Sentenza del TAR n. 201400672 del 4 aprile 2014 sulla variante al PUC del Comune di Salerno per la Piazza Mazzini

Piazza Mazzini SalernoN. 00672/2014 REG.PROV.COLL.

N. 00526/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania

sezione staccata di Salerno (Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 526 del 2013, proposto da:
Leopoldo Iannelli, D’Urso Guido, Marsilia Antonio, Mansi Paola, Todaro Vicente, Morrone Maria Elisa, Gargiulo Mario, Morrone Marta Del Rosario, Zaniratti Anna, Palo Anna Maria, Monica Maria, Martino Achille, Lomonaco Anna, Priore Roberto, Capo Giuseppe, Di Giuda Luigi, Di Giuda Daniela, Pellecchia Rita, Piccarreta Maria, Baratta Enrica, Iemma Marinella, Ventra Domenico, Punzi Mario Francesco, Adinolfi Maria Rosaria, Napoli Angiola, Camera D’Afflitto Marina, Morlicchio Francesca, De Cataldis Concetta, Cusati Genoveffa, Bittarelli Adolfo, Barillaro Rosalba, Del Priore Rosa Maria, Baldi Ermelinda, Demasi Vincenzo, Capacchione Mariantonietta, Del Priore Margherita, Bortolone Adriano, D’Aragona Virgilio, Palmieri Libera Maria, Gallo Elvira, Marigliano Amalia, Iannuzzi Luca, Carluccio Ada, Cinquanta Luigi, Pecori Maria, Francese Adelaide, Elefante Giuliana, Villante Maria Rosaria, Speranza Romano, Greco Massimo, Angrisani Pasquale, Montoro Maurizio, Morlicchio Michelangelo, Grillo Maria Maddalena, Cavaliere Bruno, Nosenzo Anna Maria, Viviani Annadele, tutti rappresentati e difesi dagli avv. Paolo Stella Richter e Oreste Cantillo, con domicilio eletto in Salerno, alla via L. Cassese n. 30;

contro

a) il Comune di Salerno, in persona del Sindaco in carica pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv. Luigi Mea e Aniello Di Mauro, con domicilio eletto in Salerno, alla via Roma;
b) la Provincia di Salerno, in persona del Presidente in carica pro tempore, non costituita in giudizio;
c) il Ministero per i beni e le attività culturali, in persona del Ministro in carica pro tempore, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Salerno, al corso Vittorio Emanuele, n. 58;

e con l’intervento di

ad adiuvandum:
a) FDC, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Gaetano D’Emma, con domicilio eletto in Salerno, alla via Roma, n. 16;
b) Italia Nostra O.N.L.U.S., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Oreste Cantillo, con domicilio eletto in Salerno, alla via L. Cassese, n. 30;

per l’annullamento

della variante parziale al Piano Urbanistico Comunale di Salerno, approvata con delibera del Consiglio Comunale 21.1.2013 n. 2, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Campania n. 7 del 4.2.2013, relativamente alla previsione dell’intervento sulla Piazza Mazzini indicato in variante Prog. 2, in catasto terreni al foglio 64, particella 1665, di are 41 e centiare 50, nonché di ogni altro atto connesso o presupposto e, segnatamente, delle delibere di Giunta comunale di adozione n. 683 dell’1.8.2012 e di controdeduzioni alle osservazioni n. 915 del 20.11.2012; nonché del verbale di deliberazione della Giunta Provinciale 21.12.2012 n. 50 e della delibera del Consiglio comunale n. 8 in data 18 marzo 2013 di dar corso all’alienazione anche dell’area di Piazza Mazzini.
Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio di Comune di Salerno e del Ministero per i beni e le attività culturali;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 5 dicembre 2013 il dott. Giovanni Grasso e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.
FATTO

1.- Con delibera n. 103 del 3 febbraio 2012 la Giunta municipale del Comune di Salerno avviava un procedimento di variante al vigente piano urbanistico che, oltre a porre rimedio all’intervenuta decadenza dei vincoli preordinati all’espropriazione, aveva il dichiarato fine di “valorizzare il patrimonio pubblico” e di “superare alcune criticità emerse” vigente lo strumento urbanistico generale.

A tal fine, i competenti uffici predisponevano un rapporto preliminare, denominato “documento di scoping”, con cui – ribadito il principio ispiratore del PUC, sintetizzato dalla affermazione che “la città è il suo spazio pubblico” – si prospettavano alcune più specifiche finalità da conseguire, quali “il miglioramento della qualità dell’esistente”; “la riconfigurazione dei vuoti urbani quali spazi ad uso pubblico”; “il miglioramento della fluidità del traffico urbano per la maggior parte privato”; “il miglioramento della «qualità dell’area»” etc.

Con successiva delibera n. 386 del 24 aprile successivo, la Giunta adottava la variante, che, acquisita la dichiarazione di coerenza da parte della Provincia, veniva di conserva definitivamente approvata con delibera consiliare n. 2 del 21 gennaio 2013.

Per quanto di interesse ai fini della lite, la variante parziale rendeva edificabili, nella evidenziata prospettiva di una loro valorizzazione e riqualificazione attraverso progetti di iniziativa pubblica e/o in regime di convenzionamento e/o di partenariato pubblico/privato, alcune aree di proprietà comunale, site in zone pressoché del tutto urbanizzate ed ubicate all’interno della c.d. “città compatta”, denominate PROG e numerate da 1 a 6.

Con successiva delibera n. 8 del 18 marzo 2013, il Consiglio Comunale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 58 del D.L. 112/08, conv. in L. 133/08, definiva quindi l’elenco di immobili, appartenenti al patrimonio comunale, non strumentali all’esercizio delle funzioni istituzionali, da alienare mediante una procedura ad evidenza pubblica (ad esclusione delle aree PROG 4 e PROG 5, in relazione alle quali si prefigurava il ricorso ad apposita procedura di project financing ovvero di concessione di costruzione e gestione).

Tra gli ambiti interessati rientrava, in particolare, la locale Piazza Mazzini, denominata PROG 2.

2.- Avverso i descritti esiti della procedura di variante insorgevano i ricorrenti, nella dedotta qualità di proprietari (o usufruttuari) di unità immobiliari site nella ridetta Piazza Mazzini o nelle immediate vicinanze (Corso Garibaldi, Corso Vittorio Emanuele, Via De Bartolomeis, Via Vicinanza), all’uopo valorizzando, nella prospettiva della qualificazione del proprio interesse al gravame, i concorrenti presupposti della obiettivavicinitas, della formale titolarità di un diritto reale, dell’effettivo collegamento personale con la zona interessata e dello specifico e concreto pregiudizio derivante dalla perdita di uno spazio libero dinanzi all’abitazione o nelle sue immediate vicinanze riconnesso alla prospettiva e paventata occupazione da parte di nuovi edifici a realizzarsi.

A sostegno del proposto gravame lamentavano:

a) violazione della normativa sugli standard urbanistici (L. 6.8.1967 n. 765, art. 17; D.M. 2.4.1968 n. 1444, artt. 1, 2, 3 e 4), sul critico presupposto che la contestata variante sopprimesse un’area libera, in precedenza destinata giustappunto al rispetto degli standard, finendo per tal via per praticamente e completamente sopprimere, all’interno della zona B in cui rientrava la ridetta Piazza Mazzini, qualsiasi riserva di “spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi”: laddove, per contro e segnatamente, l’avverso assunto comunale (valorizzato e ribadito ad infringendum anche in sede di replica alle osservazioni criticamente e vanamente prospettate in sede procedimentale) per cui la riserva di standard risultasse di fatto, all’esito della programmata variatio, complessivamente aumentata piuttosto che ridotta, non avrebbe potuto aver pregio, in quanto riferito a spazi situati alla periferia dell’abitato, in zone diverse e lontane da quella in questione, in contrasto, quindi, con la prescrizione per cui gli standard vanno reperiti e garantiti in via autonoma e all’interno di ciascuna zona territoriale omogenea in cui è diviso il territorio comunale (e al più – giusta l’espressa eccezione enunciata dall’art. 4 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444 per l’eventualità di “[…]dimostrata […]impossibilità di raggiungere la predetta quantità minima di spazi su aree idonee” – “nelle adiacenze immediate”: ma ciò nel bene inteso senso che l’acclarata carenza di spazi potrebbe giustificare la deroga al criterio ordinario, ma giammai potrebbe essere effetto della deliberata soppressione di un’area libera ad opera dello stesso pianificatore cui la norma suglistandard è diretta);

b) violazione di legge ed eccesso di potere per sviamento, sull’assunto che l’Amministrazione comunale avrebbe completamente travisato il concetto di “valorizzazione” dei beni pubblici, che non sarebbe, in thesi, quello (“volgare”) di acquisizione di un maggior valore di mercato, sì quello tecnico (usato, ad esempio, dall’art. 117, terzo comma, della Costituzione e di cui all’art. 111 del d. Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42) di miglioramento della fruibilità pubblica: onde “valorizzare una piazza” avrebbe potuto (e dovuto) significare aumentarne la godibilità, renderla più facilmente accessibile, tenerla sempre aperta et similia e non già costruirci sopra (al denunciato e, per l’appunto, asseritamente sviato fine di fare cassa)

c) eccesso di potere per contraddittorietà con i principi cui avrebbe dovuto attenersi la variante, in quanto la censurata operazione avrebbe, di fatto ed apertamente, tradito l’enfatico principio guida posto a fondamento dell’iniziativa comunale: che, cioè, “la città [sia e debba essere] il suo spazio pubblico” (che sarebbe stato, per contro, paradossalmente soppresso) e che le finalità da perseguire fossero “il miglioramento della qualità dell’esistente” e “la riconfigurazione dei vuoti urbani quali spazi ad uso pubblico” (che sarebbero stati, invece, contraddittoriamente privatizzati), nonché “il miglioramento della fluidità del traffico” e della “qualità dell’aria”; e ciò ad ulteriore e conclamato dispetto del fatto che le stesse norme tecniche di attuazione del PUC, con specifico riferimento alla “città consolidata” di cui fa parte Piazza Mazzini, fondassero sulla espressa ammissione che, “l’edificato esistente nella città di Salerno [fosse] il frutto di politiche territoriali – a volte fortemente speculative – poco o per nulla attente ai temi dello spazio pubblico, del verde urbano e della mobilità”;

d) violazione dell’art. 10 della legge 17.8.1942 n. 1150, nella parte in cui inibisce l’approvazione di alcuna variante ad un piano regolatore se non “in vista di sopravvenute ragioni che determinino la totale o parziale inattuabilità del piano medesimo o la convenienza di migliorarlo”: disposizione che, pur originariamente dettata in correlazione alla preventiva autorizzazione di seguito abrogata con il terzo comma dell’art. 25 della L. 28.2.1985 n. 47, resterebbe de jure operante in relazione ai prefigurati presupposti occorrenti per far luogo alla variante, i quali, di conserva, avrebbero dovuto essere necessariamente verificati sia dal Comune e che dalle altre autorità partecipanti al procedimento (laddove, in concreto, la Giunta provinciale, chiamata a rendere la c.d. verifica di coerenza con la deliberazione n. 50 del 21 dicembre 2012, aveva approvato la contestata variazione programmatica sull’arbitrario presupposto che la stessa operasse nella prospettiva di una valorizzazione delle aree pubbliche a conseguirsi anche mediante l’attribuzione di “capacità edificatoria con l’opportunità di conseguire nuove risorse finanziarie”: donde, in definitiva, la censurata ammissibilità di una variante al piano vigente che, almeno in parte qua, aveva una dichiarata finalità del tutto estranea a quelle prefigurate dall’evocato paradigma normativo di riferimento);

e) ulteriore eccesso di potere per sviamento: e ciò in quanto, pur essendo il potere di pianificazione, ai sensi dell’art. 1 della L. 17.8.1942 n. 1150, attribuito per assicurare “l’assetto e l’incremento edilizio dei centri abitati e lo sviluppo urbanistico in genere del territorio”, la finalità dichiaratamente perseguita con la contestata previsione della variante era, per quanto già espresso, del tutto diversa;

f) violazione del vincolo paesaggistico ed omessa acquisizione del parere della Soprintendenza: essendo l’area per cui è causa (sulla quale si sarebbe inteso prefigurare la realizzazione di circa 60.000 metri cubi di costruzioni) oggetto di specifica protezione paesaggistica ad opera della carta dei vincoli del Comune di Salerno (Aggiornamento 2011, Delibera di Giunta comunale n. 198 del 2 marzo 2012) ed essendo altresì assoggettata (per trovarsi a meno di 300 metri dal mare e per non essere inclusa, alla data del 6 settembre 1985, né in zona A o B né in un programma pluriennale di attuazione) a vincolo paesaggistico anche ai sensi dell’art. 142 del D. Lgs. 22 gennaio 2004 n. 42, la variante avrebbe dovuto essere sottoposta, in thesi, al parere preventivo della Soprintendenza, laddove il Comune aveva inteso sottrarsi a tale adempimento, rinviando la richiesta del parere alla fase della progettazione del fabbricato da costruire sull’area: e ciò in quanto, per un verso, sul dato formale della natura generale dell’atto avrebbe dovuto asseritamente prevalere il dato sostanziale del contenuto puntuale della prescrizione gravata e, per altro verso, con specifico riguardo all’area della Piazza Mazzini, la variante conteneva, in fatto, una previsione specifica e lenticolare, non attuando, per tal via, una semplice conformazione del territorio, sì una vera e propria regolazione puntuale della singola proprietà, idonea a predisporne una radicale trasformazione;

g) violazione delle formalità richieste per il passaggio di beni dal demanio al patrimonio, una a difetto di motivazione: ai sensi dell’art. 822 c.c., le strade (e quindi le piazze) di proprietà del Comune e di fatto aperte al pubblico fanno parte del relativo demanio e, ai sensi dell’art. 829 c.c., il passaggio dal demanio al patrimonio disponibile “deve essere dichiarato dall’autorità amministrativa” e quindi oggetto di un provvedimento espresso, secondo la regola generale corredato di adeguata motivazione e, per puntuale, disposto normativo, “pubblicato nei modi stabiliti per i regolamenti comunali”; per contro, gli atti impugnati asseritamente evidenziavano la volontà di sottrarre la piazza alla sua destinazione di uso pubblico, concretando, quindi, una sdemalializzazione tacita, come tale formalmente illegittima.
3.- Spiegavano intervento ad adiuvandum l’associazione FDC e Italia Nostra ONLUS, a sostegno delle ragioni dei ricorrenti. Si costituiva, altresì in giudizio, il Ministero per i beni e le attività culturali.

4.- L’Amministrazione comunale intimata si costituiva in giudizio, preliminarmente eccependo l’inammissibilità del ricorso.

A suo dire, i ricorrenti, in deroga al principio secondo il quale ogni domanda deve essere fatta valere dal singolo titolare della situazione giuridica soggettiva con separate azioni, avevano proposto un ricorso collettivo senza documentare l’identità di situazioni sostanziali e processuali ma richiamando, genericamente, il requisito della vicinitas, quello della titolarità di un diritto reale, quello del collegamento personale con la zona e infine quello dello specifico e concreto pregiudizio derivante dalla perdita di uno spazio libero dinanzi alle loro abitazioni o nelle immediate vicinanze a seguito dell’eventuale occupazione della piazza con un nuovo edificio. Tale mancata documentazione non avrebbe permesso di valutare se gli interessi sostanziali fatti valere dai ricorrenti non fossero divergenti e contrastanti tra loro al momento dell’impugnativa e, pertanto, il ricorso avrebbe dovuto ritenersi per ciò solo inammissibile.

Sotto distinto e concorrente profilo, l’inammissibilità avrebbe dovuto essere dichiarata per asserito difetto di legittimazione ad causam. Invero, i ricorrenti avevano impugnato la variante parziale e gli ulteriori atti epigrafati assumendo di essere “proprietari o usufruttuari” di unità immobiliari nei Comune di Salerno (segnatamente “nella stessa Piazza Mazzini o nelle immediate vicinanze”), ma per nessuno di essi era stato depositato alcun titolo idoneo a dimostrare la relativa situazione legittimante (né i titoli di proprietà, né di usufrutto). E ciò nonostante che, per comune e diffuso intendimento, la prova del diritto reale, la cui titolarità costituisce il presupposto della legittimazione al ricorso, è interamente nella disponibilità di chi la dichiara e avrebbe dovuto quindi essere fornita entro e non oltre il termine stabilito dall’art. 73 c.p.a. (quaranta giorni liberi prima dell’udienza per la discussione del merito della causa), come, di fatto, non era avvenuto.

Anche in merito all’intervento in giudizio dell’associazione FDC, il Comune ne eccepiva la pregiudiziale inammissibilità, nella denunziata assenza della produzione in giudizio dello statuto dal quale si potessero verificare le sue finalità. E ciò in quanto la consolidata giurisprudenza amministrativa riconosce bensì la legittimazione a impugnare atti amministrativi a tutela dell’ambiente anche a meri comitati locali spontanei, ma solo quando e se gli stessi perseguano statutariamente in modo non occasionale obiettivi di tutela ambientale e abbiano un adeguato grado di rappresentatività e stabilità in un’area ricollegabile alla zona in cui si trova il bene a fruizione collettiva che si presume leso.

4.1.- Nel merito il Comune di Salerno diffusamente argomentava la legittimità del proprio operato e l’infondatezza delle avverse doglianze. Le parti illustravano la proprie posizioni con memorie e successive repliche.

Alla pubblica udienza del 5 dicembre 2013, sulle reiterate conclusioni dei difensori di parte, la causa veniva riservata per la decisione.

DIRITTO

1.- Il ricorso è fondato e merita di essere accolto.

In via preliminare, vanno respinte le eccezioni di inammissibilità formulate dall’Amministrazione comunale.

1.1.- Sul punto, si deve premette:

a) che, all’atto di costituirsi in giudizio con memoria depositata in data 6 maggio 2013, il Comune di Salerno ha argomentato l’eccepita inammissibilità del ricorso in quanto proposto collettivamente e non con separate azioni;

b) che esclusivamente sotto tale rispetto ha lamentato la “mancata documentazione” della necessaria “identità di situazioni sostanziali e processuali”, ritenendo insufficiente, per asserita genericità, la mera allegazione della vicinitas, della titolarità di un diritto reale, del collegamento personale con la zona e del pregiudizio derivante dalla potenziale perdita di uno spazio; c) che, per contro, solo con la “memoria conclusionale” depositata il 4 novembre 2013 (e con la successiva “memoria di replica” depositata il 14 novembre) l’eccezione è stata integrata (e, in parte qua, mutata) nel senso della carente dimostrazione della legitimatio ad causam, in tesi correlata alla mancata dimostrazione dei titoli di proprietà e/o di titolarità di altro diritto reale (per giunta assumendo ormai inesorabilmente preclusa – per intervenuto superamento del termine di cui all’art. 73 c.p.a. – la relativa ed eventuale produzione documentale).

Ne discende, per tal via, che l’eccezione di inammissibilità può essere delibata limitatamente al profilo della ritenuta impossibilità di strutturare una azione cumulativa e non già con riguardo alla (tardiva) contestazione della legitimatio ad causam sotto il profilo della mancata dimostrazione dei titoli, che deve riguardarsi quale non (idoneamente) contestata.

Per questo profilo, l’eccezione è infondata, posto che, ai fini della ammissibilità del ricorso collettivo, è bensì necessario, ma anche sufficiente, che vi sia identità di situazioni sostanziali e processuali, e cioè che le domande giudiziali siano identiche nell’oggetto e che gli atti impugnati abbiano lo stesso contenuto e vengono censurati per gli stessi motivi (ex multis Cons. Stato, sez. V, 9 novembre 2011, n. 5932): il che palesemente è dato riscontrare nel caso di specie, non prefigurandosi – avuto riguardo alle articolate ragioni di doglianza non meno che all’oggetto delle gravate determinazioni amministrative – potenziali ragioni di conflitto di interesse tra i ricorrenti.

1.2.- Parimenti infondata è l’eccezione di inammissibilità dell’intervento ad adiuvandum spiegato dal Italia Nostra ONLUS, trattandosi associazione notoriamente legittimata ad agire in giudizio per la tutela di interessi ambientali non solo in senso stretto, ma anche in senso lato, comprendenti proprio la conservazione e la valorizzazione dei beni culturali, dell’ambiente in senso ampio, del paesaggio urbano, rurale e naturale, dei monumenti, dei centri storici, della qualità della vita, fattori tutti intesi come beni e valori ideali, idonei a caratterizzare in modo originale, peculiare ed irripetibile un determinato territorio e, pertanto, capaci di assicurare ad ogni individuo, che con tale territorio entra in relazione, una specifica utilità che non può essere assicurata altrove; l’associazione è quindi statutariamente preposta alle finalità di protezione dell’ambiente, proprie dell’amministrazione dello Stato, le quali costituiscono anche applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale, come recepito dall’art. 118 Cost. (in termini TAR Salerno, sez. I, 8 novembre 2011, n. 1769).

1.3.- Deve, per contro, essere dichiarato inammissibile l’intervento della associazione FDC, stante la mancata produzione in giudizio dello statuto dal quale verificare le relative finalità istituzionali perseguite.

2.- Tanto premesso, può trascorrersi alla delibazione nel merito delle articolate doglianze.

Con il primo motivo, i ricorrenti sostanzialmente lamentano che, all’interno della specifica zona B in cui rientra la Piazza Mazzini, in presunta violazione della L. 765/67 e del D.M. 1444/68, sarebbe stata soppressa qualsiasi riserva di standard.

2.1.- Sul punto il Comune, oltre a rivendicare in tesi generale la sottrazione al sindacato di legittimità delle scelte programmatorie di merito riconducibili alla propria competenza, assume:

a) che spetti, in premessa, al PUC l’individuazione e perimetrazione dei c.d. “comparti” e conseguentemente dei “diritti edificatori” che ivi sussistono sulla base del fabbisogno residenziale: fabbisogno in concreto parametrato sulla relazione di mq 32,60 di Superficie di Solaio Lordo (SLS) per abitante (cfr. l’elaborato denominato “Allegati Analitici della Relazione di Piano”, tabella 1.1b, pag. 4 e ss., in vigore dal 2007), programmaticamente preordinata a “bilanciare” e soddisfare il fabbisogno determinato dal numero complessivo di abitanti previsti dallo strumento urbanistico;

b) che, peraltro, nessuna norma impedisca, in termini generali, al pianificatore di ridurre il numero e l’estensione dei “comparti”: come, di fatto, sarebbe accaduto nel caso di specie, una volta che la impugnata variante parziale avrebbe giustappunto ridotto l’estensione di alcuni comparti dove si erano riscontrate difficoltà all’attuazione delle trasformazioni edilizie previste dal PUC, riducendo conseguentemente i diritti edificatori che nel complesso dovevano essere garantiti;

c) che, di conseguenza, tenuto conto dell’invarianza del dato strutturale del numero di abitanti previsto dal PUC (per cui, in relazione al non modificato numero dei residenti, originariamente previsto, doveva persistere la corrispondenza di una adeguata previsione complessiva di SLS), si era posta l’esigenza di conservare il c.d. “bilancio di piano”, garantendo, nel complesso, la medesima quantità di SLS sulla base del richiamato parametro di 32,6 mq/abitante;

d) che, pertanto, l’Amministrazione nulla aveva fatto se non (doverosamente) colmare il deficit determinato dalla programmata riduzione dei comparti, prevedendo “quote di solaio realizzabili” (c.d. OST) in altre aree della città (tra le quali quella denominata PROG 2, oggetto di lite): e ciò in quanto, a diversamente opinare, a fronte della (legittima) riduzione dell’estensione di alcuni comparti sottoutilizzati, non si sarebbe potuto garantire il rispetto del fondamentale parametro generale del numero di abitanti previsti e della dotazione di 32,6 mq/abitante stabilito nel medesimo PUC;

e) che, perciò, il Comune si era limitato ad esercitare il proprio (ordinario) potere di pianificazione, nel rigoroso rispetto delle prescrizioni del PUC: con il che non era dato, in definitiva, riscontrare alcuna violazione in tema di standard, atteso che, proprio con riguardo alla “zona omogenea B5” (nella quale rientra la zona denominata “Piazza Mazzini”) la variante parziale contemplava addirittura standard superiori sia rispetto ai minimi di legge, sia rispetto al P.U.C. del 2007 (in dettaglio: mq. 1.780.898 di standard residenziali, rispetto al minimo di mq. 1.528.500 previsti in ossequio alla L.R. 14/1982 ed ai mq. 1.771.729 previsti originariamente dal PUC e mq. 368.342 di standard residenziali per parcheggi pubblici, rispetto al minimo di mq. 191.063 previsto dalla L.R. 14/1982 ed ai mq. 309.241 già previsti dal PUC): con il che il gravame, prima ancora che infondato, avrebbe meritato, sul punto, di essere dichiarato inammissibile per carenza di attitudine lesiva della contestata opzione programmatoria.

2.2.- La tesi non appare persuasiva.

I ricorrenti lamentano, invero, violazione della normativa sugli standard urbanistici (L. 6.8.1967 n. 765, art. 17; D.M. 2.4.1968 n. 1444, artt. 1, 2, 3 e 4), sul presupposto che la variante in questione finisse per praticamente e completamente sopprimere, all’interno della zona B in cui rientrava la ridetta Piazza Mazzini, qualsiasi riserva di “spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi”.

A fronte di ciò, la circostanza che la (complessiva) riserva di standard risulti di fatto, all’esito della programmata variatio, aumentata piuttosto che ridotta, non può concretamente rilevare, in quanto siffatto aumento risulti riferito a spazi situati in zone diverse e lontane da quella interessata, in contrasto, quindi, con la prescrizione per cui gli standard vanno reperiti e garantiti in via autonoma e all’interno di ciascuna zona territoriale omogenea in cui è diviso il territorio comunale (e al più – giusta l’espressa eccezione enunciata dall’art. 4 del D.M. 2 aprile 1968 n. 1444 per l’eventualità di “[…]dimostrata […]impossibilità di raggiungere la predetta quantità minima di spazi su aree idonee” – “nelle adiacenze immediate”).

Insomma: l’acclarata carenza di spazi da destinare a standard può, in astratto, giustificare la deroga al criterio ordinario (legittimando per tal via il reperimento di spazi aggiuntivi, peraltro pur sempre in zone adiacenti e non certo in aree lontane, dove non potrebbero mai essere utilizzati), ma giammai potrebbe essere effetto della deliberata soppressione di un’area libera ad opera dello stesso pianificatore cui la norma sugli standard è diretta (neppure allorché, vale soggiungere, tale soppressione sia, in guisa surrettizia, operata sotto la specie della complessiva rimodulazione dei comparti, in forza della quale la zona B5 risulterebbe di fatto riferibile e riferita ad aree anche assai lontane l’una dall’altra, all’interno dell’esteso territorio comunale).

3.- Le esposte ragioni si palesano in grado di assorbire gli ulteriori motivi di doglianza, giustificando, per quanto di ragione, l’annullamento degli atti impugnati.

Le spese di lite vanno regolate, nei sensi di cui al dispositivo che segue, giusta l’ordinario canone della soccombenza.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania sezione staccata di Salerno (Sezione Prima)

definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, così provvede:

a) dichiara inammissibile l’intervento della associazione FDC; b) accoglie il ricorso e, per l’effetto, annulla, per quanto di ragione, gli atti impugnati; b) condanna il Comune di Salerno alla refusione delle spese di lite a favore dei ricorrenti, che quantifica in complessivi € 6.000, oltre IVA e CAP come per legge e rimborso del valore del contributo unificato versato; c) compensa le spese tra il Comune di Salerno, Italia Nostra ONLUS e il Ministero per i beni e le attività culturali.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Così deciso in Salerno nella camera di consiglio del giorno 5 dicembre 2013 con l’intervento dei magistrati:

Amedeo Urbano, Presidente

Giovanni Grasso, Consigliere, Estensore

Gianmario Palliggiano, Consigliere

                      L’ESTENSORE                                                                                           IL PRESIDENTE

Il 04/04/2014DEPOSITATA IN SEGRETERIA

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

 

Annunci

Un pensiero su “Sentenza del TAR n. 201400672 del 4 aprile 2014 sulla variante al PUC del Comune di Salerno per la Piazza Mazzini

  1. Pingback: Newsletter n. 2 del 12.04.2014 | Noi Dem Salerno

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...