L’Italia vista dal Potomac, dopo il vertice europeo (da Linkiesta – 29.06.2014)

Angela Merkel e Matteo Renzi il 17 marzo a Berlino (ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

Angela Merkel e Matteo Renzi il 17 marzo a Berlino (ODD ANDERSEN/AFP/Getty Images)

  
Letti dalle sponde del Potomac i giornali italiani fanno ancor più impressione. Che cosa ha ottenuto Matteo Renzi dal vertice europeo? La Repubblica e il Corriere della Sera sono entrambi convinti della stessa cosa: lo scambio tra più riforme e più flessibilità, un gioco a somma positiva, win-win come dicono nei pensatoi di Washington. Può darsi che ci siano accordi presi dietro le quinte, parole segrete, giuramenti notturni con Angela Merkel, ma se non è così, allora le decisioni assunte finora andrebbero interpretate in modo un po’ diverso:

1) l’Italia rispetti le regole (tutte, dai parametri di Maastricht al six pack che realizza il fiscal compact);

2) l’Italia faccia le riforme strutturali che servono ad aumentare il prodotto potenziale grazie al quale il fiscal compact potrebbe diventare meno pesante. È una sequenza logico-politica; nessuna equazione, nessuno scambio. Tanto che la Ue non ha risposto alla richiesta formale del ministro dell’economia Pier Carlo Padoan di rinviare il pareggio del bilancio al 2016. O meglio, c’è una risposta tecnica non politica e, stando a quel che si sa, formalmente la data fatidica resta ancora il 2015. La Cancelliera, del resto, al di là della operazione simpatia, ha risposto a Renzi: «saremo più flessibili, come sempre».

La cancelliera Angala Merkel al Bundestag (Clemens Bilan/AFP/Getty Images)

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Visto dal Potomac, il binomio flessibilità-riforme andrebbe sostituito con il trinomio crescita, deflazione, debito. La relazione in questo caso è meno crescita, più deflazione uguale più debito. Dove il punto davvero critico è il primo. l’Italia è da tempo a sviluppo zero virgola; non solo, la recessione ha abbattuto la stessa capacità di crescere, così che per recuperare lo stesso livello ante-crisi ci vorrebbe una accelerazione del tutto irrealistica. «Il debito non è la sola preoccupazione dei mercati, tutti sanno che l’Italia ha un insieme di problemi che la rendono un ambiente difficile se non ostile per il business e non orientato alla crescita», ci spiega Nicolas Veron considerato da Bloomberg uno dei 50 più influenti economisti, cofondatore di Bruegel, il think tank di Bruxelles insieme a Jean Pisani-Ferry e ora visiting Fellow al Petersen Intitute for International Economs di Washington.

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