“QUALCHE CHIARIMENTO SU AL-SHABAAB, IL KENJA E LA SOMALIA” – I miliziani islamici sono meno pericolosi di quanto si pensi e puntano su obiettivi keniani per avere maggiore risalto mediatico. Gli interessi di Nairobi a Mogadiscio vanno ben oltre la lotta al terrorismo – di Nicola Pedde*

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[Carta di Laura Canali]

*http://temi.repubblica.it/limes/qualche-chiarimento-su-al-shabaab-il-kenya-e-la-somalia/62396

Due parlamentari somali sono stati uccisi a Mogadiscio il 21 e 22 aprile scorsi. La prima vittima è stata Isaq Mohamed Rino, assassinato facendo esplodere un ordigno posto sotto la sua auto, mentre il secondo, Isaq Mursal, è stato colpito dal fuoco di un commando mentre lasciava la propria abitazione. Entrambi gli omicidi sono stati rivendicati da al-Shabaab.

Un ordigno è esploso in una strada centrale della capitale, il 3 maggio, provocando la morte di 4 passanti e 3 poliziotti. L’obiettivo era un’auto del governo, e l’esplosione è stata provocata da un’autobomba parcheggiata al margine della strada.

È stato ben più grave il bilancio dell’attentato condotto a Baidoa il successivo 13 maggio, quando un’autobomba è esplosa nel centro della città nel tentativo di uccidere l’ex governatore locale, Abdi Fatah Gesey: 15 persone sono morte, molte altre sono rimaste ferite. Tra il 18 e il 20 maggio, invece, secondo un comunicato ufficiale dell’Amisom, forze aree non meglio specificate hanno colpito in due distinte sortite una base di al-Shabaab nei pressi di Jilib, nella regione del Medio Giuba.

Gli aerei, con ogni probabilità keniani, hanno colpito installazioni dove si ritiene fossero presenti esponenti di spicco dell’organizzazione terroristica, tra cui alcuni combattenti stranieri, provocando  – sempre secondo quanto comunicato dall’Amisom – almeno 50 morti tra i miliziani islamici. Ha seccamente smentito Abdulaziz Abu Musab, portavoce di al-Shabaab, secondo il quale l’incursione aerea avrebbe preso di mira alcune fattorie, provocando il ferimento di 5 civili.

L’operazione si inserisce nell’ambito di un’offensiva lanciata lo scorso marzo dall’Amisom contro le ultime roccaforti di al-Shabaab, essenzialmente localizzate lungo la costa tra le città di Mogadiscio e Kisimayo.

Obiettivo: indebolire ulteriormente la capacità dell’organizzazione, eradicare le sorgenti della sua economia e far cessare la serie di piccoli ma sanguinosi attacchi nella capitale e nelle altre città sotto controllo governativo.

Negli stessi giorni, le unità ugandesi inserite nel dispositivo militare dell’Amisom hanno ripreso il controllo della cittadina di Koroyel, a circa 250 chilometri dalla capitale, sconfiggendo la locale guarnigione di al-Shabaab e ripristinando in tal modo il controllo su un’importante area economicamente dedicata all’agricoltura e all’allevamento.

L’Uganda partecipa alle operazioni in Somalia con un contingente di circa 6 mila uomini, rappresentando in tal modo una delle principali forze combattenti della coalizione internazionale. Più volte, tuttavia, gli ugandesi hanno lamentato la difficoltà nel condurre le azioni terrestri a causa della scarsa copertura aerea disponibile in seno al dispositivo Amisom, chiedendo all’Unione africana di affrontare concretamente il problema.

Kampala aveva destinato 3 elicotteri d’attacco Mil Mi-24 delle proprie forze aeree a sostegno delle truppe in Somalia, ma nell’agosto del 2012, durante il volo di trasferimento, tutti i mezzi restarono coinvolti in un incidente di volo sul Monte Kenya. Non poterono essere sostituiti per ragioni economiche.

Il 24 maggio, infine, mentre nel parlamento somalo era in corso una seduta della commissione Difesa,  due forti esplosioni hanno anticipato un tentativo di irruzione di un commando di al-Shabaab all’interno del palazzo. Tutti gli assalitori vestivano uniformi di colore verde oliva, spesso utilizzate per confondersi con le forze di sicurezza dell’esercito somalo.

La reazione del corpo di guardia e dei militari dell’esercito somalo è stata immediata, impedendo l’accesso all’interno dell’edificio e riuscendo in breve tempo ad avere la meglio sui miliziani, che hanno lasciato sul terreno cinque uomini del commando, l’autista del mezzo esploso e il kamikaze all’ingresso.

Un militare somalo è stato ucciso nello scambio di colpi all’inizio dell’irruzione e un secondo sarebbe morto in conseguenza delle ferite riportate, mentre le due esplosioni ed il successivo scontro a fuoco hanno provocato 16 feriti.

Su nove vittime totali dell’attentato, sette fanno parte del commando: è la dimostrazione di come la capacità di al-Shabaab di condurre azioni militari di tipo tradizionale sia ormai estremamente ridotta, limitandosi la capacità essenzialmente agli attentati dinamitardi e alle esecuzioni mirate. La sorveglianza degli edifici pubblici e la capacità del dispositivo di sicurezza disposto dalle forze militari somale e dell’Amisom sono oggi efficienti e capillari.

Gli attentati degli ultimi mesi hanno dimostrato che nel confronto diretto con le forze di sicurezza al-Shabaab è raramente riuscito a penetrare all’interno degli obiettivi; i componenti dei gruppi d’assalto sono stati spesso uccisi nel luogo stesso di esecuzione.

L’attacco al parlamento del 24 maggio, così come quello al palazzo presidenziale lo scorso febbraio, ha invece sortito l’effetto politico e mediatico desiderato dalle milizie islamiche, alimentando le crescenti critiche al presidente per la gestione della sicurezza – che includono pesanti accuse di corruzione, connivenza con le milizie e malgoverno – e generando timore per una capacità militare che al-Shabaab, in realtà, non possiede più da tempo.

La capacità di al-Shabaab continua a essere fortemente sovrastimata in Europa, dove si considerano gli attentati che si susseguono in Somalia come un segno di vitalità e di rinnovata operatività. L’analisi di questi attacchi porta all’evidenza un quadro ben diverso, sebbene ancora costellato da vittime e da violenze sulla popolazione civile.

Con la cacciata da Mogadiscio e da Kisimayo, l’organizzazione ha subito un forte contraccolpo organizzativo e logistico: sono venute meno le risorse economiche ed è stata necessaria la ritirata in aree periferiche di scarso valore strategico.

Grazie all’endemica corruzione dell’amministrazione pubblica, alle altalenanti capacità di iniziativa delle forze dell’Amisom, e al crescere di contrasti tra i paesi della regione – primo tra tutti il Kenya – è stato concesso ad al-Shabaab di ricavarsi nuovamente uno spazio lungo la costa, a metà tra Mogadiscio e Kisimayo. Da qui il movimento ha potuto ancora una volta alimentare i propri traffici illeciti e il saccheggio degli aiuti umanitari.

Un errore tragicamente grave da parte dell’amministrazione somala e dell’Amisom, cui a più riprese si è cercato di rimediare conducendo operazioni militari nelle aree ancora sotto il controllo delle milizie islamiche. Queste, dal canto loro, con una capacità complessiva nettamente inferiore rispetto al passato, hanno definito una strategia di combattimento nuova, essenzialmente basata sulle piccole azioni di fuoco e sugli attentati dinamitardi.

Azioni gravi, e spesso mortali, ma di certo non connotate da un grado di pericolosità tale da far pensare che al-Shabaab sia una minaccia globale, o anche solo regionale.

La scarsità di fondi ha determinato un progressivo collasso numerico delle milizie, che sempre più spesso tendono oggi a reclutare giovanissimi o indigenti nelle aree rurali più povere. E sembra essere molto confusa la linea generale della strategia di fuoco dell’organizzazione.

Il grande dilemma di al-Shabaab resta sempre lo stesso: come gestire il rapporto con la popolazione? Visibilmente ostile al ruolo delle milizie islamiche, la società somala è stata oggetto di sistematiche vessazioni da parte di queste, sia durante il periodo in cui dominarono nella Somalia centro-meridionale, sia successivamente alla loro sconfitta.

L’esagerata e ingiustificata violenza adottata contro la popolazione soprattutto da “Godane”, l’attuale leader dell’organizzazione, rappresentò la principale ragione del rifiuto da parte di Osama bin Laden di concedere l’affiliazione alla rete qaidista. Affiliazione che fu al contrario prontamente riconosciuta da al Zawahiri alla morte dello storico leader, alla disperata ricerca di consenso internazionale per al Qaida, visibilmente in crisi.

In tal modo, tuttavia, si sancì anche il definitivo isolamento di al-Shabaab e il suo confinamento nel contesto somalo, senza effettive capacità di radicamento o cooperazione né con le cellule qaidiste della penisola arabica meridionale, né con quelle operanti nel Sahel.

Al-Shabaab è tornata a essere un’organizzazione terroristica locale, impegnata in una disordinata strategia di combattimento che sembra evolvere di continuo in cerca di un modello che possa combinare gli interessi squisitamente tattici con quelli strategici del rapporto con la popolazione. Impresa assai ardua, stante la modalità di gestione delle attività, ancora meramente limitata alla conduzione di grossolani attentati.

Primo bersaglio di al-Shabaab restano gli esponenti del governo federale e le forze dell’Amisom presenti in Somalia, che l’organizzazione cerca di colpire attraverso attentati dinamitardi o rapide azioni di commando, avendo perso la capacità di operare con unità di maggiori dimensioni ingaggiando combattimenti di tipo tradizionale.

Questa modalità di azione, con incursioni nelle principali città della Somalia centrale e nella capitale, ha tuttavia causato un crescente numero di vittime civili, inasprendo sempre più il già concreto risentimento verso le milizie islamiche. Ciò deriva anche dall’inesperienza degli attentatori, perlopiù giovanissimi alla ricerca di denaro, senza alcuna competenza tecnica o militare. Sempre più spesso restano essi stessi vittime degli ordigni che vanno a collocare.

Governo federale e Amisom hanno lanciato a partire dalla fine dello scorso marzo un’offensiva su larga scala, colpendo ripetutamente alcuni villaggi a sud di Merka e contrastando significativamente i flussi delle merci e delle armi dirette alle aree soggette al giogo dei miliziani. Sono aumentati gli attentati nei centri urbani, provocando così un numero crescente di vittime civili e inimicandosi sempre più la popolazione.

Questo stallo operativo non è rimasto senza conseguenze all’interno di al-Shabaab. Da giorni, infatti, si susseguono comunicati e interviste riportate dai siti internet più vicini alle milizie, in cui diversi esponenti indicano l’adozione di una strategia orientata maggiormente in direzione del Kenya, ritenuto l’elemento di maggior peso operativo all’interno dell’Amisom – sono infatti keniani i velivoli che a più riprese hanno colpito i villaggi della costa dove sono ubicate le strutture di al-Shabaab.

L’obiettivo primario dell’azione sono le infrastrutture turistiche della costa settentrionale e quelle delle organizzazioni internazionali e umanitarie, dove sono presenti in gran numero cittadini stranieri, che rappresentano il target primario delle azioni. Molte sono le ragioni che hanno spinto al-Shabaab a concentrare i propri sforzi sul Kenya.

L’esperienza del mall di Nairobi ha dimostrato come la visibilità mediatica delle azioni condotte in Kenya sia di gran lunga superiore a quella nazionale. Anche attacchi relativamente piccoli – quello delmall fu ingigantito dalla stampa per coprire le responsabilità gravissime delle forze di sicurezza nazionali – si trasformano in successi mediatici. Ma solo se l’organizzazione potesse attaccare i resort della costa il suo impatto assumerebbe proporzioni significative.

per continuare a leggere l’articolo integrale su temi.repubblica.it/limes vai a 

http://temi.repubblica.it/limes/qualche-chiarimento-su-al-shabaab-il-kenya-e-la-somalia/62396

27.05.2014

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