Cultura in Italia: dieci luoghi comuni da cancellare (da Linkiesta – 03.07.2014)

(AFP PHOTO/Fabio Muzzi/Getty Images)

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«Ma allora per cosa combattiamo?». Inizia così, con la famosa frase che Winston Churchill pronunciò quando, durante la seconda guerra mondiale, qualcuno gli propose di tagliare i fondi destinati alla cultura, per difendere lo sforzo bellico, il rapporto di Symbola «Io sono cultura», sull’industria culturale italiana. Forse, tuttavia, sarebbe stato altrettanto appropriato iniziare con una frase, altrettanto eloquente, che soleva ripetere il Ministro della Propaganda del nemico nazista: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». Di bugie sulla cultura e sulla sua supposta improduttività, se ne sono sentite molte, in questi anni. E sono state ripetute talmente tante volte, ahimè, che abbiamo finito per scambiarle per verità. Ben vengano, quindi, le duecento e rotte pagine del rapporto di Symbola e Unioncamere, se il loro obiettivo è quello di smentirle una dopo l’altra.

«Con la cultura non si mangia»

La prima delle dieci bugie ha il copyright: a pronunciarla, infatti, fu l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, annus domini 2010. Destinatari della sua lapidaria sentenza, chi gli chiedeva ragione dei tagli dei trasferimenti alle attività culturali e dei mancati investimenti nella messa a valore del patrimonio storico-artistico italiano. In molti allora lo sbugiardarono, ma questo luogo comune ha ancora parecchio successo, quindi ci tocca ribadire il concetto: Le imprese del sistema produttivo culturale sono 443.458, il 7,3% del totale. A loro si deve il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia: 74,9 miliardi di euro. Che arrivano a 80 circa (il 5,7% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit.  Tutte queste realtà danno lavoro a un milione e mezzo di persone, il 5,3% della forza lavoro.

L'industria culturale in Italia

«Puntare sul turismo culturale non ci farà diventare ricchi»

Con tutto il rispetto per i camerieri, se investissimo davvero su turismo e cultura, ce ne sarebbe per tutti, dalle imprese che producono scarpe, al web designer. Il turista culturale che soggiorna in Italia è più propenso a spendere 52 euro al giorno per l’alloggio, in media, e 85 euro per spese extra, contro i 47 euro per alloggio e 75 per gli extra di chi viene per ragioni non culturali. Del totale della spesa dei turisti in Italia, 73 miliardi di euro nel 2013, il 36,5% (26,7 miliardi) è legato proprio alle industrie culturali.

Spesa turistica attivata dall'industria culturale

«La nostra cultura è il patrimonio storico-artistico. Punto.»

Posto che lo stato in cui versa Pompei (e il successo della mostra dedicata al sito archeologico partenopeo al British Museum) grida vendetta, se ci crogioliamo sulle nostre bellezze e sui nostri siti Unesco, siamo finiti. La Cina, che può vantare più o meno lo stesso numero di patrimoni dell’umanità che abbiamo noi. Eppure, investe altrove, e tanto: nel cinema, con 558 lungometraggi prodotti nel solo 2012. O nell’editoria, con la pubblicazione, nello stesso anno di 370mila libri. Il Paese di Mezzo, peraltro, conta anche su 600 mila sale di lettura rurali e oltre 2.000 musei che non fanno pagare l’ingresso. Noi, invece, siamo il penultimo paese europeo che investe meno nell’istruzione. L’ultimo, per la cronaca, è la Grecia, altra realtà che fa del suo patrimonio storico il suo fiore all’occhiello. Che voglia dire qualcosa?

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