Tutta l’ingiustizia scritta nelle multe (da l’Espresso – 09.04.2014)

Destra e sinistra, governi di ogni epoca, burocrati sembrano vedere nell’automobilista un suddito da vessare e tartassare. Ecco un campionario delle piccole e grandi iniquità cui viene sottoposto il cittadino al volante

Tutta l’ingiustizia scritta nelle multe
di Michele Ainis
La giustizia? Cerchiamola nelle piccole cose. Se i grandi mali dell’umanità sono inguaribili, potremmo occuparci degli acciacchi più lievi, ma non meno dolenti. Ne sa qualcosa il popolo delle quattro ruote. Tartassato da governi tecnici e politici, di destra e di sinistra. E senza la possibilità di scioperare, per difendersi dalle angherie di Stato. Altrimenti avrebbe incrociato le braccia (pardon, le ruote) nel giugno 2013, quando l’esecutivo Letta decise un prelievo di 120 milioni, aumentando tasse e balzelli tre mesi dopo l’aumento precedente. D’altronde gli automobilisti italiani pagano 50 centesimi al litro in accise sul prezzo della benzina, compresa quella per la guerra d’Abissinia del 1935. Nel frattempo le infrazioni calano, ma le contravvenzioni aumentano; soprattutto per sosta vietata. Per forza, quando a Roma circolano 2 milioni e 800 mila vetture, mentre i posti auto sono poco più di 100 mila. E i divieti? In California è proibito superare le 60 miglia l’ora per i veicoli senza guidatore; in Italia chi viaggia con un cocker addormentato sul sedile posteriore paga una multa di 65 euro. Poi si può scrivere un bel ricorso al prefetto, benché si traduca quasi sempre in un’ulteriore perdita di tempo. Nel febbraio 2011 ne ha scritto uno lo stesso prefetto di Milano: il ricorso a se medesimo.

Ma chi è il medesimo, quale cosa può dirsi la medesima cosa? Ecco, la materia della circolazione stradale offre un buon banco di prova per questi interrogativi filosofici. Proprio perché è materia infima, pedestre (nel senso dei piedi, ma anche dei pedoni). E perché dunque ci permette d’osservare le diseguaglianze al microscopio, piccole e maiuscole al contempo. Succede quando a Napoli la RC auto costa il triplo rispetto alle città del Settentrione: troppe truffe, sicché le compagnie assicurative si cautelano. E l’automobilista onesto sconta una responsabilità per fatto altrui. Succede quando il motociclista paga lo stesso pedaggio autostradale dell’automobilista; eppure il primo inquina meno, occupa meno spazio, usura di meno l’asfalto autostradale. Senza dire che ogni vettura può trasportare 4 o 5 persone, le quali potranno poi dividere il costo del pedaggio; mentre in motocicletta ci si va al massimo in 2. E infatti nella maggior parte degli Stati europei (ma anche in Italia, fino al 1989) s’applicano tariffe differenziate. Succede, in ultimo, quando il governo Monti (dicembre 2011) introduce il superbollo per le supercar, cioè quelle che superano i 185 kW; dunque paga la Mercedes, non paga la Porsche Cayenne turbodiesel. E l’importo resta uguale per l’auto di lusso con 5 giorni di vita e per quella che gira da 5 anni sulle strade, ammaccata e svalutata.

Ma un epitaffio all’ingiustizia è iscritto in ogni multa. Perché vi si riflette una giustizia di classe, come direbbe un bolscevico. Prendiamo l’infrazione più comune: l’uso del telefonino durante la guida. 5 punti patente, 160 euro da scucire. Sennonché per non perdere i punti basta omettere la comunicazione di chi fosse il conducente. Dopo di che scatta un’ulteriore multa di 284 euro: i ricchi possono pagarla, i poveri no. E gli altri 160 euro? Il codice stradale non distingue fra Berlusconi e il suo garzone; ma per il primo corrispondono a una mancia, il secondo con quella cifra ci mangia. L’azione è uguale, la sanzione disuguale, quantomeno a misurarne la capacità afflittiva, l’effetto deterrente. Difatti altrove (per esempio in Svizzera o in Finlandia) si tiene conto della potenza del motore, oppure dei redditi del conducente. In Italia la prima soluzione è stata prospettata dal deputato grillino Michele Dell’Orco, in un progetto di legge depositato nell’ottobre 2013; tuttavia può risultare punitiva per le famiglie numerose, che hanno bisogno di potenza perché la loro autovettura deve trasportare molti passeggeri. La seconda soluzione ha avuto come sponsor l’ex sottosegretario Erasmo D’Angelis; ma alle nostre latitudini rischiano di farla franca gli evasori, dato che i gioiellieri dichiarano in media 15 mila euro l’anno. Dalla teoria alla pratica, l’eguaglianza è sempre un rompicapo.

michele.ainis@uniroma3.it

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