Perché il modello tedesco è dannoso per l’Europa (da Linkiesta – 12.04.2014)

, infografica di 

haribo«Qual è la colpa dei tedeschi? Aver generato una riforma che ha tolto dal centro del mercato del lavoro 7 milioni di persone, destinate a lavori a bassissimo salario. Ma è questa la ragione della concorrenzialità tedesca?».

Nei tempi in cui si discute di Jobs Act, contratto unico, flessibilità, e mentre rieccheggia sempre più spesso l’idea «Riforme Schroder uguale modello per il sistema Italia in crisi», l’economista Marcello De Cecco, professore di Applied Economics alla Luiss, si fa domande e si dà risposte, e in poche battute mette a fuoco la questione: «Non è la creazione di posti di lavoro da fame a far crescere un Paese, perché questo abbassa solo i consumi interni. No, la concorrenza della Germania è quella fatta spostando la produzione nelle aziende di Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, 30 km di distanza e manodopera qualificata per cinque soldi. Ed è quella fatta con ampi investimenti nella ricerca e in strutture, come i Fraunhofer Instituten, che conducono ricerca applicata e fanno da ponte tra ricerca di base e aziende», aumentati ancora di più negli ultimi 15 anni».

«Che poi – continua De Cecco – non ha nessun senso dire “portiamo in Italia la riforma Schroder” perché già ci sta, e pure peggio. Prenda lo stipendio di un operaio qualificato Fiat e lo confronti con uno della Volkswagen: non c’è paragone, i nostri operai al confronto fanno la fame. La prima fascia dei nostri lavoratori guadagna la metà rispetto ai tedeschi. E i prezzi delle merci sono gli stessi nei due Paesi. Il mercato secondario, quello a basso reddito, è già uguale alla Germania, se si considera anche il lavoro nero».

Cosa è diventata la Germania a circa 10 anni dall’introduzione dall’Agenda 2010 di Schroder, lo abbiamo raccontato pochi giorni fa con questo articolo e le sue infografiche. Lì, abbiamo mostrato come dietro ai dati positivi di disoccupazione (la più bassa d’Europa) e crescita del Pil (sopra la media Ue27), esistono anche i dati della disuguaglianza (aumentata) e della povertà (il 22,8 % dei lavoratori tedeschi è a basso reddito, il 16,1% della popolazione è a rischio povertà). Numeri raccolti dalla giornalista Patricia Szarvas nel suo ultimo libro Ricca Germania poveri tedeschi che alla solidità platealmente proclamata del mercato del lavoro tedesco, ha contrapposto una fascia, ampia, di fragilità.

Una fragilità non priva di rischi.

Proprio mentre mettevamo in pagina quei dati, il Governo Merkel ha annunciato in grande stile l’introduzione di un salario minimo a 8,50 euro/ora, tema forte della campagna elettorale dei socialisti ora al governo con Merkel. Il Ddl ha avuto grande eco sui giornali internazionali, che lo hanno salutato come il miglioramento delle sorti di quel 22,8% di lavoratori a basso salario- circa 7 milioni di tedeschi – esclusi dalla ricchezza e dai numeri mirabolanti creati dal Paese in questi anni, pur essendone gli artefici.

Ma è davvero così? Può un salario minimo di 8,50 euro/ora migliorare le condizioni dei lavoratori nel Paese in cui la soglia che definisce il basso reddito è di 9,14 euro/ora? Può la Germania correggere in questo modo la fragilità che si porta in seno? E’ un tema molto interessante che riguarda in fondo tutta l’Europa.

lavoratori basso reddito germania 

lavoratori bassa retribuzione germania

lavoro basso salario germania

Marcello De Cecco la butta sul ridere: «È successo che i socialisti (la Spd, ndr) sono andati da Merkel e le hanno detto: “Noi abbiamo dichiarato che i meridionali d’Europa sono brutta gente, ora voi dateci questi 8,50 euro di salario minimo e facciamoci la coalizione di governo”. Ma 8,50 non sono sufficienti, è una mossa elettorale dei socialisti. È come quei genitori che ti dicono: “Eccoti 1000 lire, e non te le spendere tutte, metti dei soldi da parte”».

La giornalista Patricia Szarvas è d’accordo nel considerarla una misura insufficiente, ma ci vede anche un primo passo avanti, utile almeno per migliorare la condizione di quei lavoratori che oggi prendono 7 euro, 5 euro, addirittura 2 euro all’ora (i circa 7 milioni di persone che citava De Cecco) e vivono in aree in cui il costo della vita magari è un po’ più basso di Berlino o Francoforte».

Così anche Giulio Sapelli, storico ed economista italiano, che vede nelle riforme Hartz e Schroder di 10 anni fa «un colossale errore», «l’inizio della decadenza tedesca». Per due motivi precisi: «l’aumento della produttività non si ottiene con l’abbassamento del costo del lavoro. Il plusvalore non si crea così, ma con le eccellenze tedesche: «apprendistato ottimo, istruzione formidabile, merci che “non si vendono ma si acquistano”». Tutti elementi, questi, che per Sapelli sono ora ad alto rischio. E in secondo luogo, il modello tedesco del lavoro introdotto a inizio Duemila «sta distruggendo la domanda interna dei consumi, creando uno sbilanciamento tra mercato interno minimo e surplus commerciale enorme».

Proprio per questo, afferma Sapelli, «Credo che l’introduzione di un salario minimo in Germania sia un buon passo, nonostante vada contro la mia ostilità di fondo a un eccessivo coinvolgimento dello Stato nella regolazione del mercato del lavoro» (Sapelli si dice a favore della contrattazione diretta tra singola impresa e sindacato, «senza paura di dialogare», pur garantendo una base comune di regole). Anzi, aggiunge «Farebbe bene anche all’Italia, perché è assurda l’idea che la liberalizzazione crea occupazione. E invece alle pmi italiane, quelle dove il sindacato non c’è, il salario minimo farebbe proprio bene, e non è escluso che possa trovare anche il consenso del mondo artigiano»

Il punto chiave, insomma, è per tutti lo stesso: un Paese che tiene in pancia così tanti milioni di poveri e atipici si espone ad ampi rischi e apre molte questioni.

Uno. Mentre molti economisti, sulla scia di uno studio pubblicato da Deutsche Bank lo scorso novembre, ritengono che fissare un salario minimo porterà alla perdita di molti posti di lavoro (la Deutsche parla di 1 milione), Patricia Szarvas vede nel salario minimo la strada per fare «un po’ di pulizia» tra quelle aziende che finora sono sopravvissute solo grazie ai sussidi statali, sussidi utili infatti a integrare gli stipendi dei lavoratori assunti a bassa retribuzione (questa l’idea di fondo delle riforme Schroder). «È il modo per creare una economia più genuina, solida, di lungo termine permettendo solo alle imprese capaci di dare stipendi solidi di rimanere vive».

poverty germany

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«Occorre passare dalla quantità di posti di lavoro creati in questi 10 anni alla qualità», argomenta Szarvas, che la considera una «forma di investimento» per le stesse aziende. «Il ragionamento da fare con le imprese è semplice – dice Szarvas: “Finora vi abbiamo dato la possibilità di avere un costo del lavoro basso e di rimanere in piedi. Ora dovete reinvestire il guadagno ottenuto e la cosa più utile per voi è quella di porre le condizioni per far ripartire i consumi interni, lasciando più soldi nelle mani dei lavoratori”».

Due. È importante che la domanda interna riparta. La Germania ha scelto di puntare tutto sull’export: produce per vendere ad altri. In questo modo non è necessario garantire alti stipendi – quindi potere di acquisto – ai suoi stessi cittadini. Ma «uno sbilanciamento tra import ed export è molto pericoloso», commenta Szarvas. «Vediamo che la Cina sta rallentando, il mercato Ue è in forte calo e la Russia ha relazioni economiche spesso messe a rischio da questioni di geopolitica, come sta accadendo ora. Se aumentassero i consumi di quei circa 7 milioni di tedeschi a basso reddito, aumenterebbero il Pil, il gettito fiscale, scenderebbe la spesa sociale che ora serve a integrare il loro salari. La Germania sarebbe più bilanciata, perché poggerebbe su due gambe anziché una sola (consumi interni ed esterni, ndr), e avrebbe una distribuzione più equa della ricchezza».

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La ripresa della domanda interna tedesca sarebbe un taccasana anche per un’Europa che arranca. La stessa Europa che Berlino vuole guidare a colpi di austerity e rigore, senza accorgersi che parte delle responsablità di quella fragilità economica sono anche sue. Lo scorso settembre, un rapporto del Tesoro statunitense bocciava la politica economica tedesca, considerandola causa della crescente deflazione europea e mondiale. Vi si legge:

«Il Ritmo anemico di crescita della domanda interna tedesca e la dipendenza dalle esportazioni della Germania hanno ostacolato il riequilibrio in un momento in cui molti altri paesi della zona euro, che sono stati sottoposti a forti pressioni per ridurre la domanda e comprimere le importazioni, al fine di promuovere l’adeguamento. Il risultato netto è stata una deflazione per la zona euro, così come per l’economia mondiale»

Tre. La disuguaglianza non è solo una questione morale. Nella Germania degli ultimi 10 anni l’indice di Gini, l’indicatore che misura la disuguaglianza nella distribuzione di ricchezza di un Paese, è cresciuto, passando dal 26,1 del 2005 al 28,3 del 2012. Questo mentre il Paese cresceva e produceva ricchezza. Il grande rischio della mancata redistribuzione di questo surplus creato, è – dice Szarvas – nello sviluppo delle risorse del Paese. Meglio, nel non sviluppo. «I figli che oggi crescono in povertà, che futuro avranno? Potranno accedere alle stesse scuole dei più ricchi? Potranno coltivare i loro hobby? Potranno sviluppare al meglio i loro talenti e diventare risorse migliori per il Paese?».

E infine quattro. Loro, i grillini tedeschi. In che senso? «La gente in Germania è stanca di non avere soldi, ed è arrabbiata. Si parte da qui per capire come mai nel febbraio 2013 sono nati i “grillini tedeschi”, il partito di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania) di Bernd Lucke – economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo», afferma la Szarvas. Si spiegano con l’ampia fascia di lavoratori poveri quei 2 milioni di voti raccolti da Lucke alle elezioni federali del 22 settembre 2013 (pari al 4,7%, non riuscendo quindi a superare per un soffio la soglia di sbarramento del 5% per ottenere seggi al Bundestag). Tra i punti chiave, i grillini tedeschi mettono l’uscita dall’Euro della Germania e la possibilità di creare unioni monetarie alternative e parallele. Un segnale per capire quanto pesino le difficoltà economiche sul suo elettorato, è da cercare forse nell’ostilità dei grillini tedeschi all’intenzione della Merkel di spegnere entro il 2020 tutte le centrali nucleari attive in Germania, perché – sostengono loro – porterebbe all’aumento dei prezzi dell’energia.

Ma questa stanchezza è anche alla base dello sciopero «senza precedenti in Germania» di 5400 piloti (il 99,1%) della compagnia aerea Lufthansa. «Per tre interi giorni, dal 2 al 4 aprile, non è partito un singolo volo. E si manifestava per chiedere di alzare il salario a 16 euro l’ora, il doppio del minimo introdotto dal governo, non so se mi spiego». 

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