“UCRAINA, LA DANZA DEGLI OLIGARCHI” di Matteo Tacconi*

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[Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/14 L’Ucraina tra noi e Putin ]

*http://temi.repubblica.it/limes/ucraina-la-danza-degli-oligarchi/61702

Pochi miliardari controllano l’economia e la politica dell’Ucraina postsovietica, usando presidenti e primi ministri come marionette. Dopo Majdan, alcuni di loro stanno cercando di riposizionarsi. I clan di Donetsk, Dnipropetrovs’k e Kiev. Dal caos nuovi affari?

La crisi ucraina ha costretto i due oligarchi che negli anni passati avevano più d’ogni altro lubrificato la macchina del Partito delle regioni, la formazione dell’ex presidente Viktor Yanukovich, a schierarsi con il blocco nazionalista che ha preso il potere a Kiev. 

Sia Rinat Akhmetov che Dmytro Firtaš, l’uomo in assoluto più ricco del paese e quello che in tempi recenti s’è assicurato i maggiori profitti nel comparto dell’energia, hanno comunicato di appoggiare il governo provvisorio presieduto da Arsenij Jacenjuk, esponente di Bat’kivščyna (Patria), il partito di Yulia Tymoshenko. Ciò non ha peraltro evitato a Firtaš l’arresto per corruzione, a Vienna, il 12 marzo, su mandato dell’Fbi, subito dopo la fuga di Yanukovich in Russia.

Il 21 marzo, grazie a una cauzione da 125 milioni di euro, la più alta mai pagata in Austria, l’oligarca è uscito di cella, promettendo di rimanere nel paese. Nel momento in cui scriviamo non è stata ancora presa alcuna decisione sulla sua eventuale estradizione negli Stati Uniti.  

Difficilmente i grandi oligarchi potevano fare altrimenti. I ladrocini di Yanukovich, puntualmente dati in pasto al pubblico a regime changeavvenuto, uniti al precipitare della situazione in Crimea e al sostegno accordato da Mosca al fuggitivo ex capo di Stato – benché esclusivamente strumentale alla delegittimazione di Jacenjuk e della sua squadra – li avrebbero messi in una posizione indifendibi- le se non avessero preso con nettezza le distanze dal passato recente.

Questo non significa che Akhmetov e Firtaš abbiano sposato acriticamente la linea del nuovo governo, né che guardino con entusiasmo agli incentivi economici che Kiev, in cambio di riforme strutturali, riceverà dall’Ue e dal Fondo monetario internazionale (1).

La scelta di approvare il nuovo corso è più che altro pragmatica.Akhmetov e Firtaš hanno attività in ogni lembo del paese. Più la Russia lacera l’Ucraina, più i rispettivi affari possono risentirne. La loro è una posizione ispirata prima di tutto alla necessità di tutelare conti in banca e attività industriali.

Non solo. Questa posizione è diventata esplicita solo dopo che Yanukovich, con la sua fuga, ha aperto una crepa sempre più enorme: a livello di potere e lungo l’asse Est-Ovest del paese. Prima che il presidente capitolasse, Akhmetov e Firtaš erano stati guardinghi.

Ne avevano criticato la gestione della crisi politica, stando però attenti a rimanere a metà del guado, senza rompere con il potere e senza aprire ai nazionalisti. La soluzione ideale, dal loro punto di vista, sarebbe stato il compromesso tra le due fazioni.

Molti altri oligarchi, a prescindere dall’orientamento politico, si sono mossi lungo lo stesso solco, chiamando fintanto che è stato possibile al negoziato tra i contendenti. Uno di questi è Viktor Pinčuk, genero dell’ex presidente Leonid Kučma; durante i mandati di Kučma la sua compagnia, Interpipe, che realizza tubi per gasdotti e oleodotti, ha espanso notevolmente il fatturato.

Dopo la rivoluzione arancione del 2004-5 Pinčuk s’è defilato dalla scena politica (era stato diversi anni in parlamento), dandosi alla filantropia ed esibendosi come uno dei principali tifosi dell’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, quanto meno in termini di assorbimento di regole e valori.

Anche Petro Porošenko, magnate dell’industria dolciaria, vicino a Viktor Juščenko all’epoca della rivoluzione arancione, favorevole all’integrazione europea ma capace di indossare l’abito da ministro anche con Yanukovich (Commercio e sviluppo), dopo l’esperienza agli Esteri nel governo Tymoshenko, ha invocato la trattativa.

Qualche osservatore, proprio in virtù di questo muoversi tra le linee e del fatto che a suo tempo fu tra i promotori della nascita del Partito delle regioni (2), aveva visto in lui doti da capo di una coalizione traghettatrice. In compenso potrà fare il capo dello stato. Porošenko è quello, tra i candidati alle presidenziali del 25 maggio (se e come si terranno è ancora da capire), che ha più possibilità.

I sondaggi gli mettono il vento in poppa. A Firtaš l’idea che Porošenko si insedi alla Bankova non dispiace. Il re delle praline potrebbe garantire la pax oligarchica.

Ihor Kolomojs’kyj è l’oligarca che più s’è legato al nuovo potere. Di origini ebraiche, come Pinčuk, è tra i soci del potente conglomerato Privat, che controlla tra l’altro PrivatBank, principale istituto di credito del paese. Gli sono vicini sia il ministro dell’Energia Jurij Prodan che quello delle Finanze Oleksandr Šlapak.

Lo stesso Kolomojs’kyj è sceso direttamente in campo. L’esecutivo l’ha nominato governatore della regione di Dnipropetrovs’k, la città più in-dustrialmente avanzata del paese. Kolomojs’kyj, finora, non aveva mai ricoperto cariche politiche, ma aveva sempre mostrato una certa simpatia, anche staccando assegni, verso il campo di Tymoshenko. 

È considerato uno dei membri di quello che fu il gruppo di Dnipropetrovs’k, la lobby che dominò la scena oligarchica e politica a metà degli anni Novanta. Da questa città vengono anche Pinčuk, Tymoshenko, Kučma e l’ex primo ministro Pavlo Lazarenko.

Si potrebbe immaginare che il peso di Kolomojs’kyj nel governo e la carica che ha assunto a Dnipropetrovs’k riflettano l’esigenza, da parte di Jacenjuk, di mobilitare in prima persona gli oligarchi, con il loro potere economico e la loro capacità di fare consenso.

La stessa logica ha portato a nominare un altro pezzo grosso del gotha finanziario, Serhij Taruta, a governatore della regione di Donetsk, in parte in mano a ribelli filorussi eterodiretti da Mosca. Anche Taruta, numero uno dell’Unione industriale del Donbas, attiva nel settore dei metalli, ha elargito a suo tempo consenso e denaro all’area arancione, dopo che insieme ad Akhmetov aveva dato vita al gruppo di Donetsk, scegliendo Yanukovich come burattino. I rapporti tra i due magnati si sono incrinati a causa di alcune vertenze industriali, che hanno visto Akhmetov prevalere.

Ci si può chiedere se tutte queste manovre non siano la spia di un ritorno pomposo sulla scena dei potenti di Dnipropetrovs’k e se a Donetsk non sia in corso una rimodulazione dei rapporti di forza, tale da diluire lo strapotere di Akhmetov.

Che però, almeno in pubblico, ha apprezzato l’investitura di Taruta. L’unica certezza al momento è che gli oligarchi sono saliti tutti sulla stessa barca, con la stessa idea: proteggere i loro asset. D’altra parte questa è la loro missione storica.

Malgrado i periodici scontri economici, politici e giudiziari (nel 2013 Pinčuk ha fatto causa a Kolomojs’kyj), le oligarchie hanno sempre cercato di blindare lo status quo. Come? Frenando le riforme, impedendo la nascita di una classe media, bandendo concetti chiave del libero mercato come competitività, concorrenza e innovazione. Tutto perché ci si deve spartire la torta, limitando gli inviti al banchetto.

Questa strategia si rispecchia nei numeri. L’economia ucraina è guardata a vista dagli oligarchi. Incrociando qualche dato, il Council on Foreign Relations ha recentemente dimostrato che le cinquanta persone più facoltose del paese detengono una quota di pil pari a 67,7 miliardi di dollari, quasi la metà del totale. In Russia la percentuale di pil in mano agli oligarchi si ferma al 15%.

Dall’indipendenza del 1991 gli oligarchi hanno accumulato asset e boicottato le riforme, mentre i cittadini si sono andati impoverendo. Ciò balza agli occhi se si comparano i redditi individuali degli ucraini con quelli dei vicini. Dal database della Banca mondiale emerge come nel 1991, al momento dell’indipendenza, il pil pro capite ucraino fosse pari a 1.490 dollari.

Nel 2012 s’è attestato sui 3.867. Nello stesso periodo, in Polonia si è passati da 2.187 a 12.708 dollari, in Russia da 3.427 a 14.037. La discrepanza tra punti di partenza simili e approdi così divergenti dipende proprio dal fatto che mentre a Kiev non s’è mai fatta una riforma, a Varsavia e a Mosca, pur con gradazioni diverse, c’è stata una terapia d’urto e un adeguamento alle regole del mercato globale.

La genesi dell’oligarchia ucraina è analoga a quella dei potentati economici russi. Sono stati i processi di privatizzazione a favorire l’ascesa dei tycoons. Molti di costoro stoccarono capitali al tempo delle riforme di Gorbaciov, sfruttando gli agganci nel partito e il fiuto per gli affari.

Con questa base finanziaria poterono rilevare i grandi conglomerati di Stato. Si scatenò, a Kiev come a Mosca, una grande battaglia per il potere economico, segnata da tendenze predatorie e non immune da collusioni di alto livello tra politica, finanza e mafie.

Gli anni Novanta furono la fase più selvaggia di questa congiuntura, che ebbe delle code anche nel decennio successivo, a testimonianza del fatto che l’economia ucraina non s’è ancora liberata dalla presenza ingombrante della criminalità.

Lo dimostra l’ascesa di Dmytro Firtaš. Fattosi da solo nel settore alimentare, egli ha spiccato il volo all’inizio del decennio scorso avventurandosi nel grande affare del gas. Per sua stessa ammissione ha dovuto cercare il consenso di Semën Mohylevyč, uno dei grandi padrini della mafia russa, ucraino di nascita, ebreo di origini. Scrive Sławomir Matuszak – autore di The Oligarch Democracy: The Influence of Business Groups on Ukrainian Politics, una ricerca molto preziosa e articolata – che Leonid Kučma è stato un po’ lo Eltsin di Kiev.

Nel senso che durante i suoi due mandati (1994-2004) ha fatto da arbitro nelle dispute tra i vari gruppi oligarchici, impedendo che uno prendesse il totale sopravvento sull’altro, ma anche permettendo che gli stessi oligarchi assumessero sempre più potere economico, mediatico e politico.

L’èra Kučma è stata segnata da una relazione competitiva e cooperativa, una sorta di consociativismo, molto corrotto, tra famiglie di oligarchi. Quella di Kiev, forte nel settore finanziario, ma poco presente nel manifatturiero, ebbe come proiezione politica il Partito socialdemocratico. Una formazione che non andò mai oltre il 10%, ma fornì sempre sostegno al presidente, sintonizzandosi su frequenze filorusse.

L’uomo di punta del gruppo di Kiev fu Viktor Medvedčuk, che guidò il Partito socialdemocratico e l’amministrazione presidenziale a partire dal 2002. Attualmente è coordinatore di Scelta ucraina, partito schiacciato su posizioni sfacciatamente pro-Cremlino. Ininfluente, tuttavia, a livello elettorale.

Il gruppo di Dnipropetrovs’k ebbe il suo momento di massimo potere quando Pavlo Lazarenko, già governatore dell’omonima regione dal 1992 al 1995, assunse la guida del governo nel 1996. Sotto la sua regia fu istituita la United energy systems of Ukraine, compagnia monopolista delle importazioni di gas dalla Russia. Al vertice andò Julija Tymoshenko. Scelta naturale.

La Eisu fu infatti la riorganizzazione in senso nazionale di una società, fondata da Tymoshenko all’inizio degli anni Novanta, che riforniva di energia il sistema industriale e agricolo di Dnipropetrovs’k. La stessa Tymoshenko, che in quell’epoca si guadagnò il soprannome di «principessa del gas», divenne il braccio destro di Lazarenko. In breve tempo l’azienda prosperò incredibilmente, facendo acquisizioni anche nella metallurgia e nella finanza.

Divenne talmente potente da aprire un conflitto molto intenso tra oligarchi. Jevhen Ščerban’, uno dei più accaniti oppositori di Lazarenko, fu assassinato nel 1996. A più riprese, in merito a quella vicenda, la magistratura di Kiev ha aperto inchieste sia su Lazarenko sia su Tymoshenko, senza conseguenze penali.

L’ascesa prepotente del gruppo di Dnipropetrovs’k, tale da destabilizzare gli equilibri intraoligarchici, indusse Kučma a sbarazzarsi di Lazarenko. Il quale perse la poltrona da primo ministro, subì l’accusa di corruzione e riciclaggio, fuggì in America. Lì è stato condannato a 9 anni, nel 2006.

La sua caduta determinò la fine di Hromada, il partito che serviva gli interessi del gruppo di Dnipropetrovs’k. Fu allora che Tymoshenko promosse la nascita di Bat’kivščyna. La terza costellazione oligarchica strutturatasi durante l’èra Kučma fu quella di Donetsk, di cui Rinat Akhmetov divenne primus inter pares.

Viktor Yanukovich fu scelto come rappresentante politico del gruppo e nel 1997 catapultato al vertice dell’amministrazione regionale di Donetsk, benché non avesse mai avuto cariche politiche. Nel 2002 fu chiamato a presiedere il governo nazionale da Kučma, che nell’ultimo scorcio della sua seconda presidenza si legò sempre di più alla cricca di Donetsk.

L’anno prima questa lobby aveva promosso la nascita del Partito delle regioni, operazione di fusione a freddo tra una manciata di piccoli partiti, volta a creare una fazione parlamentare che potesse servire al meglio gli interessi di Akhmetov e degli altri oligarchi della regione.

Con la fine dell’èra Kučma i blocchi oligarchici regionali si sono parzialmente scomposti, a eccezione di quello di Donetsk, che ha invece rafforzato l’identità regionale e la sovrapposizione con il Partito delle regioni. A livello politico, invece, s’è fatta più netta la distinzione tra gli assi Nord-Ovest e Nord-Est del paese, l’uno interprete del nazionalismo ucraino, l’altro del rapporto solido con la Russia.

La rivoluzione arancione lo ha certificato. Nel frattempo, con il cambiamento dettato da Putin a Mosca e con il ribaltamento del rapporto tra il potere centrale e le oligarchie, l’Ucraina è rimasta un caso sui generis: non c’è verticale del potere e sono i grandi interessi economici a tenere sotto scacco la politica.

La rivoluzione arancione, potenzialmente, avrebbe potuto rimescolare le carte, configurandosi come una «rivolta dei milionari contro i miliardari». Juščenko e Tymoshenko proposero alcune riforme che avrebbero aggredito i grandi monopoli, favorendo la redistribuzione degli asset e la nascita di una borghesia imprenditoriale. Ma i propositi sfumarono.

La nettezza con cui Tymoshenko cercò di portare avanti misure radicali come la revoca dei processi di privatizzazione di oltre trecento società spinse gli oligarchi a fare muro. Juščenko, propenso al compromesso con i grandi poteri economici, decise di silurare Tymoshenko nel settembre del 2005, pochi mesi dopo che era stata nominata primo ministro.

Si andò al voto anticipato, che sancì l’affermazione di Yanukovich, elevato alla carica di capo del governo. La sua coalizione durò poco e si tornò nuovamente alle urne, con Tymoshenko che riprese le redini del paese fino al 2010.

In quest’arco di tempo gli oligarchi hanno lavorato affinché lo spirito riformista restasse una mera espressione concettuale, appoggiando l’uno o l’altro campo, a volte persino entrambi, come nel caso di Dmytro Firtaš, che ha continuato a versare soldi nelle casse del Partito delle regioni ma ha anche sviluppato buone relazioni con Juščenko.

L’obiettivo era coprirsi il fianco con Tymoshenko, che s’era posta l’obiettivo di smantellare RosUkrEnergo, l’opaca holding russo-ucraina con cui Firtaš s’è arricchito smisuratamente, facendo da mediatore nell’acquisto di gas russo da parte dello Stato ucraino.

Nel 2009 Tymoshenko riuscirà a raggiungere l’obiettivo, ponendo fine all’intermediazione di RosUkrEnergo e ripristinando la compravendita diretta tra Gazprom e Naftohaz, le compagnie statali del gas dell’uno e dell’altro paese. Ciò le è costato molto, visto che è stato quell’accordo, ritenuto troppo salato per i conti di Kiev, a portare la magistratura ucraina a istruire un processo a suo carico, dal sapore molto politico, culminato nel 2011 in una condanna a 7 anni.

L’avvento al potere dei nazionalisti, lo scorso febbraio, ha portato alla scarcerazione della «pasionaria di Kiev». Firtaš intanto aveva accumulato notevoli capitali e investito a destra e a manca, al punto che la fine di RosUkrEnergo non ne aveva scombussolato più di tanto gli affari.

La vittoria di Yanukovich alle presidenziali del 2010 ha mutato gli equilibri fra oligarchi nel Partito delle regioni. Yanukovich ha tentato di smarcarsi da Akhmetov, dando a Firtaš, che non fa parte del nucleo storico di Donetsk, molto potere e una discreta pattuglia di deputati. Al tempo stesso ha radunato intorno a sé un gruppo di lealisti, assegnando loro cariche e dividendi.

Gli analisti hanno bollato il cerchio magico di Yanukovich, un’oligarchia in divenire, con una sola, eloquente parola: «Famiglia». Anche perché il coordinatore di tutte le incursioni predatorie del gruppo è stato uno dei figli dell’ex presidente, Oleksandr. Gli inquirenti ucraini stanno ora passando al setaccio i suoi conti e quelli dei suoi cortigiani. In Europa si fa lo stesso.

Il prossimo capitolo della storia della democrazia oligarchica è tutto da scrivere. Akhmetov, Firtaš (almeno fino all’arresto), Porošenko, Taruta, Kolomojs’kyj, Pinčuk e gli altri si ritrovano sintonizzati sulla stessa frequenza. È possibile che, quando si tornerà a votare, qualcuno di loro foraggerà il Partito delle regioni, che ha imboccato la strada della ricostruzione: nell’organico e nell’immagine.

Ma la vera partita si giocherà sulle riforme. Stavolta sarà difficile contrastarle. L’esito delle rivoluzione ha portato l’Ue a sostenere il governo Jacenjuk. Bruxelles ha annunciato di voler stanziare 11 miliardi di euro a favore di Kiev, allo scopo di stabilizzarne il quadro economico, totalmente devastato.

È lo stesso importo che Putin aveva concesso a dicembre a Yanukovich, nel tentativo di dargli ossigeno a livello finanziario e benzina sul piano politico. Quell’intesa non esiste più. La differenza tra l’aiuto europeo e quello russo è che il primo, in confronto al secondo, è vincolato ad alcune riforme strutturali. Ma è ancora niente, rispetto alla ricetta che l’Fmi prescriverà in cambio dell’iniezione di denaro aggiuntiva di cui l’Ucraina abbisogna.

La cifra stanziata dall’organismo retto da Christine Lagarde è pari a quella che verserà l’Ue, grosso modo. Insomma, stavolta la strada delle riforme sembra rettilinea. C’è da capire come si muoveranno gli oligarchi.

Cercheranno di condizionare Jacenjuk, così da negoziare una terapia d’urto che non sia così dura (tra l’altro si dice che gli oligarchi finanzino i ribelli filorussi)? Oppure si adegueranno alle nuove regole del gioco, ristrutturando le loro attività in funzione del mercato europeo e rinunciando a esportare massicciamente i loro prodotti verso quelli russi e post-sovietici, capaci di assorbirne volumi maggiori? Nel frattempo è interessante registrare che i baroni dell’economia potrebbero presentarsi a questo banco di prova con posizioni rafforzate.

La crisi economica globale ha martellato senza pietà l’Ucraina,portando diversi investitori stranieri a fare le valigie, o a pensare di farlo. È il caso del comparto del credito, dove il capitale ucraino ha già una quota rilevante (70%). Unicredit e Raiffeisen intendono liberarsi delle loro controllate ucraine, Ukrsotsbank e Aval.

Intesa San Paolo ha già ceduto Pravex. La pagò 500 milioni di dollari, l’ha venduta a meno di 100. Se l’è aggiudicata Dmytro Firtaš. Come lui, altri oligarchi attendono il momento migliore per fare shopping, non solo nel bancario.

Per approfondire: L’Ucraina tra noi e Putin

* Matteo Tacconi è coordinatore di Rassegna Est, un sito che racconta e spiega l’Europa balcanica, centrale e post-sovietica con una particolare attenzione alle vicende economiche. È sia un’agenzia di giornalisti che forniscono i loro contributi a varie testate, sia un portale di servizio indirizzato alle imprese italiane, la cui presenza a Est è molto radicata.

Note:

(1) Il Consiglio europeo ha annunciato a inizio marzo un prestito da 15 miliardi di dollari per Kiev, con quote suddivise tra l’Unione Europea, la Banca europea per gli investimenti e la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Anche il Fondo monetario si appresta a sostenere l’economia ucraina, per cifre e con modalità da stabilire.

(2) «New «Region» Formed in Ukrainian Parliament», Ukrainian Centre for Independent Political Research, 26/3/2001.

20.05.2014

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