“IL PEGGIO E’ PASSATO, L’ITALIA PUO’ CRESCERE DI PIU’” di Francesca Baronio*

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[Carta di Laura Canali tratta da Limes 4/13, “L’Italia di nessuno“]

*http://temi.repubblica.it/limes/il-peggio-e-passato-litalia-puo-crescere-di-piu/60418

Il direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale parla della nostra economia, dell’Eurozona, delle difficoltà dei paesi emergenti e della riforma dell’Fmi.

LIMES Stando alle valutazioni del Fondo monetario internazionale c’è una sofferenza generalizzata dei paesi emergenti e una ripresa delle economie avanzate; ma l’Europa è ancora troppo debole…

ANDREA MONTANINO – Nell’ultimo anno abbiamo assistito a un cambiamento significativo. I paesi emergenti – che sono tanti, e non solo i Brics, ma anche altri in America Latina, buona parte dell’Asia e alcuni paesi africani – avevano un’economia lanciata con tassi di crescita molto sostenuti.

Per l’Europa il 2013 è stato un anno di recessione in molti Stati. Adesso la situazione è diversa. Dopo anni di crisi, gli Stati europei si stanno riprendendo. Certo, i segni sono ancora deboli, è una ripresa guidata dall’export più che dalla domanda interna, ma iniziano a vedersi dei cambiamenti.

Dopo un lungo periodo in cui non arrivavano investimenti e i consumi erano fermi, la gente ricomincia a comprare, per esempio elettrodomestici. La situazione permane fragile e gli investimenti non raggiungono livelli sufficienti.

A mio avviso, va rilevata la solidità delle istituzioni europee, che sono il punto di forza del Vecchio Continente e la leva per uscire dalla crisi. I paesi emergenti non hanno questa solidità istituzionale, hanno infrastrutture deboli, investimenti scarsi e una domanda interna non particolarmente forte, perché in essi c’è un forte squilibrio di reddito.

Ecco perché stiamo assistendo a un deflusso di capitali dai paesi emergenti alle economie sviluppate, Europa compresa. È chiaro che l’Europa non crescerà mai ai ritmi dei paesi emergenti perché è un’economia già ricca che non può pensare di espandersi all’infinito.

Potremmo considerare buona una crescita compresa tra 3 e 4% nominale, ossia un valore reale che oscilli fra 1 e 2%. Per raggiungere questo tasso di crescita l’Europa deve fare una serie di riforme, soprattutto dei mercati del lavoro e delle professioni, e lavorare sul suo sistema finanziario.

LIMES A questo proposito aspettiamo i risultati degli Stress Test.

ANDREA MONTANINO – Gli Stress Test faranno un lavoro di “ripulitura” delle banche e permetteranno di ricreare un clima di fiducia. Va ricordato che tra tutti i paesi europei, l’Italia è quello in cui gli aiuti di Stato agli istituti di credito sono stati i più bassi in assoluto.

Le banche italiane hanno avuto circa 4 miliardi di aiuti pubblici, quelle tedesche più di 60. Le banche italiane stanno già ricapitalizzando e sono mediamente ben capitalizzate, in più hanno avuto in questi anni una supervisione della Banca d’Italia molto rigida…non mi aspetto grandi sorprese.

LIMES Si può avere un cauto ottimismo?

ANDREA MONTANINO – In economia non si può mai dire, ma alcuni elementi fanno pensare che la crescita possa essere più robusta di quanto immaginato oggi. C’è una fiducia generalizzata sull’Europa, lo si vede dai tassi d’interesse sui debiti pubblici.

Si guarda sempre allo spread, ma bisognerebbe valutare i tassi. In Italia non abbiamo mai avuto tassi così bassi. La frenata dei paesi emergenti provocherà qualche rallentamento ma, almeno per il momento, non si vedono crisi all’orizzonte (qualcuno ha rallentato più del previsto, ma non parliamo ancora di una situazione problematica).

Anche l’Africa continua la sua crescita e si trova in una fase relativamente positiva, più stabile anche geopoliticamente.

LIMES Come si può approfittare del ritorno dei capitali?

ANDREA MONTANINO – Intanto ne stiamo approfittando a livello di debito sovrano. Emettiamo debito a tassi bassi, non solo in Italia ma più generalmente in Europa. In questo momento gli investitori puntano a mercati sicuri come il nostro.

C’è una forte richiesta di titoli europei, quindi possiamo permetterci rendimenti bassi. Altra cosa su cui dovremmo puntare è l’attrazione di capitali su investimenti di lungo periodo. In questo momento ci sono belle aziende in giro per l’Europa, che hanno bisogno di capitale per crescere.

LIMES Il “credit crunch” è alle spalle?

ANDREA MONTANINO Il “credit crunch” è il problema numero uno, da diversi anni, in Europa e particolarmente in Italia.

C’è stata una discussione per capire se è un problema di domanda o di offerta. In altri termini: sono le banche che non danno i soldi, o sono le imprese che non li chiedono? In realtà ci sono entrambi gli elementi: in una fase di recessione le imprese non investono perché tendono a non indebitarsi e le banche a non esporsi. 

È dunque necessario riportare capitale nelle imprese, mentre le banche hanno bisogno di ripulire i bilanci, dopo molti anni di crisi dai debiti incagliati. Purtroppo la riduzione dei tassi non si è ancora tramutata in una riduzione dei tassi alle imprese.

Quindi, se è vero che gli Stati riescono a indebitarsi a costi molto più bassi, lo stesso non vale per le imprese: è la cosiddetta financial fragmentation.

LIMES Come si supera ?

ANDREA MONTANINO – In parte ripulendo i bilanci delle banche e riducendo l’indebitamento delle imprese, quindi rafforzando il capitale. È un problema che ci riguarda da vicino: le imprese italiane hanno generalmente meno capitali rispetto ai debiti.

I nostri imprenditori preferivano spendere i propri soldi, piuttosto che reinvestirli in azienda. Ora però, con il sistema del credito bloccato, bisogna riportare i capitali nelle imprese.

Inoltre la Bce potrebbe favorire il credito nelle zone geografiche in difficoltà, o nei segmenti d’impresa più in crisi. Non è facilissimo, ma forse ci potrebbe essere uno spazio di manovra.

LIMES Il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, ha commentato positivamente le riforme annunciate dal governo Renzi. Il clima è cambiato?

ANDREA MONTANINO – Il Fondo monetario non ha fatto una valutazione dell’operato del nuovo governo, lo farà con le consultazioni annuali (“Article IV consultations”) che si svolgeranno durante l’estate.

Fino ad allora sono tutte analisi preliminari. Detto questo, se guardiamo a quelle che sono state le raccomandazioni dell’Fmi all’Italia, effettivamente si può dire che l’azione del governo Renzi va in quella direzione. Una delle raccomandazioni che il Fondo ha sempre fatto è quella di avere un sistema di tassazione più favorevole alla crescita.

Un calo delle tasse sui fattori produttivi, lavoro e capitale, compensato da imposte più alte sulle rendite finanziarie. Quello che sembra fare il governo Renzi va in questa direzione: riduzione di Irpef e Irap, aumento dei prelievi sulle rendite finanziarie.

L’altra cosa che si giudica positivamente è l’impegno al consolidamento fiscale. Si tratta di una condizione necessaria per un paese ad alto debito. I mercati hanno bisogno di sapere che questo debito sarà rimborsato.

LIMES Come si fa ad abbattere il debito?

ANDREA MONTANINO – Proseguendo le politiche di consolidamento fiscale. In questo campo l’Italia sta facendo molto bene, solo la Germania ha un consolidamento migliore del nostro. Dobbiamo inoltre puntare sulla crescita. 

È qui che l’Italia ha spazi per fare di più. Abbiamo un grosso mercato interno, delle aziende d’eccellenza che esportano sui mercati mondiali. Il tema vero è come aumentare la crescita. Se potessimo avere una crescita nominale attorno al 3-3,5%, assieme a una politica fiscale prudente riusciremmo ad abbattere il debito pubblico. 

LIMES A proposito d’Italia, l’Fmi ha previsto una crescita dello 0,6 % come per Atene, mentre per il prossimo anno la Grecia dovrebbe crescere del 2,9 % più di Roma. Questo presunto sorpasso ha fatto gridare allo scandalo. 

ANDREA MONTANINO – È ovvio e auspicabile che la Grecia, dopo anni di pesante recessione abbia tassi di crescita più elevati di quelli di gran parte dei paesi europei, Italia compresa. Il confronto non ha molto senso, sarebbe come confrontare i tassi di crescita delle economie emergenti, che crescono a ritmi del 5% o più, con quelli delle economie più mature.

LIMES L’Fmi ha messo in guardia l’Europa dai rischi di lowflation, una condizione di crescita molto bassa dei prezzi che, pur non sconfinando nella deflazione, può avere effetti negativi su produzione, reddito e lavoro.

ANDREA MONTANINO – Non è una novità, già lo scorso autunno la bassa inflazione in Europa era una preoccupazione per il Fondo. Va chiarito che nessuno vede rischi di deflazione in Europa, ossia d’inflazione negativa come media dell’area euro.

Chiaramente all’interno del Vecchio Continente ci sono situazioni molto diverse, c’è deflazione in Portogallo e direi anche in Spagna. Ci sono paesi che hanno un’inflazione molto bassa, come l’Italia, e altri che hanno inflazione bassa ma non bassissima come la Germania. In media si sta sopra lo zero.

La Bce ha detto più volte che sta vigilando e che se sarà necessario interverrà con gli strumenti che ha a disposizione. Essendo già in una situazione di politica monetaria molto accomodante, gli strumenti per intervenire non sono moltissimi.

Abbiamo i tassi allo 0,25 %. In teoria c’è ancora qualche margine di manovra. La Banca centrale europea è l’istituzione che ha in mano le leve e deciderà al momento opportuno quali utilizzare.

LIMES Rispondendo ai continui richiami del Fondo alla Banca centrale, il governatore Draghi ha usato toni un po’ stizziti, rilevando che vorrebbe vedere lo stesso atteggiamento nei confronti della Federal Reserve. Crede che l’Fmi abbia due pesi e due misure?

ANDREA MONTANINO – Non lo so. Bisogna capire quanto sia utile che il Fondo monetario continui a insistere su tale questione. Forse l’osservazione di Draghi era piuttosto volta a rassicurare sul fatto che il problema è molto chiaro alla Banca centrale europea, che agirà quando lo riterrà opportuno.

LIMES A che punto è la riforma dell’Fmi?

ANDREA MONTANINO – Il Fondo monetario è un’istituzione quota based, ognuno conta in base a quanti soldi ha messo. Nel 2010 è stato raggiunto un nuovo accordo che prevede il raddoppio delle quote.

Questa strategia garantisce all’Fmi una maggiore capacità finanziaria e ha previsto la ridistribuzione delle quote a favore di paesi emergenti, in base all’importanza economica degli Stati.

Dalla fine degli anni Quaranta a oggi le cose sono cambiate; paesi, come India o Brasile, che all’epoca economicamente non esistevano, ora sono molto importanti e reclamano più potere.

Perché l’accordo entri in vigore c’è però bisogno della ratifica del Congresso americano, che ancora manca. Gli Stati Uniti possiedono circa il 16-17 % delle quote dell’Fmi; poiché le decisioni passano a maggioranza dell’85%, se Washington non ratifica la riforma, non c’è una maggioranza. I tentativi dell’amministrazione americana di far passare questa ratifica non hanno funzionato.

Anche nel recente voto per il pacchetto di aiuti all’Ucraina, la Casa Bianca aveva aggiunto la ratifica sull’accordo per l’Fmi, ma il Congresso l’ha respinta. Siamo in una situazione di stallo che crea tensione.

C’è un problema di risorse, che potrebbero non essere sufficienti a gestire nuove crisi. Al momento esiste un accordo, il N.a.b. (New arrangement to borrow), fra l’Fmi e 36 grandi paesi, fra cui l’Italia. L’intento è di dare aiuti aggiuntivi, qualora ve ne sia bisogno.

Si tratta, però, di un accordo temporaneo che ogni sei mesi viene riattivato: il rischio che si blocchi o che qualcuno si metta di traverso è sempre in agguato. È una situazione delicata soprattutto se si pensa che 2/3 dei finanziamenti derivano dal N.a.b. e circa un quarto dal sistema delle quote.

Se il N.a.b. si bloccasse, si incepperebbe tutta la macchina. Altro elemento di tensione è rappresentato dal malumore dei paesi emergenti. Finché il nuovo sistema delle quote non entrerà in vigore, il loro nuovo potere non sarà riconosciuto.

LIMES La riorganizzazione dell’Fmi tocca anche gli interessi italiani.

ANDREA MONTANINO  – Inevitabilmente. In questo momento, su 24 direttori esecutivi, 8 sono europei, 6 dell’Eurozona più 2 posizioni per Svizzera e Gran Bretagna. L’accordo prevede il passaggio da 8 a 6.

Al momento, tutti i membri del G7, Italia inclusa, hanno un direttore esecutivo, e una loro rappresentanza al Fondo. Quando gli Stati Uniti ratificheranno l’accordo, l’Italia dovrà avere una posizione chiara. È ugualmente importante che ci sia una posizione europea, la quale per il momento manca.

Per l’Italia si tratta di una partita decisiva, dove può giocare un ruolo guida. Siamo la terza economia dell’Eurozona nonché soci fondatori dell’Ue. Potremmo spingere per una rappresentanza europea, anche più consona ai tempi, ma dobbiamo prepararci per tempo.

Per approfondire: “Alla guerra dell’euro

14.04.2014

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