Giovani sfruttati: ecco le testimonianze dei praticanti avvocati salernitani (da Citizen Salerno – 14.04.2014)

Giovani sfruttati: ecco le testimonianze dei praticanti avvocati salernitani
Matt Damon e Mickey Rourke in una scena del film, The Rainmaker

Un calvario fatto di sfruttamento, insuccessi e tanta fatica

E’ un calvario fatto di sfruttamento, insuccessi e tanta fatica: per tanti giovani che sognano di entrare nelle aule di un tribunale, vestendo la toga, il sogno si trasforma in un incubo. Il sistematico sfruttamento che avvocati e studi legali fanno dei praticanti, è diventato ormai una triste abitudine anche a Salerno nonostante le disposizioni del codice deontologico. Un fenomeno massiccio sotto gli occhi di tutti, trasformatosi in consuetudine e accettato passivamente, di cui si parla sempre troppo poco.

«I più fortunati ci guadagnano un caffè o un succo di frutta. Neppure un centesimo di euro – ci spiega A. T., 27 enne – molti legali contesteranno che garantiscono ai loro collaboratori un cospicuo rimborso spese, niente di più falso, il più delle volte con i soldi che ti danno non ci paghi né l’autobus, né la benzina se automunito. Eppure il codice deontologico all’art. 26 esplicitamente prevede: “l’avvocato deve fornire al praticante un adeguato ambiente di lavoro, riconoscendo allo stesso, dopo un periodo iniziale, un compenso proporzionato all’apporto professionale ricevuto”. Il loro codice parla di compenso proporzionato al lavoro e non di rimborso spese. Per molti anche il rimborso rappresenta un’utopia, i più furbi ti scroccano pure gli spiccioli in più per una notifica, una marca da bollo o una fotocopia fatta fuori dallo studio».

Racconti amareggiati di quanto, effettivamente, i più giovani siano costretti a subire ed incassare pur di portare a termine quei 18 mesi che apriranno la strada all’esame di stato e alla successiva iscrizione all’albo degli Avvocati.  «Sono laureata da due anni, sin da bambina sognavo di essere un avvocato penalista, uno di quelli che aiuta la giustizia a vivere – ci dice V. R., 28 anni –  la laurea è stata una soddisfazione immensa ma mai come il primo giorno in cui ho messo piede in un tribunale. Quel giorno mi ha prospettato una carriera interessante, stimolante, ricca di cose da imparare. Sono bastate poche settimane per capire che sarebbe stato altro. Ero la segretaria-praticante, quando anticipavo denaro per i diritti di cancelleria spesso non ho riottenuto quello che avevo sborsato di mia tasca, altre volte lo riavevo dopo aver chiesto per giorni e giorni quella miseria. Finiti i miei due anni di pratica, ho lasciato lo studio sentendomi anche dire che se non avevo imparato nulla era stato perchè non avevo abbastanza spirito di iniziativa. Dall’esperienza sono uscita amareggiata ma sento ancora dentro il brivido che ho provato entrando in quell’aula di tribunale. Ora sto studiando per l’esame di stato e quel sogno non l’ho scordato, forse l’ho ridimensionato».

Insomma, un percorso ad ostacoli che, quasi mai, finisce per premiare il merito. «E’ tutto il sistema che non va, se si potesse introdurre una legge che preveda l’obbligo degli avvocati di assumere i praticanti forse cambierebbe qualcosa – chiarisce V.C., 31 anni – sono avvocato da 4 anni, non ho un cliente mio ma collaboro con un avvocato di cui non posso lamentarmi perchè qualcosina mi paga. A conti fatti guadagno un terzo di quello che guadagnerebbe una segretaria, pur facendo il doppio lavoro: segretaria e avvocato. Ma per l’avvocato questo è un vantaggio perchè paga una persona qualificata meno di una segretaria. In più, quando ho partorito l’anno scorso sono stata a casa un po’ e non ho percepito nulla per tutti quei mesi, anzi ho rischiato di non trovare più la scrivania al mio ritorno. Ma è possibile tutto questo? Mi sto guardando in giro per cercare un lavoro come commessa e cancellarmi dall’albo perchè è più quello che devo pagare tra iscrizione all’albo, cassa forense, corsi per la formazione di quello che guadagno».

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