Disoccupazione, i numeri fanno paura. Quella verità nascosta nelle statistiche (da l’Espresso – 16.06.2014)

DATAGIORNALISMO

Fermarsi a leggere solo il dato generale di chi non ha un lavoro è un errore: i numeri in nostro possesso mostrano  fenomeni meno noti, che interessano soprattutto donne e giovani. Mentre il titolo di studio sembra ancora l’unico antidoto al rimanere senza impiego. Naviga i nostri grafici interattivi

DI DAVIDE MANCINO
image                                             Una manifestazione del 2011 contro la disoccupazione giovanile

 

Quando si parla didisoccupazione la cosa più semplice è elencare il solito numero – i soliti due numeri – e fermarsi lì. Sono quelli che sono stati ripetuti negli ultimi giorni: il tasso di disoccupazione generale è al 12,6 per cento, quello dei giovani fra 15 e 24 anni è al 43,3 per cento. Al crescere dell’età le cose migliorano, certo, ma restano tutt’altro che confortanti.

Eppure la realtà è più complicata, e se si scava più a fondo nelle statistiche il quadro diventa forse ancora più buio: sicuramente più sfaccettato. Eurostat e Istat raccolgono informazioni sul lavoro anche a livello regionale, aggiornate al 2013; e sono dati che mostrano l’enorme differenza che esiste non solo fra paesi europei, ma anche all’interno degli stessi.

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Eppure, nel fare confronti fra paesi, i dati vanno guardati con prudenza. Il tasso di disoccupazione indica infatti quante sono le persone senza lavoro, ma solo fra quelle che un lavoro lo stanno cercando. Più di tre milioni, secondo le ultime stime: certo non un italiano su dieci o un giovane su due, come si sente dire ogni volta, ma comunque troppo.

Il paragone naturale è con i vicini spagnoli. Ma proprio inSpagna, che nella mappa della disoccupazione risalta come una grande macchia rossa, secondo la Banca Mondiale la partecipazione al mercato del lavoro è più alta – in particolare per le donne e nelle aree più povere. In questi gruppi, ovvero, sono molti coloro che dichiarano di essere alla ricerca di un impiego.

In Italia vale l’opposto: sono meno le persone che risultano alla ricerca di un lavoro e questo spinge il dato della disoccupazione verso il basso.

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