Volontariato, il welfare della crisi (da la Repubblica – 09.04.2014)

Cinque milioni di persone ogni giorno danno il loro aiuto a chi non riesce ad arrivare alla fine del mese. Un impegno essenziale in un paese messo in ginocchio dalla recessione e dai tagli alla spesa pubblica, dove la parte di popolazione sotto la soglia di povertà è in crescita. Solidarietà decisiva, ma resa sempre più difficile dalla riforma del 5 per mille

di MARCO CORRIAS, con un commento di CARLO CIAVONI, foto di FRANCESCO COLLINA 

Viaggio nell’Italia che si aiuta 

ROMA – Ci sono le mense classiche, con le file di nuovi poveri italiani che s’ingrossano. E i dormitori, anch’essi classici, un tempo territorio esclusivo dei senzatetto sopratutto stranieri e ora invece sempre più frequentati da intere famiglie che hanno perso la casa. Si moltiplicano le associazioni che concedono nuove forme di microcredito per permettere a chi non ha più uno stipendio di pagare le bollette, la rata della macchina, la spesa settimanale, persino la dentiera. Nascono ovunque i mercatini dell’usato, di tutto l’usato, gratuito o con piccole offerte, dai vestiti alle lenzuola, dagli abiti da sposa ai mobili, nati apposta per permettere a chi non ha nulla di mantenere un minimo di decoro. Crescono le donazioni per le borse lavoro, con cui si pagano stipendio e assicurazione ai nuovi assunti, sgravando per qualche mese gli imprenditori che sono così più incentivati ad assumere. Si diffondono, infine, le associazioni di medici e paramedici costretti a sostituirsi allo Stato, che vanno casa per casa, gratuitamente, ad assistere malati terminali, diabetici, disabili, anziani soli incapaci di badare a se stessi. Ci sono mille forme di volontariato in quest’Italia stremata dalla crisi. Un quadro illustrato nel dettaglio al Festival nazionale di Lucca. Girando l’Italia, dall’ex ricco Veneto alla Toscana per finire in Campania, si ha la chiara sensazione che se non ci fossero loro, i volontari, con la capacità di inventarsi sempre nuove forme di assistenza e di adattare alle nuove emergenze quelle vecchie, la situazione sarebbe ben più drammatica di quanto già non sia.
Lucca capitale del volontariato

Al posto dello Stato. E invece i volontari ci sono, anzi, secondo una ricerca della Fondazione volontariato e partecipazionesono cresciuti, almeno fino al 2012, in maniera inversamente proporzionale al calo dell’occupazione. Come dire che più aumenta la crisi, maggiore è l’impegno che gli italiani mettono nel sostenere i connazionali in difficoltà. La prova, dice la stessa ricerca, è nel fatto che il 60 per cento delle organizzazioni di volontariato nel 2011 ha avviato nuovi programmi di aiuto. E non sono numeri da poco, visto che i volontari sono 4,7 milioni e che prestano la loro opera in 301.191 organizzazioni, delle quali 25mila operanti nell’assistenza sociale e nella protezione civile. Un settore enorme che oltre ai volontari impiega un milione di lavoratori e produce con un’ottantina di miliardi di euro il 3 per cento del Pil. “Interi pezzi di welfare sono ormai gestiti direttamente dal non profit e questo è un bene, ma può anche essere un male”, dice Edoardo Patriarca, presidente del Centro nazionale per il volontariato (Cnv, che coordina il lavoro di 598 soci; l’altra grande organizzazione nazionale è il Forum del Terzo settore, che ha 71 associazioni aderenti). “Può essere un bene perché stimola il terzo settore a rinnovarsi per fronteggiare le emergenze generate dalla crisi. Anche se dovrebbe farlo con una visione d’insieme che vada oltre i bisogni contingenti e al momento mi sembra che questa capacità non ci sia. Può essere un male perché finisce che al volontariato si affidano troppi compiti che dovrebbero essere dello Stato, e in questo modo ci si dimentica dell’importanza che deve avere il welfare. Per intenderci: se un anziano mi chiede un pezzo di pane glielo do. Ma è compito dello Stato fare in modo che quell’anziano non abbia bisogno del mio pezzo di pane”.

Alla mensa dei poveri 4 su 10 sono italiani

La nuova assistenza anticrisi. Per ora di pane gratuito, e non solo di quello, c’è un grande bisogno: nel 2013 i pasti forniti dalle mense di una miriade di associazioni sono stati oltre quattro milioni. Nella sola Verona, una delle ex capitali del benessere italiano, sono ben sette le mense per i poveri. E la Caritas diocesana ha denunciato che i pacchi famiglia, dai 100 che ne distribuiva due anni fa, ora sono diventati 500. Ma a Verona si sperimentano anche forme nuove di assistenza, in un intreccio sempre più evidente tra pubblico e privato volontario. E allora visto che gli ospedali veronesi, come quelli di molte altre città, sono costretti a tagliare il 10 per cento dei posti letto, compresi quelli per i malati terminali, ecco nascere la onlus San Antonio, fondata dal medico Antonio Santo, che è allo stesso tempo coordinatore del Gruppo interdisciplinare veronese di oncologia polmonare. La San Antonio manda i medici volontari a casa dei pazienti dimessi perché in fase terminale e garantisce con i suoi infermieri un’assistenza quotidiana che le famiglie non potrebbero permettersi. Il dottor Santo, oltre ai benefici per i malati che così non si sentono abbandonati, rivendica anche i benefici economici per la sanità pubblica, che in questo modo risparmia qualcosa come 40mila euro a posto letto.

Non lasciamo soli i malati terminali

L’assalto agli ambulatori di Emergency. Emergency, proprio in corrispondenza dell’inizio della crisi ha varato ilProgramma Italia: poliambulatori a Palermo, a Marghera e a Polistena (Calabria), quattro centri di orientamento socio-sanitario a Sassari, Messina, Catania e Ragusa; una serie di ambulatori mobili che girano per il sud. Nati per assistere gli immigrati e indirizzarli verso il sistema sanitario nazionale, i poliambulatori sono diventati ancore di salvezza per molti italiani. “Nella sola Marghera, l’anno scorso, su 2030 pazienti 341 erano italiani”, dice Pietro Protasi, responsabile dei 2500 volontari dell’organizzazione. “C’è un 15 per cento in più di nostri connazionali che si rivolgono a noi”. I medici di Emergengy si occupano di medicina di base, ma anche di oculistica, pediatria, ginecologia e ostetricia, infettivologia e odontoiatria. “Ed è proprio l’assistenza odontoiatrica quella più richiesta dagli italiani, perché è uno dei settori in cui il sistema sanitario nazionale è più carente”, dice ancora Protasi. “Ricordo un autista di pullman rimasto disoccupato che si è rivolto ai nostri dentisti chiedendo aiuto, perché senza i denti davanti non se la sentiva di affrontare i colloqui per trovare un nuovo lavoro. Per non parlare dei tanti che ci chiedono un aiuto per pagare i ticket sanitari. Ecco, questo significa che c’è tutto un sommerso di povertà che non viene a galla, di gente che ha smesso di curarsi perché non ha i soldi”. Protasi però avverte: “Noi stiamo bene attenti a non sostituirci alla sanità pubblica, che sovente cerca di scaricarci chi non riesce ad assistere. Capita sempre più spesso che ci siano donne incinte che vengono a chiederci di fare un’ecografia, perché il servizio pubblico ha code di attesa di sei mesi e allora dicono loro di rivolgersi a Emergency. Noi, però, pur con grande dispiacere, dobbiamo dire di no”.

Il boom del microcredito. Che ci sia una larga parte di italiani che hanno smesso di curarsi, o perlomeno di rinunciare a quelle cure che fino a qualche anno fa erano garantite dal welfare o dalle disponibilità economiche famigliari, è segnalato dalle numerose associazioni e fondazioni che fanno microcredito. “Noi facciamo microcredito di soccorso”, specifica Renzo Giacomelli della Fondazione Tovini di Verona. “Ovvero diamo quei piccoli prestiti che servono alle spese immediate delle famiglie che non possono più contare su un reddito certo o lo hanno visto dimezzarsi: bollette, rate dell’auto, mutui casa, spese per l’università dei figli, per un improvviso intervento chirurgico o per altri eventi non previsti, persino per le cure dei denti”.

Piccoli prestiti per la quarta settimana

Giacomelli insieme a una sessantina di ex direttori e alti funzionari di banca ha messo su trenta centri d’ascolto a Verona e provincia. Smessi i panni dei bancari che fanno solo il freddo interesse degli istituti di credito, questi volontari cercano di capire come venire incontro alle disperate richieste di aiuto economico. “Li ascoltiamo col cuore in mano, con la sensibilità di un padre di famiglia ma con l’esperienza che deriva dal nostro ex lavoro,” assicura Giacomelli. “Verifichiamo i loro conti, i loro introiti, e se vediamo che nelle pieghe del loro bilancio si riesce a ricavare la rata minima per restituire il credito, interveniamo. I presupposti per poter erogare questi microcrediti sono infatti due: la capacità restitutiva di chi si rivolge a noi e l’assoluta verità e buona fede nel raccontarci la propria situazione. Se ci accorgiamo che uno ci dice bugie, lasciamo perdere. Ormai siamo specialisti, per esempio, nell’individuare i giocatori indebitati fino al collo vengono qui sperando così di continuare in questo loro vizio. La prima cosa che andiamo a verificare sono i loro conti bancari, e quando vediamo che giorno per giorno, quasi costantemente dal bancomat vengono prelevate piccole somme, abbiamo la certezza pressoché assoluta che si tratta di schiavi del gioco”. Giacomelli, che fa parte del fondo di solidarietà antiusura, è uno specialista nel capire le situazioni particolarmente aggrovigliate dal punto di vista dei debiti. “Molti di quelli che si rivolgono a noi sono oberati da queste carte revolving. Carte di credito ricaricabili con le quali sperano di risolvere i loro problemi. Ma in realtà è una rete che li avvolge sempre di più fino a soffocarli. Abbiamo avuto il caso di una persona che ne aveva dieci. E in molti casi abbiamo estinto il debito aprendo una trattativa col creditore e offrendo una somma molto inferiore a quella dovuta. Noi possiamo e sappiamo farlo perché siamo del mestiere”.

Finanziamenti dal 5 per mille, ma il governo ha messo un tetto. Emergency è l’organizzazione che nel settore sanitario riceve di più dal 5 per mille: nel 2012 ha avuto oltre 10 milioni, e quasi altrettanti ne ha incassati dalle donazioni dirette o indirette (gadget, iniziative, etc.) dei privati cittadini. Ci vogliono molti soldi per assicurare la sopravvivenza di quei quasi 5 milioni di italiani che risultano essere poveri assoluti. Solo per stare al 5 per mille i contribuenti che devolvono la loro parte di Irpef a una delle organizzazioni previste dalla legge sono 16 milioni. E pur tenendo conto che non tutte fanno volontariato o assistenza sociale (tra i beneficiari ci sono anche il mondo della ricerca scientifica e sanitaria, della tutela paesaggistica e dello sport dilettantistico, ma anche meno giustificate associazioni come fondi di previdenza, fondazioni politiche e di supporto a squadre di calcio), si calcola che non meno di 500 milioni all’anno vengano destinati dagli italiani al soccorso dei più poveri. Peccato che questa cifra non arrivi mai intera al Terzo settore e alle sue onlus, come ha certificato anche la Corte dei Conti con una recente sentenza sulle disfunzioni del 5 per mille.

I governi dei tempi di crisi hanno imposto un tetto massimo di 400 milioni sulla distribuzione del 5 per mille a chi veramente è stato destinato, e ancora nel mondo del volontariato viene ricordato come un incubo il tentativo (fallito per le proteste) del governo Berlusconi nel 2010 di abbassare a soli 100 milioni quel tetto. Il governo Letta ha confermato i 400 milioni nell’ultima legge di stabilità. Ma ecco cosa dice in proposito la Corte dei conti: “Andrebbe eliminato il tetto di spesa, in maniera tale che l’attribuzione del 5 per mille dell’Irpef non si traduca in una percentuale, di fatto, minore. Se, per motivi di bilancio, ciò non fosse possibile, al tetto sarebbe, comunque, preferibile una riduzione della percentuale attribuibile. Infatti, risulta grave che il patto tra Stato e contribuente venga sistematicamente violato, analogamente a quanto accade per la quota dell’8 per mille di competenza statale, che, sempre per motivi di bilancio, viene, spesso, dirottato su altre finalità rispetto a quelle stabilite dai contribuenti”. Italiani generosi nonostante la crisi. Ma la generosità degli italiani non si ferma per fortuna al 5 per mille. Una ricerca dell’Istituto italiano della donazione conferma che le entrate del no profit nel 2012 venivano per il 60 per cento dai privati cittadini e dalle imprese. Anche se la crisi morde e la generosità ne risente. Nel 2006, anno predepressione, gli italiani che donavano soldi a un’associazione erano il 17,1 per cento. Si sono ridotti nel 2013 al 12,9 per cento. E però si respira comunque un certo ottimismo, visto che i dati non definitivi del 2013 segnalano un più 4 per cento di organizzazioni che migliorano i loro bilanci a fronte del 2 per cento che li peggiorano. Le difficoltà maggiori nella raccolta fondi sono date dalla minore disponibilità economica del donatore e dal fatto che è sempre più difficile trovare nuovi sostenitori. Il numero di chi finanzia il volontariato non si è però ridotto di tanto: semplicemente si dà di meno. Sottraendo il più possibilie ai propri bilanci famigliari per donare a chi non riesce più a far quadrare i conti.

Lucca, caso emblematico. E questo, come abbiamo potuto constatare a Lucca, ma anche in altre realtà, è uno dei nuovi compiti che si è dato il volontariato: aiutare le famiglie che non arrivano ormai neanche alla terza settimana, o addirittura non hanno più alcun reddito, a far tornare i conti. Perché uno dei più grandi problemi segnalati dai centri d’ascolto è lo smarrimento di chi non può più contare sugli introiti a cui era abituato e continua a tenere un livello di vita ormai insostenibile. “Chi è abituato a spendere cento è difficile che riesca di punto in bianco a spendere cinquanta”, dice Donatella Turri, direttrice della Caritas lucchese, al cui centro d’ascolto si rivolgono 20 famiglie a mattinata. Lucca, città certo non abituata fino a pochi anni fa a fare i conti con la povertà diffusa, è considerata una sorta di capitale del volontariato, che qui ha mosso i primi passi in forma organizzata negli anni Ottanta. Qui si tiene il Festival nazionale e qui si sperimentano forme nuove di solidarietà e di donazioni. Come quella elargita da un’importante famiglia di proprietari terrieri, che ha concesso in comodato d’uso i suoi vigneti e la cantina alla cooperativa sociale Calafata, che ha dato un posto di lavoro a 11 disoccupati guidati da Marco Bechini, un ex progettista meccanico per l’industria farmaceutica.

Ogni giorno chiedono aiuto 20 famiglie

I cento modi di donare. La generosità degli italiani ha varie forme. Dagli sms per donare pochi euro indirizzati a chi si fa carico di raccogliere fondi (giornali, banche, etc.) in caso di disastri naturali, alle donazioni dirette e mirate di somme in alcuni casi consistenti. Concentrate soprattutto in Lombardia ci sono molte fondazioni che si occupano di questo, ma come dice Alberto Motta, direttore di banca in pensione e presidente della Fondazione della comunità veronese, “quelle hanno già un capitale, mentre noi riceviamo le donazioni con l’incarico di utilizzarle seguendo le indicazioni dei donatori. Ci affidano anche somme consistenti per dare un aiuto diretto ad alcune famiglie, o per pagare le rette scolastiche di alcuni ragazzi, o per l’assistenza sanitaria domiciliare e persino per restaurare la bellissima sacrestia di Santa Maria in Organo”. Alla Fondazione lavorano in cinque e uno solo, il più giovane, ha un piccolo stipendio. “Serve per garantirci la continuità”, dice Motta, che aggiunge, “l’importante è che tutto sia chiaro, gratuito e documentato”.

Ultima novità le borse lavoro. Il maggiore impegno di questa Fondazione veronese, però, ultimamente è nell’erogazione di borse lavoro. Non è l’unica ad aver riscoperto questa forma alternativa di collocamento al lavoro, che richiama nel nome le antiche Borse lavoro dell’anarco sindacalismo di fine Ottocento. In pratica, vista la difficoltà di trovare lavoro, legata anche ai costi troppo alti che le imprese devono sostenere per ogni nuovo assunto, Regioni, Comuni e altri enti, mettono a disposizione dei fondi che servono proprio a sgravare gli imprenditori dai costi e ad assicurare uno stipendio per qualche mese ai disoccupati. Non sono grandi stipendi (non superano mai i seicento euro), ma tutti sono consapevoli che è solo un incentivo per gli imprenditori a superare la soglia di resistenza (economica e psicologica) a fare nuove assunzioni.

Il ritorno delle borse lavoro

Donare è bello, ma sappiamo a chi diamo? Fondazioni come queste nascono per dare certezza a chi vorrebbe donare ma non sa orientarsi nel mare magnum delle onlus. Chi fa che cosa? Di chi fidarsi? Spesso funziona il passaparola, oppure nella grande concorrenza che c’è, la spunta chi ha maggiori capacità di propagandare la propria attività nei grandi media e con testimonial molto noti e perciò considerati attendibili. “Ognuno ha il suo orticello”, dice Edoardo Patriarca, presidente del Centro nazionale per il volontariato “ma il problema vero è che in questo campo non ci sono controlli. Chi verifica che una raccolta fondi sia davvero destinata all’uso che si reclamizza? Eppure in quest’area la gente che specula e cerca i propri interessi ci può essere. In giro per l’Italia ci sono 350 albi, se uno si vuole iscrivere basta che si faccia uno statuto e lo depositi e nessuno andrà a controllare se quella è una onlus affidabile, se la gestisce un mafioso o uno che intende solo speculare. Noi la chiediamo da tempo, ma non c’è un’autorità che controlli il Terzo settore. Dove, non dobbiamo dimenticarlo, anche il più piccolo scandalo diventa esplosivo e il mondo del volontariato nel suo insieme ne paga le conseguenze a lungo, penalizzando i milioni di onesti impegnati ad aiutare il prossimo”.

Avellino e il suo passato operaio perduto. Avellino ha uno dei più alti tassi di disoccupazione del sud e dunque d’Italia. Qui appena una decina d’anni fa la classe operaia era forte, le fabbriche macinavano un certo benessere. Ora i senza lavoro sono 15 su cento e la cassa integrazione, dopo la chiusura di Irisbus e di decine di altre imprese, non garantisce più la sopravvivenza a molte famiglie.

Avellino, dove tanti si danno una mano

Per questo, dice Stefano Landiorio, presidente del Centro servizi per il volontariato, negli ultimi anni ad Avellino sono nate numerose onlus, “proprio in risposta alle nuove richieste d’aiuto di questo territorio. Ma la nostra forza”, puntualizza Landiorio, che si occupa di ideare e seguire progetti del Terzo settore e che è anche membro della rete europea contro le povertà, “è quella di aver fatto rete, di coordinarci e quindi di offrire servizi in tutti i campi dell’assistenza. Con un principio: le organizzazioni più grandi e consolidate danno una mano alla crescita di quelle più piccole”. È capitato di recente, per esempio, che l’associazioneTonino Bello, che gestisce la casa di accoglienza della Caritas diocesana e porta pacchi spesa e pasti nelle case dei più poveri, con un bilancio di 80mila euro, abbia impegnato tutte le sue forze per aiutare nella raccolta fondi una piccolissima onlus che si occupa di assistenza ai disabili. È più o meno quel che abbiamo visto in questo piccolo giro d’Italia: a livello locale le onlus sono quasi tutte collegate tra loro, spesso in progetti d’assistenza in cui ciascuna fa la sua parte. Ma quel che accade a livello locale non avviene in campo nazionale. “È proprio questo che manca oggi al Terzo settore: una visione d’insieme che abbia come fine la coesione e la tenuta del paese”, dice Edoardo Patriarca. “Il volontariato è parte di una storia fatta da singole volontà e da istituzioni locali che si mettono insieme per progettare. Ma non c’è la politica che sappia unire in rete questa miriade di soggetti. Perché la politica non ha più l’autorevolezza per convocarli e indirizzarli a progettare il futuro”.

Quella antica ossessione per la giustizia sociale

di CARLO CIAVONI

ROMA – Avere l’idea fissa della giustizia sociale, del benessere per un numero maggiore possibile di persone sotto il livello di sussistenza. Ecco, il volontario è un tipo fatto così. Qualcuno che nella vita tende a superare il concetto economico della commutazione del valore contro un altro valore e che tende a dedicare una parte consistente della sua esistenza ad aiutare gli altri gratuitamente, sia in modo diretto, che in attività legate al bene della collettività. L’Istat, nel suo ultimo censimento, ci fa sapere che gli italiani con questa idea fissa nella testa sono 4,7 milioni, dal profilo sociologico diversissimo, per reddito, grado di istruzione, residenza geografica, credo religioso o convincimenti politici. Insomma, ci cono dentro tutti i “tipi” di italiani che, più o meno, ad ognuno di noi è capitato di incontrare. 

La storia del volontariato italiano è una storia antica. Già nel 1244 un domenicano, Pietro da Verona, fonda a Firenze la prima Confraternita di Misericordia, la “madre” della Protezione Civile italiana, che fu impegnata in azioni di assistenza e soccorso in tutto il Medioevo, accogliendo nella sua organizzazione nobili e gente umile. Nel corso del tempo, il volontariato ha però attraversato fasi di profondo cambiamento, che hanno riguardato non solo gli obiettivi stessi del soccorso e dell’assistenza, ma hanno anche radicalmente modificato l’approccio culturale e psicologico della scelta solidale. Diverso, infatti, è chi sceglieva per puro istinto umanitario di assistere i malati di lebbra, da chi oggi aderisce ad associazioni, sempre di volontari, impegnate nel recupero di beni culturali. Tuttavia la crisi, che in questi ultimi anni ha attraversato la vita di (quasi) tutti, ha ulteriormente ridisegnato il profilo del volontario italiano, per giunta ulteriormente penalizzato dai tagli feroci a tutto il Terzo Settore decisi dai governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi 20 anni, nessuno escluso. A Lucca, dal 10 al 13 aprile, è in programma il Festival del Volontariato, che ha appunto come suo principale obiettivo quello di riflettere su nuove identità e nuovi ruoli. Ad avere bisogno d’aiuto e sostegno, infatti, non sono più soltanto i “poveri di una volta”. Oggi in fila alle mense della Caritas incontri anche molti padri separati, laureati disoccupati, studenti fuori sede. Ed è cambiato anche il colore della pelle di chi fa volontariato: molti immigrati, ex assistiti che lavorano e hanno avuto modo di ricominciare una vita minimamente decorosa, sono diventati volontari a loro volta. Dunque, le richieste di supporto arrivano ormai da settori dove ancora più pronunciato è il ruolo sussidiario del volontariato, chiamato a sostituire le pubbliche istituzioni: dalla protezione civile, alla difesa dell’ambiente, dalla sanità, all’educazione, all’assistenza nelle sue forme più disparate, in sostituzione delle strutture territoriali che mancano.

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