Nessun alibi per l’Italia in Europa (di Angelo Giubileo)

 

Il nodo che riaffiora è come il nostro paese, e quindi lo Stato italiano, intenda garantire se stesso o comunque una presenza sua identitaria, in Europa.

europaNel corso di questa campagna elettorale per le Europee di fine mese, l’argomento di discussione che manca è proprio l’Europa: non nel senso che, quanto meno gli addetti ai lavori, non siano in grado di definirne le linee di prospettiva e d’indirizzo politico, le tattiche  e le strategie in primis partitiche; quanto piuttosto le modalità, il come renderli diversamente possibili.

In estrema sintesi, come l’Italia intenda restare in Europa, oppure no! Ipotesi, quest’ultima, che, almeno per quanto mi riguarda, considero del tutto negativa e pertanto, almeno in questo contesto, evito di prendere in considerazione.

Innanzitutto, sono d’accordo sul fatto che, con l’introduzione dell’euro, sia stato compiuto un primo passo importante e necessario per la costruzione di un’Unione, di una comunità, di un’identità europea che, nei fatti, è facile constatare, ad oggi è in larghissima parte assente nel nostro come anche in altri paesi europei.

E quindi sono anche d’accordo sul fatto che si sia finora provveduto alla creazione più che altro di un mercato interno che comprende semplicemente la più vasta area politico-istituzionale del mondo globalizzato. Un’area mercatale, che sia in origine che tuttora non si avvale tuttavia al proprio interno di un tessuto di regole comuni, soprattutto sul piano fiscale, che servirebbe comunque a consolidare l’assetto comunitario almeno da un punto di vista strettamente economico e quindi finanziario. Sul punto, la discussione intorno a temi quali ad esempio ilpareggio di bilancio e il Fiscal compact potrebbero ritornare d’attualità.

E comunque, tanto premesso, il nodo essenziale che in generale riaffiora è quello del modo con il quale il nostro paese, e quindi lo Stato italiano, intenda garantire se stesso o comunque una presenza sua identitaria, in Europa.

Questo argomento vale per tutti i paesi dell’Unione in generale. In particolare, per l’Italia – leggendo molti dei giudizi di autorevoli esperti e speculatori (dal latino specula, che sta per vedetta, e specere, che sta per osservare e scrutare) in ordine all’ultima crisi finanziaria che sul piano internazionale ha interessato in Europa in modo più gravoso i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) – emerge che la crisi sia o sia stata essenzialmente una crisi di debito privato; come sarebbe di gran lunga dimostrato dal fatto che la stessa sia o sia stata una crisi delle banche (commerciali e d’investimento), global players incaricati sistemicamente di finanziare il credito ai privati, imprese e cittadini.

Per quanto riguarda l’Italia, su questo punto non sono affatto d’accordo.

Le banche, almeno in Italia, laddove non hanno operato per fini essenzialmente speculativi ed investimenti rivelatisi poi fallimentari, hanno sostanzialmente operato al servizio della politica ampliando i canali di finanziamento destinati ad alimentare la spesa improduttiva delle comunità locali (regioni, province, comuni) favorite da una legislazione di riforma improntata ad un falso federalismo. Per tale ragione, non sono quindi d’accordo che si sia trattato almeno nel nostro paese di una crisi di debito privato.

Si è trattato invece di una crisi di debito pubblico, di cui faremmo bene a prendere atto, prima che sia davvero troppo tardi. E, per fare quanto si deve, occorre che lo Stato (lo stesso che, per l’effettuazione di una partita di calcio dimostra in mondovisione di dover scendere a patti con il capo ultras di una tifoseria! Sic, a questo addirittura siamo giunti!), e quindi l’intero paese recuperi innanzitutto una propria identità, solida,  in grado di sostenerci in Europa e nel mondo.

Angelo Giubileo

 

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