«Università-imprese: vi spiego come invertire la rotta» (da Linkiesta – 25.06.2014)

Photo by Oli Scarff/Getty Images

Photo by Oli Scarff/Getty Images

«A volte mi presento come “l’altro Tim Cook” o, peggio ancora, come quello falso». Se anche voi siete capitati in questo articolo convinti di aver a che fare con il Ceo di Apple, siete caduti nel medesimo errore con cui deve fare i conti, almeno da una decina d’anni, il nostro Tim Cook, guru mondiale del trasferimento tecnologico dalle università alle imprese. Ok, non è un tema interessante come il nuovo iPhone, ma aspettate due secondi prima di andarvene. Perché tra tutti i problemi e i ritardi dell’Italia – e delle sue università – c’è anche questo, e non è irrilevante: nelle università italiane si pubblica molto, ma si inventa poco: secondo uno studio econometrico dell’Imt (Institutions, Market, Technologies) di Lucca, sei pubblicazioni scientifiche su 100 pubblicate nel mondo sono italiane, ma se passiamo ai brevetti non superiamo il 3 per cento. In altre parole, e questa non è una notizia, le università italiane e il mondo imprenditoriale vivono su due pianeti diversi. La notizia, semmai, è che qualcuno, come VeneziePost, ci provi ancora e organizzi a Padova «Galileo Innovactors», il salone europeo del trasferimento tecnologico. O che uno come Tim Cook, che ad Oxford ha creato una macchina che brevetta e trasferisce tecnologie alle imprese più di quanto facciano tutte le università italiane messe assieme, decida di venire a parlarne.

«Giro il mondo proprio per questo – mi corregge, in realtà –,  per pubblicizzare il successo di Oxford affinché altre università facciano altrettanto. Per mostrare che è possibile, anche con poche risorse, anche se fino a quel momento non è mai stato fatto, che non è mai troppo tardi per far nascere una relazione positiva tra università e imprese».

Qual è la sua storia? Perché parlano di lei come del guru del trasferimento tecnologico?
Io sono diventato direttore di Isis Innovation nel 1997, nove anni dopo la sua fondazione, e ho lasciato l’incarico nel 2009. Isis Innovation nasce nel 1988, a seguito di una riforma di Margaret Thatcher, la quale intuì che bisognava dare alle università uno stimolo per produrre innovazione. La chiave fu offrire agli atenei i diritti di proprietà delle invenzioni, che fino ad allora appartenevano al Governo. In questo modo le università potevano commercializzarli, facendone una fonte di reddito.

Cambiare le regole ha cambiato le cose, insomma?
No, le regole non bastano. Nel caso di Oxford, perché non aveva soldi da investire per i brevetti che, soprattutto dopo il primo anno, sono molto costosi. Isis era finanziata da qualche donazione di industriali, più per filantropia che per reale interesse in quel che si produceva lì dentro, e i ricercatori sapevano a malapena che esisteva. Nel 1997, quando ne sono diventato direttore i membri dello staff erano solo tre e il budget era di 4.000 Sterline.

Come è arrivato all’Isis Innovation?
Mi sono laureato in fisica, specializzato in ingegneria criogenica e ho una qualificazione tecnica in strumenti meccanici e materiali. Tuttavia, dal 1972, quando ho lasciato l’università, mi sono occupato di dirigere imprese, sovente piccole. La più grande che ho diretto aveva poco più di 200 addetti, la più piccola 12. Nel 1990 ho litigato con il mio capo e ho conosciuto due ricchi investitori con cui abbiamo fondato un paio di aziende. Una di quelle, Oxford Asimmetry (ora Evotec) era uno spin off dell’Università. Quest’azienda andò molto bene e guadagnò fino a 300 milioni di Sterline. Da quell’esperienza, l’università ha guadagnato 11 milioni, senza averci investito nulla. A fronte di questo buon investimento l’università ha deciso che ero la persona giusta per rilanciare la loro attività di trasferimento tecnologico: «Abbiamo questo Isis Innovation e non sappiamo che farcene – mi hanno detto -. Ti andrebbe di aiutarci a farlo crescere»?

Come ci è riuscito?
Nei primi cinque anni ho fatto soprattutto due cose: convincere l’università a spendere soldi in brevetti da registrare e convincere i ricercatori a registrare brevetti. I primi anni, insomma, ho fatto più marketing interno all’università che esterno. Questo perché il segreto del successo dell’attività di trasferimento tecnologico è la fiducia dell’università. Altrimenti, il ritornello alla fine della canzone sarà sempre lo stesso: bello, ma non ci sono risorse.

Ha funzionato?
Ci abbiamo messo otto anni a seminare, prima di raccogliere più di quanto stavamo spendendo: tuttavia, siamo partiti da 40mila sterline di budget e oggi siamo a 3,1 milioni. Non solo: dal 2005 abbiamo cominciato a produrre utili e oggi Isis Innovation ridà all’università 6,8 milioni di Sterline. Questo per dire che non è il progetto di un anno.

Però poi la strada è in discesa…
No, è difficile ancora oggi: i ricercatori vanno e vengono, e bisogna continuamente convincerli della possibilità di collaborare con noi. È un circolo virtuoso che per non spezzarsi va continuamente alimentato. Se si ferma, la gente perde fiducia.

Come mai è così difficile convincere i ricercatori a lavorare con voi?
Devi partire dai loro presupposti: loro sono accademici, non imprenditori, e vogliono pubblicare. Devi spiegargli che se si focalizzano sul business e sul trasferimento delle loro invenzioni alle imprese, pubblicheranno di più.  Muovere l’università sul trasferimento tecnologico è come far muovere un elefante con un guinzaglio sottile. Devi guidarlo, ma quando frena non devi tirare troppo forte, altrimenti l’elastico si spezza.

Parliamo dell’elefante italiano: cosa servirebbe per replicare l’esperienza di Oxford?
La prima cosa: in Italia non c’è bisogno di incoraggiare la creatività, vi basterebbe evitare di sopprimerla. L’ambiente italiano è un ambiente che scoraggia, sfiduciato, pigro, nel quale sono costrette a muoversi persone con tante idee e tanta fiducia in quel che fanno. Non c’è dubbio che in tutte le università, italiane comprese, vi siano grandi attività di ricerca e qui in Italia c’è pure un background imprenditoriale molto creativo. Entrambi, peraltro, avrebbero da beneficiare dell’altro. Ciò che manca è il legame, e manca perché fiducia.

Clicca qui per leggere il resto dell’articolo

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...