Riflessione sullo scritto di Alfonso Conte “La rivolta popolare di Eboli (4-8 maggio 1974)” (di Piero Lucia)

10258130_691188834277451_1350429959008805163_oNel maggio 1974 l’improvvisa decisione del governo di spostare l’investimento auto di Fiat, inizialmente previsto ad Eboli, nella Piana del Sele, con una occupazione stimata in oltre 3000 persone, a Grottaminarda, in provincia di Avellino, diede luogo ad una spontanea e violenta protesta popolare che si materializzò, in 4 giorni di lotta ininterrotta, nell’occupazione delle strade interne di collegamento e della stessa autostrada Salerno – Reggio Calabria.

Fu una rivolta che, riesumando le precedenti forme, già sperimentate, di lotte bracciantili, divise plasticamente in due il Paese.

Una protesta, rabbiosa, esplosa in relazione ad un solenne impegno del Governo, poi venuto meno, vissuta, immediatamente, come oltraggio insopportabile da parte dei cittadini di quella comunità.

L’ennesima occasione di impegni assunti a cuor leggero e poi venuti meno, in spregio alle attese ed alle speranze di un’area territoriale e di una comunità che già iniziava a percepire l’inizio dell’inversione di un ciclo economico positivo antecedente e che si era manifestato, con crescita consistente di salari e di consumi, durante il grande boom economico degli anni 60.

Il contesto d’insieme in cui s’inquadra la vicenda è stato ricostruito, in maniera accurata nella sua pubblicazione da Alfonso Conte, a cui va riconosciuto il merito di aver sgombrato il velo di un lungo silenzio accumulato.  Più aspetti e tesi presenti nel volume – in specie a proposito della descrizione dello scontro a quel tempo esploso tra i diversi potentati della DC campana, tesi ad intercettare risorse d’investimenti industriali consistenti per i loro rispettivi territori di riferimento, sono da condividere senz’altro. Oltre a quanto già scritto, a me pare che c’è da considerare ulteriormente il fatto che il contesto d’insieme era condizionato fortemente dai cambiamenti del quadro politico nazionale quali s’erano materializzati in precedenza, nel 1972.

S’era determinata infatti allora una secca svolta a destra nella direzione politica del paese, con la formazione del Governo Andreotti- Malagodi, nel mentre s’era arrestata la fase di avanzata progressiva della sinistra, ed in specie del PCI, registrata nelle tornate elettorali precedenti.

Al Governo Andreotti -Malagodi era poi succeduto il Governo di centro sinistra, guidato da Mariano Rumor,  costituito da una coalizione DC, PSI, PSDI, e con l’appoggio esterno del PRI.

Ulteriore elemento di rilievo, forse il principale, era quello verificatosi a livello internazionale, con l’esplodere della crisi petrolifera ed il vertiginoso aumento del prezzo del petrolio, che aveva inciso in maniera potente sulla tenuta e la capacità competitiva del sistema industriale dei paesi maggiormente sviluppati. L’inedito processo iniziava di converso ad introdurre- per la prima volta- interrogativi e quesiti sulla bontà e la non scalfibilità del modello di sviluppo adottato ormai da tempo nei paesi ad avanzato sviluppo industriale, ruotanti intorno all’insostituibile ruolo del petrolio. Era stata devastante la vicenda del 1973, con l’accentuarsi della crisi energetica susseguente al conflitto esploso tra arabi ed israeliani

L’Italia era stata investita in pieno e frontalmente dall’esplodere di queste contraddizioni nuove. Per fronteggiare ed isterilire, al meglio, l’impatto della crisi, con il vertiginoso aumento del prezzo del petrolio che ne era derivato, vennero adottate scelte rivolte al deprezzamento ed alla svalutazione della lira, in modo da favorire le esportazioni delle aziende industriali nazionali, assieme a scelte contestuali di misure rivolte all’immediato risparmio energetico ( le domeniche a piedi).

In genere comunque si ritenne che si trattasse di una delle cicliche fasi di crisi dell’economia, già più volte vissute nei decenni precedenti, e che l’andamento ascendente e virtuoso della produzione e dei consumi sarebbe ben presto ritornato nella norma. Non fu colto a pieno l’elemento di sostanza, il salto di qualità determinato, ovvero che iniziava a mostrare le sue profonde crepe e le sue gracilità un meccanismo di sviluppo da più parti considerato eterno e inalterabile, il migliore tra quelli che si potesse realizzare.

Soltanto poche voci si staccarono dal coro, iniziando a valutare l’opportunità di perseguire strade altre, alternative e in buona parte inedite. Appariranno allora, per la prima volta, parole d’ordine nuove ed originali, oltre a quelle del ricorso obbligato al risparmio energetico, dell’ecologia e della maggiore tutela dell’ambiente, insieme alla ricerca di nuove e diverse fonti alternative. Espressioni che inizieranno a circolare sempre più di frequente nel linguaggio corrente e che, in più di una circostanza, daranno luogo all’emersione di nuovi conflitti e contraddizioni, tra rigida difesa del lavoro, per come esso era, anche quando produceva inquinamento, e difesa della salute e dell’ambiente.

In realtà, comunque, politiche di risparmio energetico obbligate vennero varate da tutti i paesi maggiormente industrializzati e sviluppati del pianeta.

Non è pertanto ininfluente l’insieme di queste novità nell’indurre la Fiat a ridimensionare i suoi antecedenti piani di sviluppo ed a puntare non più sull’auto nella stessa quantità di volumi produttivi, quanto piuttosto su linee di produzione e prodotti parzialmente alternativi, seppure sempre incentrate sul sistema nazionale del trasporto.

In ogni caso è allora che il Governo Rumor inizia a valutare diversi percorsi di sviluppo produttivo alternativi, a cominciare dall’avvio di un piano nazionale di costruzione di centrali nucleari.

Per tentare di completare il quadro fin’ora tratteggiato è il caso di aggiungere il persistere di una fortissima tensione nel paese, una condizione di trascinamento persistente della “ strategia della tensione”, che si arricchiva di nuovi capitoli come quello del rapimento Sossi, episodio purtroppo non circoscritto ed isolato in quanto tale. Ed ancora e soprattutto c’è da considerare che poco più avanti rispetto ai fatti ricordati in questa circostanza, più o meno negli stessi frangenti temporali, verranno scritte ulteriori pagine amare e dolorose della nostra recente storia nazionale, dalla strage di Brescia all’attentato al treno Italicus a Bologna. Una scia dolorosa di sangue, di dolore e distruzione, i cui ispiratori resteranno in genere impuniti.

I fatti di Eboli, senza dubbio gravi, pur tuttavia, di fronte alle periodiche esplosioni di rabbia incontrollata che hanno punteggiato ciclici passaggi della storia unitaria del Paese e in specie del nostro Mezzogiorno, costituiranno un’evidente anomalia.

Non si verificheranno infatti allora, a differenza di ciò che in precedenza è già accaduto a Battipaglia, a l’Aquila ed a Reggio Calabria, città protagoniste di rivolte d’ispirazione campanilista ed eversiva, episodi di violenza inconsulti ed incontrollati contro le Istituzioni e l’insieme del sistema dei Partiti. Né saranno i Sindacati il bersaglio violento della rabbia popolare. Il piano, auspicato,  ovvero lo sfarinamento della tenuta democratica, perseguito da gruppi reazionari ed eversivi, pur attivi nella fase iniziale dei moti ricordati, non si realizzerà.

Si può anzi rilevare, col dovuto distacco oggi consentito dal tempo che è trascorso, che in quella circostanza i Sindacati e le stesse forze della sinistra storica manifesteranno grande responsabilità, maturità, serietà, autorevolezza, capacità di direzione.

Interverranno direttamente nella contraddizione esplosa, riuscendo ad impedirne la deriva.

E risulteranno decisive, mettendo con decisione in campo la forza organizzata del movimento sindacale campano, in specie tramite la FLM, da un lato nel sostenere e fare proprie le ragioni di una lotta i cui contenuti di sostanza sono giusti, e poi nel convogliare il movimento, esploso ed in procinto di poter degenerare diventando violento ed incontrollato, nell’alveo di una lotta civile e democratica. Un ancoraggio ed una continuità col carattere ed il senso di lotte popolari e  democratiche, partecipate e consapevoli, che si collegavano idealmente a quelle già vissute in passato nei territori della Piana.

Se c’è una distinzione da segnalare rispetto all’accurata e seria ricostruzione dei fatti proposta da Alfonso Conte, essa consiste proprio nel ruolo e nella funzione da assegnare, in quella particolare circostanza, al Sindacalismo Confederale ed alle stesse organizzazioni della sinistra storica salernitana e campana.

Una ricostruzione più equilibrata e approfondita, su questo aspetto, eviterà il rischio dell’unilateralità e di una lettura dei fatti che potrebbe alla fine, in parte almeno, risultare piuttosto sbilanciata e ingenerosa.

Non sempre, negli anni a venire, in verità, si sarà in grado di dimostrare la stessa capacità d’analisi delle tendenze in atto e di lucidità d’intervento nel modo di relazionarsi ai fatti che si svolgono nel mondo che c’è intorno, ai tanti e aggrovigliati problemi che in esso si muovono incessanti.

Più avanti non di rado indubbiamente si smarrirà, almeno in parte, la capacità di tempestiva comprensione e di capacità d’azione preventiva e di contrasto alle diverse dinamiche che si metteranno in moto. Ci si vuol riferire in specie all’accelerazione dei processi di deindustrializzazione ed alle ulteriori lotte che si svilupperanno in difesa delle industrie e del lavoro.

Episodi ulteriori che confermano il fatto che giusta e corretta fu l’azione delle forze sociali, potente collante dell’unità popolare e in specie del mondo del lavoro, decisiva garanzia  della civile convivenza e della democrazia. I blocchi stradali andavano rimossi, assolutamente. A tale scelta non c’era alternativa. Protraendosi ancora quella situazione, sarebbe prevalsa senz’altro l’opzione del ricorso all’uso della forza da parte dello Stato, determinando- di conseguenza – un ulteriore frustrazione, ed un senso amaro di resa e d’impotenza, che si sarebbe sommato alle tante precedenti sconfitte e delusioni.

La situazione odierna è certo oggi assai diversa. Per più versi essa è anzi addirittura ulteriormente peggiorata. Nel mentre, come è stato opportunamente ricordato nelle importanti relazioni stasera presentate e nei vari interventi che si sono succeduti, nel 1974, la disoccupazione media si aggirava intorno al 6,7%, essa è oggi globalmente quasi raddoppiata, sfiorando il tetto del 12%. Essa si configura, in specie nel mezzogiorno del Paese, in larga prevalenza, come disoccupazione giovanile e femminile, con una forza lavoro potenziale ben più qualificata di quella di quel tempo. Un mondo , per lo più sommerso e silenzioso, che appare privo di qualsiasi, incoraggiante prospettiva. Conclusa la stagione dell’intervento straordinario, e quella in larga parte andata in crisi dei “poli di sviluppo”, è acuta, urgente e indifferibile la necessità d’imboccare una strada diversa e innovativa. Il Sud, pressoché scomparso dalle cronache della stampa e dal dibattito politico e culturale nazionale, deve dotarsi con urgenza di un nuovo progetto di sviluppo produttivo, individuando una diversa via per tentare finalmente di arginare e battere un declino già scritto e che oggi  per più versi continua ad apparire inesorabile. Non è questa evidentemente l’occasione per avviare una discussione approfondita in tale direzione. Si può forse soltanto anticipare, come puro richiamo ad un possibile capitolo, tutto da scrivere e da riempire nell’articolazione dei suoi interni contenuti, che bisogna agire con urgenza, ed in maniera per così dire preventiva, facendo in modo che, nel prossimo futuro, non abbiano più da registrarsi, nuove esplosioni di rabbia e di sdegno improvvise, disperate e incontrollate. In tal senso una rinascita ed un nuovo sviluppo non può prescindere dal rilancio del tema della cultura e della sua valorizzazione, diffusa e capillare, nelle sue distinte forme ed espressioni, dal tema della difesa dell’ambiente e della sua tutela e promozione, dalla massiccia promozione del grande patrimonio archeologico, ancora troppo poco valorizzato, promosso, conosciuto. Un nuovo capitolo d’elaborazione e d’azione, che per più ragioni a me pare di stringente valore e attualità, su cui obbligatoriamente ritornare, in ben altro modo e meglio, in altra, futura circostanza.

PIERO LUCIA

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