“THAILANDIA: CINQUE PUNTI PER CAPIRE LA CRISI” di Benedetta Cutolo*

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Rivolta nelle strade di Bankok.

*http://www.ilcaffegeopolitico.org/16926/thailandia-cinque-punti-per-capire-la-crisi

Con un bilancio provvisorio di circa 23 morti ed oltre 700 feriti, la Thailandia sta vivendo una nuova crisi politica che non accenna a risolversi.Cinque punti per capire cosa sta succedendo nella penisola da Novembre 2013

1. Da dove nasce l’attuale crisi politica thailandese? 

Dalla metà del Novecento sino ai giorni nostri, il panorama politico thailandese è stato costellato da continue crisi di potere e colpi di stato. Uno dei più recenti, in ordine cronologico, fu quello che nel 2006 depose l’allora primo ministro Thaksin Shinawatra, leader del partito populista del Puea Thai.

Shinawatra, imprenditore e magnate delle comunicazioni, era stato portato al potere dalle elezioni del 2001 e rieletto nel 2005 ma nel giro di tre anni ben due condanne si abbatterono sulla sua carriera politica e sulla sua famiglia. Ritenuto colpevole di corruzione, sfuggì alla propria pena abbandonando il Paese e rifugiandosi, in una sorta di esilio autoimposto, a Dubai.

Dopo un periodo di transazione terminato nel sangue, durante il quale il paese venne retto dalle gerarchie militari, nuove elezioni (3 Luglio 2011) sancirono la vittoria Puea Thai Party, guidato dalla sorella minore di Thaksin: Yingluck Shinawatra.

Nonostante l’appoggio di un’ingente fetta della popolazione, proveniente soprattutto dalle aeree rurali del paese, l’impressione che l’ex premier in esilio continuasse ad esercitare la propria influenza politica attraverso la sorella, cominciò ad instillarsi nell’opinione pubblica locale.

Il malcontento generale sfocio in una vera e propria crisi politica nell’Ottobre del 2013, quando il Puea Thai Party modificò una proposta di legge finalizzata a concedere l’amnistia a manifestanti ed oppositori civili, per estenderla “a chiunque ne fosse interessato”, compresi leader governativi quali, appunto, lo stesso Thaksin.

L’11 Novembre 2013 il Senato rifiutò tale proposta di legge ma ciò non bastò a sedare le proteste; la premier Yingluck Shinawatra venne infatti accusata di utilizzare il proprio potere per riabilitare il fratello. Per le strade di Bangkok le manifestazioni anti-governative andarono infiammandosi: in Thailandia si apriva una nuova crisi di potere.

2. Chi sono i principali protagonisti della crisi e cosa chiedono?

Dallo scoppio delle proteste, nel Novembre del 2013, il Paese è andato dividendosi tra sostenitori ed oppositori del governo in carica.

I principali detrattori della politica della famiglia Shinawatra sono i membri del partito d’opposizione: il Democrat Party. Ad essi si sono aggiunti gli appartenenti al movimento delle cosiddette “Camice Gialle”, sostenitori della monarchia e favorevoli ad un maggiore coinvolgimento del re Bhumibol Adulyadej nella vita politica del Paese.

Alla testa degli anti-governativi vi é Suthep Thaugsubanex segretario del Partito Democratico ed ex vicepremier, sulla cui testa pende l’accusa di omicidio per aver represso nel sangue una manifestazione di sostenitori pro-Thaksin nel 2010. Quest’ultimi, meglio conosciuti come “Camicie Rosse”, sono l’espressione della Thailandia rurale, lontana dai grandi centri di potere della capitale.

Sedotti dalla politica populista dei Shinawatra, i membri delle “Camicie Rosse” costituiscono attualmente i principali sostenitori del governo del Puea Thai Party. Essi, infatti, si oppongono alla richiesta degli anti-governativi di riformare il sistema politico attraverso un governo di transizione, nominato dal re Bhumibol Adulyadej, che conduca il Paese verso nuove elezioni.

Dal Novembre 2013 al Febbraio 2014, gli scontri tra le due fazioni hanno prodotto una progressiva escalation di violenza che ha obbligato il governo, lo scorso Gennaio, a dichiarare per 60 giorni lo stato d’emergenza a Bangkok e nelle province limitrofe.

Tempi duri per Thaksin Shinawatra

Tempi duri per Thaksin Shinawatra

3. A cosa hanno condotto le elezioni del Febbraio 2014?

Il 9 Dicembre del 2013, in risposta alle proteste che stavano infiammando il Paese, la premier Yingluck Shinawatra ha sciolto il parlamentoinvitando il popolo thailandese a tornare alle urne il successivo 2 Febbraio.

La giornata elettorale, pur svolgendosi in un clima relativamente pacifico, si é conclusa, tuttavia, con un nulla di fatto. 

L’opposizione ha infatti boicottato le elezioni, e le manifestazioni di dissenso hanno costretto ben 28 distretti elettorali a rimandare le operazioni di voto. Delle elezioni parziali sono state così organizzate per sopperire ai disagi della giornata del 2 Febbraio.

Ciononostante, lo scorso 21 Marzo la Corte Costituzionale thailandese ha dichiarato non valido lo scrutinio di Febbraio che aveva visto la vittoria (scontata) del Puea Thai Party. Le differenti parti politiche sono state così chiamate ad organizzare una nuova tornata elettorale.

4. L’instabilità politica sta pesando sull’economia del Paese?

Come accennato in precedenza, una crisi politica di tale portata non é nuova nella storia della Thailandia. Sopravvissuta a colpi di stato, catastrofi naturali e manifestazione represse nel sangue, l’economia asiatica ha sempre mostrato una solidità rassicurante. 

La maggioranza degli esperti sono quindi concordi nell’affermare che l’attuale impasse politico del paese non rischia di penalizzare in maniera significativa gli investimenti, soprattutto stranieri, nel regno. Tuttavia, le nuove dinamiche economiche che stanno interessando la regione del Sud-est Asiatico hanno condotto il Thailand Development Research Institute (TDRI) a parlare di un probabile rallentamento della crescita economica del paese.

Come spiega l’economista Ammar Siamwalla, ciò é dovuto soprattutto all’apertura di nuovi mercati concorrenti: “Siamo cresciuti molto rapidamente dal 1997 e poi siamo andati stabilizzandoci. Non siamo più cosi attraenti e gli investitori cominciano ad interessarsi al resto della regione come, per esempio, alla Birmania che ha aperto le sue porte dopo ben cinque decenni di dittatura.”

L’impatto della crisi politica sul mercato del turismo, che costituisce circa l’8% del PIL della Thailandia, é però ben più preoccupante: il forte calo registrato alla fine del 2013 sembra infatti destinato a proseguire per tutto il primo semestre del 2014. Ad aver rinunciato a raggiungere la penisola sono soprattutto i turisti asiatici, sconsigliati dalle rispettive ambasciate che temono uno sfociare della crisi politica in un nuovo colpo di stato.

5. E adesso…cosa succede?

L’azione di boicottaggio dell’opposizione non sembra destinata a rientrare: il leader del Partito Democratico, Abhisit Vejjajiva, non ha infatti preso parte (ufficialmente per ragioni di sicurezza) all’incontro organizzato il 22 Aprile scorso con la finalità di stabilire una nuovo calendario elettorale.

Una settimana dopo, la premier Shinawatra ha dichiarato che la Thailandia tornerà ai seggi il prossimo 20 Luglio creando nuove reazioni da parte dell’opposizione che ha annunciato, per i prossimi giorni, la presentazione di un piano ufficiale per salvare il paese dall’immobilismo politico.

Mentre l’attuale premier si trova così a dover fronteggiare l’accusa di dolo e negligenza rivoltale dall’opposizione, la Thailandia, sprovvista di un regolare parlamento, rischia infatti la paralisi totale.

L’inquietudine della comunità internazionale, intanto, comincia a farsi sentire: gli Stati Uniti, particolarmente legati alla penisola da interessi economici e strategici, hanno fatto sapere, attraverso Jennifer Psaki, portavoce del Dipartimento di Stato, di voler scongiurare in qualsiasi modo lo spettro di un nuovo golpe e hanno invitato le differenti parti politiche “ad appianare le differenze attraverso mezzi democratici”. In attesa di nuove elezioni, la situazione all’interno del paese non sembra però destinata ad evolvere in tempi brevi.

13.05.2014 

Romana di nascita ma parigina d’adozione, ho studiato e viaggiato un po’ ovunque. Dopo un Master alla Sorbona, mi sono laureata con doppio titolo in “Culture letterarie europee” presso l’università di Bologna e quella di Strasburgo. Successivamente ad alcune esperienze presso testate italiane, da alcuni mesi collaboro nella realizzazione di reportage di guerra e d’attualità per le principali emittenti francesi ed internazionali.
Viaggio appena posso e dove posso, parlo tre lingue ma ne sto imparando una quarta perchè ho come la sensazione che mi manchino le parole. Per il “Caffé Geopolitico” mi occuperò principalmente di Centro e Sud America, lì dove ho lasciato il mio cuore gitano
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