“L’UCRAINA, SENZA CRIMEA E SENZA ATOMICA” di Massimo Amorosi*

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[Carta di Francesca La Barbera da “A qualcuno piace atomica“]

*http://temi.repubblica.it/limes/lucraina-senza-crimea-e-senza-atomica/59466

Kiev ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della Bomba sovietica. Di fronte alle ultime iniziative di Putin, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino.

Il ministero della Difesa della Russia ha ventilato la possibilità di bloccare le ispezioni dell’arsenale nucleare strategico di Mosca, alimentando l’escalation delle tensioni con Washington nel quadro dell’attuale crisi ucraina.

Se la minaccia avesse seguito, il Cremlino violerebbe i dettami del Nuovo Start,entrato in vigore nel febbraio 2011, che si basa sia sullo Start I sia sullo Strategic offensive reductions treaty (Sort).

Il nuovo Start è stato concepito per ridurre le testate strategiche di Stati Uniti e Russia a circa 1/5 di quelle appartenenti alle 2 superpotenze alla fine della Guerra Fredda: se e quando le limitazioni fissate saranno raggiunte – stando alla road map nel 2018 – Mosca e Washington non potranno schierare più di 1.550 testate nucleari strategiche.

Minacce non certo nuove, se si considera che i russi hanno già in passato messo in discussione il rispetto delle disposizioni del Nuovo Start, ma anche del Trattato Inf, che mette al bando i missili balistici e da crociera con base a terra aventi gittate comprese fra 500 e 5.500 km.

Il Trattato Inf fu siglato da Reagan e Gorbaciov nel 1987; oggi, mette in serio svantaggio Russia e America rispetto alla Cina, la quale sta potenziando significativamente le proprie capacità riguardo ai vettori a gittata intermedia.

Il controllo degli armamenti è in una formula che fu concepita al di fuori degli ambienti governativi da personaggi lungimiranti come Don Brennan e Thomas Schelling per risolvere un problema strutturale del confronto fra Est e Ovest: la corsa agli armamenti nucleari.

Questo concetto è stato però poi applicato al mondo nucleare multipolare dell’epoca odierna come se nulla nel frattempo fosse cambiato: mentre lo Start mette mano a un problema che poco ha a che vedere con le priorità della “seconda era nucleare”, il Trattato di non proliferazione (Tnp) del luglio 1968 non ha impedito la nuclearizzazione di Israele, del Pakistan e della Corea del Nord né i tentativi dell’Iran di unirsi al club dei paesi militarmente nucleari.

Per questa ragione, la comunità degli esperti di controllo degli armamenti ha condannato senza appello la decisione degli Stati Uniti nel 2002 di ritirarsi da un altro trattato, il Trattato Abm, che proibiva lo sviluppo, la sperimentazione e l’installazione di un sistema di difesa dai missili balistici.

Subito dopo l’indipendenza dell’Ucraina nel 1991, Kiev si affrettò a ribadire che non avrebbe mantenuto le armi nucleari ereditate dall’Urss e schierate sul suo territorio, ma le avrebbe trasferite in Russia e avrebbe aderito al Tnp come Stato non nucleare.

L’adesione al Tnp arrivò nel novembre 1994, ma non fu una decisione presa a cuor leggero: il governo ucraino, infatti, temporeggiò ritenendo che solo una denuclearizzazione negoziata avrebbe potuto assicurarle l’assistenza internazionale per la propria fragile economia e per far fronte alle pressioni politiche russe.

In ogni caso, la percezione ucraina che le garanzie di sicurezza ricevute dopo la rinuncia all’armamento nucleare non fossero credibili non si è certo attenuata con il passare del tempo.

Anzi, dagli inizi degli anni Novanta, quando le forze politiche nazionaliste usarono la “carta nucleare” contro il primo presidente dell’Ucraina post-sovietica, Leonid Kravchuk, accusandolo di aver svenduto le armi nucleari alla Russia per nulla in cambio, il dibattito sulla scelta dell’abbandono dello status nucleare si è periodicamente riaffacciato sulla scena politica di Kiev.

La questione non poteva quindi non riemergere nell’attuale crisi. Un membro del parlamento ucraino, Pavlo Rizanenko, ha definito su Usa Today la scelta fatta dal suo paese all’indomani dell’implosione dell’impero sovietico “un grande errore”, ricordando che i rischi di invasione sono scongiurati proprio dal possesso di armi nucleari.

Il collasso dell’Unione Sovietica aveva lasciato sul territorio ucraino diverse migliaia di armi nucleari strategiche e tattiche. Circa 1.200 testate erano schierate su missili balistici intercontinentali (Icbm), compresi 130 SS-19 (ciascuno armato con sei testate) e 46 SS-24 (ciascuno equipaggiato con dieci testate).

Inoltre, l’Ucraina possedeva 44 bombardieri pesanti Bear (Tu-95) e Blackjack (Tu-160) equipaggiati con 1.081 missili da crociera nucleari.

Nel marzo del 1992, il presidente Kravchuk sospese il ritiro degli ordigni nucleari tattici dal territorio ucraino, che era stato concordato d’intesa con Mosca pochi mesi prima: la giustificazione fu che le armi trasferite in Russia avrebbero potuto non essere distrutte ed eventualmente essere usate in futuro contro Kiev.

Peraltro, il parlamento ucraino non aveva ratificato né la Dichiarazione di Alma-Ata del 21 dicembre 1991 né l’accordo di Minsk sulle Forze strategiche del successivo 30 dicembre, facendo sì che questi non fossero vincolanti.

Solo nel maggio 1992 Mosca entrò in possesso degli ordigni nucleari tattici dispiegati in Ucraina, mentre ci fu bisogno di aspettare il giugno 1996 per il trasferimento dell’ultima testata strategica in Russia.

Lo smantellamento di tutti i bombardieri strategici venne completato nel gennaio 2006, anche se alcuni di questi sono stati in realtà ceduti ai russi per saldare l’enorme debito contratto per le forniture di gas.

Le valutazione “ottimistiche” espresse da alcuni esperti riguardo alle capacità dell’Ucraina nel settore nucleare hanno limiti oggettivi. Anche in epoca sovietica, gli ucraini non hanno mai avuto il controllo di tutte le tecnologie necessarie per gestire l’intero ciclo di produzione di armi nucleari.

Ciò non significa che Kiev non disponga di assetti tecnici e scientifici: altrimenti Washington non si sarebbe impegnata in diversi progetti di Cooperative threat reduction proprio in Ucraina.

Non si dimentichi che solo nel marzo del 2012 l’Ucraina ha adempiuto agli obblighi contratti in occasione del Vertice sulla sicurezza nucleare del 2010 rimuovendo tutto l’uranio altamente arricchito (Heu) dal suo territorio.

Spesso non lo si sottolinea, ma una parte importante dell’industria missilistica sovietica si trovava proprio in Ucraina, la quale era quindi in grado di progettare, sviluppare e fabbricare missili a lungo raggio, a combustibile liquido e solido.

Gran parte dei vettori strategici sviluppati in Urss erano infatti prodotti nelle industrie di Dnipropetrovsk, specie nel complesso di Yuzhnoye e nell’unità scientifica e produttiva di Yuzhmash. I sistemi di guida per le forze missilistiche sovietiche erano forniti soprattutto dagli impianti di Pavlograd e Khartron.

I trascorsi di alcuni personaggi politici ucraini nell’industria missilisticaprobabilmente hanno assicurato a quest’ultima la sopravvivenza. Si tenga presente che le industrie ucraine sono coinvolte in una serie di progetti spaziali in collaborazione con imprese russe: Kosmostras, ad esempio, è una joint-venture russo-ucraina per convertire i missili SS-18 in vettori spaziali Dnepr.

Per approfondire: L’Ucraina, la Russia e il minotauro

20.03.2014
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