Tassare le rendite finanziarie, così si #cambiaverso (da Linkiesta – 30.04.2014)

FRANK RUMPENHORST/AFP/Getty Images

La tassazione delle rendite finanziarie sta ritornando al centro del dibattito economico e non solo in Italia. La crescente diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza sta infatti alimentando crescenti preoccupazioni non solo negli ambienti di sinistra ma anche in istituzioni del calibro del Fondo Monetario Internazionale che ne stanno studiando le conseguenze (negative) sulla crescita economica anche al fine di individuare le giuste contromisure.

La proposta del Governo Renzi di aumentare l’imposta sostitutiva dal 20% al 26% riconosce solo in parte le esigenze che emergono da tale dibattito e rischia, viceversa, di aggravare alcune distorsioni del sistema fiscale italiano. Bisognerebbe avere più coraggio ed approntare l’unica riforma che ha senso in termini sia di efficienza che di equità: inserire tutti i redditi, compresi quelli finanziari, nell’imponibile Irpef.

Veniamo comunque alla situazione italiana che come al solito non brilla né per trasparenza né congruità. Attualmente, sulla ricchezza finanziaria abbiamo un misto di tassazione reddituale e patrimoniale. In entrambi i casi non esiste un raccordo con la tassazione delle altre forme di reddito e di patrimonio.

Lo status quo in Italia

Innanzitutto, è bene ricordare che in Italia esiste la patrimoniale anche sulla ricchezza finanziaria. È nascosta sotto le spoglie di un’imposta di bollo ed è pure abbastanza pesante: 0,20% all’anno sull’ammontare del patrimonio depositato presso una banca italiana. Per rendersi conto che non si tratta di una aliquota leggera, ricordiamo che il famigerato decreto di Amato che nel ’92 tassò i conti correnti prevedeva un prelievo dello 0,6% una tantum e solo sulle disponibilità liquide. In un contesto di bassi tassi d’interesse come l’attuale ne conseguono situazioni di regressività perché la patrimoniale penalizza oltremodo le forme di investimento a basso rischio, e quindi a basso rendimento, preferite dalle fasce di popolazione meno abbiente. Se prendiamo un Bot a 3 mesi, il cui rendimento lordo è risultato pari a 0,243% nell’asta del 10 aprile 2014, l’imposta di bollo incide per quasi il 100% del rendimento lordo ed è quasi 8 volte l’imposta sostitutiva. Nel caso di un Btp decennale, uno strumento che le ormai citatissime “vecchiette” non comprano non fosse altro per questioni anagrafiche, l’incidenza è inferiore al 8% del rendimento (2,7% rendimento netto del Btp 3.75% 1 settembre 2024) e quindi pari poco più della metà dell’imposta sostitutiva.

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Oltre alla patrimoniale occulta, in Italia esiste poi la tassazione sui redditi (cedole o guadagni in c/capitale) prodotti dalla ricchezza finanziaria. La aliquota è pari al 20%, fatta eccezione per i titoli di Stato che sono al 12,5% (e il risparmio previdenziale all’11%). È una delle tassazioni più favorevoli che esistano in Europa, soprattutto quella sui titoli di Stato. Notiamo subito tre incongruenze rispetto ai principi di equità e di efficienza: le aliquote non sono neutrali rispetto alla tipologia dell’investimento; le aliquote non sono progressive rispetto al reddito; le aliquote sono inferiori a quelle applicate al reddito delle persone fisiche e delle persone giuridiche.

Gli effetti della proposta del governo Renzi

La proposta del governo Renzi di innalzare l’imposta sostitutiva al 26% corregge parzialmente la terza incongruenza, ma aggrava la prima (perché i titoli di Stato rimangono fermi al 12,5%) e non fa nulla per risolvere la seconda.

Per quale motivo i titoli di Stato sono tassati ad una aliquota più bassa, che non viene toccata dal governo che vuole cambiare verso all’Italia? Probabilmente, Renzi è prigioniero di un “vecchio tabù”, secondo il quale aumentare le tasse sui Btp è una partita di giro: se aumento le tasse sui Btp, aumenta in pari misura il tasso di rendimento lordo richiesto dai risparmiatori e quindi il maggior gettito viene esattamente compensato da una maggiore spesa per interessi. Quindi, “economicamente” non ci sono vantaggi, mentre “politicamente” si subisce il pestaggio mediatico della destra populista. Questo è falso perché gli “esteri” e i grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni, …) sono “lordisti”, non pagano cioè l’imposta sostitutiva e sono indifferenti a variazioni della stessa. Se il compratore marginale sul mercato dei titoli di Stato non è l’investitore domestico retail, l’eventuale variazione dell’imposta sui titoli di Stato si traduce in una riduzione del tasso netto per i domestici retail.  Quindi, se si escludono variazioni abnormi dell’aliquota o regimi fiscali punitivi, un rialzo dell’aliquota dell’imposta sui titoli di Stato avrebbe indubbi vantaggi per l’erario.

Oltre a rinunciare ad un introito, il fatto di mantenere i titoli di Stato al 12,5% e alzare l’aliquota standard al 26% disincentiva ulteriormente lo sviluppo di un mercato delle obbligazioni corporate. Se il credito deve fluire all’economia reale e si vuole superare l’impostazione banco-centrica del sistema finanziario italiano, un passo obbligato dovrebbe essere la riduzione se non l’annullamento del privilegio concesso ai titoli di Stato. A differenza del mercato dei titoli di Stato, che è internazionalizzato, lo sviluppo di un mercato per le obbligazioni corporate emesse non dalle grandi aziende ma da quelle medio-piccole probabilmente ha ancora bisogno del sostegno degli investitori domestici. È una questione di conoscenza, di barriere linguistiche e culturali che determina una segmentazione naturale del mercato obbligazionario. Qui, l’investitore marginale potrebbe ancora essere quello domestico e un regime fiscale almeno pari a quello dei titoli di Stato favorirebbe una ricomposizione dei portafogli domestici.

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Volendo toccare l’imposta sostitutiva, quindi, la scelta ottimale sarebbe quella di utilizzare una sola aliquota uniforme per tutti gli strumenti finanziari e concedere il regime fiscale privilegiato solo in base all’utilizzo a scopi previdenziali. I tassi pagati dal Tesoro non ne risentirebbero negativamente, le entrate fiscali aumenterebbero, l’economia reale potrebbe trarne un beneficio e l’aumento di aliquota potrebbe essere decisamente più contenuto.

A quale livello posizionare l’aliquota? Lo scaglione Irpef più basso è al 23% (in realtà l’aliquota effettiva è già pari al 27,51% a partire da 8.000 euro). C’è un motivo per il quale un operaio che riceve un aumento di stipendio di 1.000 euro deve pagare 230 euro di tasse in più, mentre un manager che riceve una eredità in Btp (di circa 34.200 euro) che gli rendono 1.000 euro di cedole l’anno deve pagare solo 125 euro di imposte?

Avendo quindi come punto di riferimento l’aliquota relativa al primo scaglione Irpef e il gettito stimato (3 miliardi di euro a regime) dalla manovra Renzi, due proposte alternative potrebbero essere ad esempio quelle illustrate nella tabella sottostante. In un caso, si mantiene un regime di favore per i titoli di Stato (19%) rispetto agli altri strumenti finanziari (23%), ma con un aumento della tassazione (3%) per questi ultimi dimezzato rispetto a quanto deliberato dal Governo (6%). Nell’altro, invece, si opta per una aliquota uniforme ed esattamente pari al 23%: il gettito aumenterebbe a 4,300 miliardi, mantenendo comunque per le rendite finanziarie un livello di tassazione tra i più bassi in Europa.  

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Le rendite finanziare come una qualunque fonte di reddito

La vera proposta innovativa consiste tuttavia non in una modifica di aliquote, ma in un cambio di filosofia. Le rendite finanziarie dovrebbero essere trattate come una qualunque fonte di reddito ed essere inserite in dichiarazione redditi per concorrere a determinare l’imponibile Irpef. Questo accade in paesi molto più liberali del nostro, come gli USA e il Regno Unito.

Si dirà che il capitale finanziario, essendo frutto del risparmio e provenendo da reddito da lavoro o da impresa, è stato già tassato al momento della sua formazione e quindi è “giusto” che, quando lo si tassa una seconda volta, l’aliquota debba essere più bassa di quella Irpef. Ma il capitale umano nasce forse dal nulla? I genitori spendono per fare studiare i loro figli (e anche la collettività contribuisce in un sistema pubblico). I soldi per fare studiare i figli sono presi dal loro stipendio netto. Il capitale umano produrrà in futuro i suoi frutti e sarà tassato dall’Irpef. Un ragionamento analogo vale per il reddito da impresa o da lavoro autonomo. Prendiamo il caso di un lavoratore dipendente che ha risparmiato e decide di investire il risparmio che ha accumulato per mettersi in proprio ed aprire un negozio. Il reddito derivante dall’attività del negozio sarà forse esentato dal pagamento delle tasse?

In tutto questo non dimentichiamo che la ricchezza finanziaria non deriva soltanto dal risparmio personale, ma deriva (e deriverà sempre di più in futuro) da eredità e donazioni. Il ritorno ad un capitalismo dinastico ed ereditario è d’altro canto una delle maggiori preoccupazioni emerse nelle analisi sulla crisi delle economie occidentali. D’altro canto, Abraham Lincoln già nel 1861 dichiarò: “il mondo del lavoro precede il capitale. Il capitale è frutto del lavoro, e non sarebbe esistito senza il lavoro, il lavoro che lo ha creato. Il mondo del lavoro è superiore al mondo del capitale e merita maggiore considerazione.”

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Senza toccare in questa sede il tema dell’imposta di successione, è evidente che un regime fiscale privilegiato per le rendite finanziarie accentuerà sempre di più la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. La distribuzione della ricchezza è infatti molto più concentrata di quella dei redditi. In particolare, Bartiloro e Rampazzi stimano che il 25% più ricco possieda il 68,5% della ricchezza nazionale; il 50% più ricco ne possieda l’86%; il 50% più povero possieda il 14%.

Il maggior gettito che ne deriverebbe potrebbe tra l’altro consentire un abbassamento significativo della aliquota dell’imposta di bollo/patrimoniale. Infatti, vista la distribuzione della ricchezza e la correlazione tra questa e il reddito, le rendite finanziarie verrebbero tassate ad una aliquota media vicina all’aliquota marginale Irpef degli scaglioni più elevati. Ipotizzando che la ricchezza finanziaria abbia una correlazione positiva con il reddito, ne deriva che l’aliquota marginale a cui verrebbero tassate le rendite finanziarie sarebbe pari al 40%. Ne deriverebbe un incremento di gettito significativo, pari a circa 17 miliardi di euro, con cui finanziare appunto la riduzione dell’imposta di bollo e la rimodulazione di alcune imposte patrimoniali sulla casa che, oltre ad essere ingiuste perché non proporzionate al reddito prodotto o ai servizi di cui si usufruisce, hanno raggiunto un livello insostenibile e rischiano di bloccare per parecchi anni la ripresa del mercato immobiliare in Italia.

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La ridefinizione dell’imponibile Irpef in maniera omnicomprensiva consentirebbe inoltre di definire politiche fiscali eque. Basti pensare che agli “80 euro” mensili che vengono concessi a chi ha lo stesso livello di reddito da lavoro dipendente, senza alcuna considerazione rispetto al (reddito generato dal) patrimonio.

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