L’impronta del rottamatore (da La Stampa – 15.04.2014)

FRANCESCO MANACORDA

Nove cariche di vertice e otto nomi nuovi. Cinque presidenze e quattro donne. Alla sua prima prova nelle nomine pubbliche, il campo dove si incrociano davvero politica e affari, Matteo Renzi mostra che il realismo d’obbligo quando si parla ai mercati si può coniugare con quella rottamazione che è elemento fondatore della sua azione e che sta rapidamente conquistando l’opinione pubblica.  

Una rottamazione che adesso passa anche per una presenza femminile sempre più impetuosa che non appare solo un’iniziativa di facciata. Todini, Marcegaglia e Grieco alla presidenza di Poste, Eni ed Enel – e oggi a Terna arriverà Bastioli, manager innovativa della Novamont – mandano il messaggio di un Paese normale, dove il potere non è solo materia oscura coltivata nelle consorterie maschili e dove – anche se per ora solo grazie alla «discriminazione positiva» attuata dal premier – le differenze di sesso non precludono più nessuna strada.

Il segno della rivoluzione nelle nomine di Renzi è comunque prima di tutto in quello che le decisioni di ieri sera si lasciano alle spalle. Solo due mesi fa gli amministratori delegati delle principali aziende controllate o partecipate dal Tesoro non nutrivano troppi dubbi su una riconferma o almeno su un passaggio alla presidenza delle «loro» società che ne avrebbe mantenuto di fatto immutato il potere. Sembravano, e in buona misura erano, inattaccabili da qualsiasi vento nuovo, chiusi nel fortino di gruppi che per potenza economica avevano pochi rivali e resi più forti dalla debolezza di una politica in crisi. Invece Paolo Scaroni, da 9 anni dominus indiscusso dell’Eni, Fulvio Conti che ha regnato all’Enel per un eguale periodo, Massimo Sarmi alle Poste da addirittura dodici anni, sono adesso fuori dal grande gioco dei manager pubblici, seppur accompagnati da liquidazioni plurimilionarie.

Ma il cambiamento passa anche per la scelta dei loro successori. In Eni ed Enel Scaroni e Conti vengono sostituiti da capi-azienda interni come Descalzi e Starace, che quindi conoscono uomini e business che vanno a dirigere, decisamente più giovani, dal profilo «tecnico» e soprattutto meno legati alla politica – non solo quella berlusconiana, che pure aveva giocato nella loro nomina un ruolo preponderante – dello scorso decennio.

In Poste e in Finmeccanica si verificano i maggiori elementi di rottura. Al posto di Massimo Sarmi – al quale a nulla è servito l’avventuroso impegno dell’azienda nell’operazione Alitalia – arriva a guidare quelle Poste che dovranno essere quotate un manager come Francesco Caio, uno dei pochi italiani che hanno un profilo davvero internazionale e che potrà utilmente portare nel nuovo posto di lavoro la sua esperienza nell’Agenda Digitale.

Ancora più rivoluzionario, se si vuole, il passaggio in corsa di Mauro Moretti dalle Ferrovie a Finmeccanica. Lo spigoloso sindacalista-manager che nei giorni scorsi, con la polemica in difesa del suo stipendio, era parso sprofondare non solo nel gradimento popolare ma anche nella hit-parade del governo, viene adesso paracadutato su un fronte caldissimo come quello di Finmeccanica. Non è certo una punizione. Evidentemente proprio il suo profilo di risanatore e una certa tempra poco incline ai compromessi hanno fatto sì che Renzi, nonostante gli scontri di queste settimane e i confronti a muso duro che risalgono a quando il premier era sindaco di Firenze, lo considerasse l’uomo giusto per mettere mano al polo nazionale della Difesa dove, a fianco di tante persone che lavorano onestamente, nel corso degli anni si sono create strutture parallele tutt’altro che limpide.

Certo, le scelte di Renzi possono anche prestarsi a qualche critica: Todini e Marcegaglia, ad esempio, sono figlie – a tutti gli effetti – del capitalismo familiare e qualcuno già ricorda che la stessa Todini è stata europarlamentare per Forza Italia, vedendo dietro la sua nomina l’ombra di qualche scambio con l’ex Cavaliere. L’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, che resta alla presidenza di Finmeccanica, si dimostra l’unico vero inamovibile. I nuovi amministratori delegati di Eni ed Enel sono cresciuti finora sotto l’ala protettiva dei loro predecessori e c’è chi teme che proprio per questo non siano abbastanza portatori di innovazione. E ancora, la procedura di selezione dei nomi è stata affannosa e non priva, nelle liste dei consiglieri, di qualche nome che riporta a spartizioni di partito. Ma si tratta, per l’appunto, di notazioni marginali che non intaccano il risultato. Quei nomi nuovi e quelle quattro donne mostrano che la voglia di cambiare si è tradotta in atti. Il giudizio finale su come si muoveranno i nomi nuovi, ovviamente, spetta al mercato.

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