuto; tanto che il termine stesso, verità, assume una valenza del tutto tautologica e resta pertanto privo di qualsivoglia contenuto. Ma c’è di più: a tale proposito, sulla scia del tentativo di Hilbert, posto che la realtà sia identificabile, anche solo attraverso i numeri, cosa che peraltro rende superfluo l’uso di ogni altro linguaggio tradizionale, i due teoremi dell’incompletezza di Godel dimostrano una volta per tutte che: a) all’interno di un sistema formale una proposizione non è dimostrabile né refutabile, cioè vera b) se un sistema formale è coerente è impossibile dimostrare questa proprietà; se è incoerente, la dimostrazione  è viceversa sempre possibile, quasi per definizione del termine (stesso) incoerente.

Se come dice Severino, e qui mi trova d’accordo, “l’Apparato planetario della tecno-scienza non produce soltanto il deperimento dell’esser uomo, ma ne è anche l’inveramento supremo”, allora ne consegue anche che l’uomo, costretto nel proprio isolamento dalla terra, inseguendo il proprio de-stino, si serva della Tecnica per il raggiungimento dello scopo supremo, che viceversa Severino -argomentando del rovesciamento da mezzo a scopo – riconduce in via antitetica ed esclusiva all’Apparato scientifico-tecnologico.

In vista della realizzazione di “un Paradiso artificiale nel quale eliminare definitivamente la conflittualità religiosa e ideologica e soddisfare i bisogni dell’intera umanità, sia ‘individuali’ che ‘spirituali’”(Dario Smizer).

Salerno, 11 dicembre 2013

Angelo Giubileo

 

 

Profilo dell’autore

Avvocato, esperto di previdenza obbligatoria e complementare. Già cultore della materia presso le cattedre di Filosofia del diritto, Teoria dell’interpretazione e Logica giuridica all’Università degli Studi di Salerno. Socio fondatore dell’ Associazione Nazionale per la Rosa nel Pugno e collaboratore per il gruppo parlamentare della Rosa nel Pugno. Attualmente è responsabile di processo INPS, consulente di fondi pensione e editorialista di Pensalibero.it. Tra le sue pubblicazioni: Etica della conoscenza (Salerno, 1999), I fondi pensione nel pubblico impiego (Giubileo-Sarti, Parma 2003), Conviene aderire a Espero? (Giubileo-Sarti, Parma 2006), Terzo Rapporto INPDAP sulla previdenza complementare (AA.VV., Roma 2011).

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