Altro che choosy: lo studente modello bloccato dalla burocrazia (da l’Espresso – 05.05.2014)

IL CASO

Segue i corsi di due facoltà. Senza perdere una lezione. E a Giurisprudenza ha la media del 30. Ma per lo Stato è costretto a scegliere: o Legge o Ingegneria. Non può iscriversi a entrambe. Così una vecchia norma blocca i più talentuosi. La testimonianza di un universitario di Bari

di Francesca Sironi

Altro che choosy: lo studente modello bloccato dalla burocrazia
           L’Università di Bari
Sveglia alle sei. Treno alle sette, per raggiungere Bari dalla piccola Andria. Poi dalla stazione, ogni mattina, Nicola Cicciarelli si dirige alle aule di Giurisprudenza: gli mancano 10 esami alla fine. E nel pomeriggio, venti minuti a piedi, è al Politecnico. Lì segue le lezioni di Ingegneria, dove tre anni fa ha superato senza problemi il test d’ingresso. Ma dove oggi non può avere il libretto su cui registrare voti e risultati. Perché glielo proibisce una legge del 1933.

Nicola Cicciarelli
                                               Nicola Cicciarelli

La vicenda di Nicola (e di altri come lui )  riguarda pochi. Ma racconta bene la distanza fra le nostra Università e i grandi – più flessibili – atenei che registrano successi all’estero. La matricola barese infatti non vorrebbe fare altro che una doppia laurea: una in Giurisprudenza e l’altra in Ingegneria, «per avere più competenze da spendere sul mercato del lavoro», racconta lui: «E perché ora ho l’energia per farlo ma un domani forse no». Per raggiungere il suo obiettivo ha deciso di impegnarsi il doppio dei suoi coetanei, seguendo lezioni tutto il giorno. E sarebbe disposto a pagare una doppia retta e non perdere una sessione d’esame, se solo lo Stato glielo permettesse.
Già, perché in un Paese come il nostro, sempre alla rincorsa delle medie europee sul numero dei laureati e sulle loro competenze, un ultra-secchione come Nicola non ha strada. Per una legge del 1933 sono vietate le doppie iscrizioni: ogni matricola può entrare in un solo corso di laurea alla volta. Pena la cancellazione di tutta la carriera accademica. Nel frattempo però, mentre in Italia le facoltà restano imbrigliate, è esplosa la moda dei doppi titoli con l’estero. Dall’ateneo di Trento che permette di diventare economisti in patria e a Dresda contemporaneamente , alla Bocconi che propone “triple degree” transatlantici, fino alla Bicocca che manda i suoi migliori studenti in India e a Chongqing: decine di atenei hanno sposato la causa della doppia laurea quando si tratta di internazionalizzazione.

Ma in patria invece no, non se ne parla. L’unico caso registrato è a Castellanza, in provincia di Varese: l’Università Cataneo promette ai più motivati una laurea in Giurisprudenza durante i quali si studiano anche i fondamentali per l’Economia, con l’obiettivo di iscriversi, una volta raggiunta la laurea, al secondo e ultimo anno della magistrale in Management, con accesso diretto e senza debiti. Una soluzione che rispetta le regole ma permette ugualmente ai capoccioni di ottenere due titoli in sei anni. Ma che rimane un caso raro.

«Io vorrei fare di più», commenta Nicola: «Però vorrei farlo in Italia. Sono disposto a sacrifici, a impegnarmi al massimo: seguo già lezioni per esami che non posso sostenere. E a Giurisprudenza ho la media del 30». Per perorare la sua causa, il non-certo-choosy barese, ha mosso il ministero, chiedendo un’eccezione all’antica legge. «Il 29 gennaio ho inviato una mail al ministro Maria Chiara Carrozza per esporle la questione, senza ricevere alcuna risposta», racconta, in un lungo elenco di peregrinazioni burocratiche: «Il 4 febbraio, dopo una conversazione telefonica con la segreteria, ho inviato un’altra mail. Non ricevendo risposta, ho dovuto telefonare di nuovo alla segreteria, venendo a sapere che la mia pratica era stata destinata all’Ufficio VIII del Ministero. Telefono all’Ufficio VIII per arrivare alla dirigente, ma non sono mai riuscito a parlare con lei. Il 3 marzo ricevo dalla dottoressa una risposta via mail, le invio nuovamente la richiesta e lei mi assicura che l’avrebbe guardata il giorno successivo, ma ad oggi non ho ricevuto risposta». E così via: una chiamata il 19 marzo, un’altra il giorno dopo, un appello il 10 aprile, una nota al nuovo ministro Stefania Giannini. Niente da fare.

«I miei genitori sono preoccupati: temono che io faccia tutti questi sforzi per niente», confida la matricola. Sperando che la sua denuncia muova qualcosa.

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