La quarta guerra di Gaza serve sia a Israele sia ad Hamas (da Limes – 18.07.2014)

Netanyahu con i bombardamenti e l’invasione di terra, il movimento palestinese con i razzi: i due protagonisti della nuova crisi nella Striscia hanno tutto l’interesse a perpetuare lo status quo.di Umberto De Giovannangeli

[Gaza, macerie dopo i bombardamenti. Fonte: People’s Daily]

Immagini da Israele e dalla striscia di Gaza.

Bombe, razzi, droni, artiglieria pesante, fanteria. Ancora: la conta dei morti, in grande maggioranza civili palestinesi, tanti i bambini. 

Di nuovo i proclami: “Per Hamas è la fine”, e dall’altro versante: “Israele ha aperto le porte dell’inferno”. Che giorno è, che anno è….

La cronaca della 4ª guerra di Gaza, nome in codice “Margine Protettivo” (Protective Edge), sembra ricalcare le 3 precedenti. Le dinamiche militari si ripetono, con poche varianti. 

Ciò che colpisce, in un continuum con le storie precedenti, è l’assenza di uno straccio di strategia politica che supporti le operazioni belliche. La guerra di Gaza, le guerre di Gaza contestano il famoso assunto di Carl von Clausewitz secondo cui “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. 

In questo caso, la guerra surroga la politica o, per meglio dire, riempie il vuoto lasciato dalla politica e, in aggiunta, dal miserevole agitarsi della diplomazia internazionale. Ecco allora il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affermare che l’obiettivo di Tsahal è quello di distruggere i tunnel attraverso i quali i miliziani di Hamas e Jihad islamica provano a infiltrarsi nello Stato ebraico, negando, Netanyahu, che il fine sia quello di abbattere il governo islamista imperante nella Striscia. 

C’è da credere a “Bibi” Netanyahu. C’è da credergli perché il premier israeliano sa bene – su questo sono chiari i rapporti dell’intelligence di Tel Aviv – che Hamas è ancora profondamente radicato nella società palestinese, soprattutto in quella della Striscia, e non è con la forza che potrà essere reciso, una volta per tutte, quel cordone ombelicale. Il primo ministro d’Israele ha letto i rapporti “top secret” dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno dello Stato ebraico.

Questi rapporti dei servizi evidenziano come un crollo di Hamas non favorirebbe la leadership moderata, e sempre più infiacchita, di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ma lascerebbe campo libero alla nuova nebulosa jihadista che ambisce a fare della Palestina un pezzo del “Califfato islamico” realizzato sulla dorsale Mosul-Aleppo. Pressato dai falchi al governo – l’asse Lieberman-Bennett – Netanyahu deve mostrare di non aver perso lo spirito combattivo; dunque torna a calzare l’elmetto, e lo fa dopo aver cementato il matrimonio d’interessi con il presidente-generale dell’Egitto, quel Abdel Fattah al Sisi che, se possibile, odia Hamas (alleato dei Fratelli musulmani egiziani) più del premier d’Israele. 

Sul fronte opposto, Hamas “usa” la guerra per provare a risollevare il proprio credito nel composito ed eterodiretto fronte della Resistenza palestinese. Un credito che si era fortemente ridotto in questi ultimi tempi, fiaccato dalla concorrenza sempre più agguerrita dei salafiti e dal venir meno di alleati munifici, come i Fratelli egiziani ma anche Teheran e Arabia Saudita. Ha ragione in questo Janiki Cingoli, direttore del Centro per la pace in Medio Oriente. 

Dice Cingoli: “L’incertezza israeliana è dovuta alla mancanza di una qualsiasi prospettiva accettabile: rioccupare stabilmente o comunque per un lungo periodo Gaza non è considerato possibile o comunque tollerabile, per l’alto numero di morti delle due parti che ne scaturirebbe, ma soprattutto per la necessità di riprendere a controllare e a farsi carico di quella popolazione, di oltre un milione e mezzo di abitanti.” 

Così come “la stessa scelta di porre termine al controllo di Hamas su Gaza, annientandone la struttura, creerebbe il problema di cosa può avvenire dopo, di chi potrebbe esserne il successore. Certamente non Fatah e l’Anp: Mahmoud Abbas mai potrebbe accettare di essere reinsediati al potere a Gaza dall’esercito israeliano”. 

L’offensiva terrestre voluta da Netanyahu non risolve questa incertezza, ma ne è una componente. A ben vedere, la guerra di bassa intensità serve sia al governo in carica a Gerusalemme sia ai “padroni” dimezzati della Striscia. La guerra li rilegittima reciprocamente, spazzando via tutte le posizioni intermedie, tarpa le ali alle sfiancate “colombe”. La guerra ricompatta, tranne voci isolate e sempre più flebili, le opinioni pubbliche dei due campi, nella paura le rassicura, alimenta la psicologia nazionale israeliana, un “popolo in trincea permanente” circondato da entità ostili, come rilegittima Hamas quale campione indomito della resistenza all’”entità sionista”. 

In questo schema, la popolazione civile di Gaza è oggetto-soggetto del cinismo di Hamas. Oggetto, perché ostaggio di scelte su cui non può influire. Soggetto, perché, nonostante finanziamenti tagliati sull’asse Cairo-Riyad (ma resta il portafoglio del Qatar), a Gaza funziona ancora il “Welfare verde” di Hamas: quella rete di associazioni caritatevoli che hanno sempre garantito alla costola palestinese della Fratellanza un seguito di massa nella società civile palestinese, anzitutto nei suoi settori più deboli. 

Gaza, dunque, non è solo assediata (e ora invasa) dall’esercito israeliano. Gaza è ancora prigioniera di se stessa. Ieri come oggi, siamo condannati alla conta dei morti, ai racconti dell’orrore, i bambini uccisi sulla spiaggia o mentre giocavano sul tetto di casa… e a registrare il vuoto colpevole della politica. Il cinismo è la cifra delle scelte compiute dalle due leadership, quella israeliana e quella di Hamas: un cinismo miope ma non per questo meno pericoloso. 

Con bombe e razzi, Netanyahu e i capi di Hamas (ai quali la guerra serve anche a mascherare i dissidi interni e la sempre più evidente lontananza del braccio militare, le Brigate Ezzedin al-Qassam, dalla direzione politica) provano a fissare il tempo, puntando a mantenere lo status quo che garantisce a entrambi una rendita di posizione. Ambedue – Israele e Hamas – si fanno forti dell’inesistenza della diplomazia internazionale, il cui fallimento è simboleggiato dagli innumerevoli tour in Terra Santa del segretario di Stato Usa John Kerry, puntualmente conclusisi con sconfortanti flop. 

La guerra di Gaza, così come la colonizzazione della Cisgiordania,dimostra che non ha più senso ripetere il mantra di una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Spazi, fisici e politici, per un vero Stato di Palestina, sono oggi pressoché inesistenti, per non parlare di una classe dirigente degna di questo nome e di questa sfida. Sia chiara una cosa: su ogni nodo strategico legato a un accordo globale – dai confini a lo status di Gerusalemme, dal controllo delle risorse idriche alla questione dei rifugiati – nel corso degli anni si sono definiti piani dettagliati, indicando compromessi possibili, mediazioni praticabili.

Non sono le idee a mancare. È la volontà politica e il coraggio di “osare la pace” andando anche controcorrente rispetto alla pancia di una nazione. Volontà e coraggio. Beni introvabili oggi a Tel Aviv come a Ramallah e a Gaza City.

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