Aldrovandi e gli applausi agli agenti: un gesto sbagliato che fa male a tutti (dal Corriere della Sera – 30.04.2014)

di Giovanni Bianconi

Patrizia Moretti con la foto del figlio ucciso, davanti agli agenti che espressero solidarietà ai colleghi condannati (Ansa)Patrizia Moretti con la foto del figlio ucciso, davanti agli agenti che espressero solidarietà ai colleghi condannati (Ansa)

Che dei poliziotti applaudano dei loro colleghi condannati per azioni commesse in servizio può essere comprensibile, ma non giustificabile. Tanto più se quelle azioni hanno a che fare con la morte di un ragazzo. Ogni processo e ogni sentenza sono discutibili, ma non è accettabile che la discussione tracimi in una contestazione che di fatto si trasforma in una contrapposizione tra i condannati e la vittima. Il senso della standing ovation al congresso dei poliziotti non può che essere quello di una solidarietà mal riposta, non fosse perché arriva dopo una condanna definitiva su un episodio scandaloso, per il quale tutti dovrebbero provare vergogna. A cominciare dai poliziotti italiani. Non è un caso che il loro capo, Alessandro Pansa, abbia subito condannato quell’ovazione, dopo che in quelle stesse assise aveva parlato della necessità di introdurre nuove regole di ingaggio per evitare che negli scontri di piazza si ripetano episodi «irragionevoli e irresponsabili» come quelli del poliziotto che calpesta i manifestanti a terra: un comportamento «che non ci appartiene e non può essere giustificato per nessun motivo», ha chiarito il prefetto. I calci e le manganellate gratuite, al pari degli applausi ai condannati, non possono trovare spiegazione in niente, neppure nelle tensioni, nello stress e nelle condizioni difficili in cui i tutori dell’ordine pubblico si trovano a gestire piazze irrequiete e talvolta in tumulto, com’è accaduto e potrà ancora accadere. Oltre a quella di Pansa sono arrivate le condanne ferme da parte del presidente del Consiglio (sottintesa nella dichiarazione di solidarietà alla madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso e simbolicamente offeso dagli applausi di ieri), e del ministro dell’Interno, che ha definito «gravissimo» il comportamento dei poliziotti.

La solidarietà espressa da Renzi è giusta e comprensibile, anche perché il premier si sente sindaco d’Italia e vuole comunicare di essere al fianco dei cittadini. Ma in questo caso non si tratta di sola immagine. La frattura che si è creata con una parte sindacalizzata delle forze dell’ordine, magari minoritaria però significativa, può lasciare una ferita che non sarà facile rimarginare. Tanto più se accompagnata ad altre dichiarazioni del capo del governo che prende le distanze dal Viminale sulla valutazione dell’emergenza immigrati.

Si corre il rischio di uno scollamento istituzionale che non possiamo permetterci. Anche le forze dell’ordine meritano solidarietà quando si trovano a fronteggiare situazioni difficili e complicate, soprattutto di fronte a manifestanti che non sanno gestire o controllare essi stessi le violenze che covano all’interno dei loro schieramenti. Ma questa solidarietà, necessaria da parte del governo oltre che degli stessi cittadini, non può diventare accondiscendenza verso atteggiamenti oggettivamente anti-istituzionali.

Viviamo tempi difficili, dove la tenuta dei corpi dello Stato è indispensabile per evitare derive pericolose. Ecco perché alla presa di distanza da parte del capo della polizia, del ministro dell’Interno e del capo del governo, sarebbe necessario che si aggiungesse quella degli stessi vertici sindacali che ieri hanno visto verificarsi sotto i loro occhi un episodio tanto increscioso quanto gravido di conseguenze.

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