Horizon 2020, la prova del nove per l’Italia della ricerca (dal Corriere della Sera – 07.04.2014)

Un piano da 79 miliardi per finanziare progetti di ricerca: ma l’Italia deve ancora fare molto. Dalle università alle imprese, c’è uno «spread» da superare col resto d’Europa

di Valentina Santarpia

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Un piano strategico nazionale della ricerca di almeno tre anni, se non cinque. E poi più soldi ne bilancio dello Stato, e migliori reti e infrastrutture per affermare il potere dei nostri ricercatori nel mondo. Eccolo il piano del ministro Stefania Giannini, che si ritrova nel corso della presentazione ufficiale di Horizon 2020, il massiccio piano di investimenti europeo per la ricerca, a rivestire i panni «più difficili», quelli di chi deve rappresentare il governo e quindi rispondere alle aspettative politiche e culturali di una classe , quella accademica, che «se valorizzata» sarà il futuro del Paese.

Tante idee ma poco successo

Horizon 2020, che mette sul piatto 79 miliardi (il 30% in più rispetto all’ultimo piano) per i prossimi sette anni, a partire dal 2014, è una «prospettiva, una massa critica imponente»,

Il ministro Stefania Giannini:«Ci vuole un piano nazionale della ricerca di almeno tre anni, se non cinque»

ricorda Giannini, che stimola a fare del proprio meglio, a immaginare che l’Italia possa recuperare quello «spazio della conoscenza» che ha sempre occupato. Ma i dati, snocciolati dal direttore generale per la ricerca e l’innovazione dell’Unione Europea Robert-Jan Smith, parlano chiaro. Il nostro Paese ha ottime performance per il numero di progetti presentati: nel piano quadro precedente era quarta in classifica, con 11.474 idee di ricerca che avevano chiesto il finanziamento. Ma non tutte erano valide: la media di successo del nostro paese é stata del 18,3%, di fronte a una media del 20,5%. Gli investimenti in ricerca sono infatti ancora fermi all’1,26% del Pil e l’obiettivo è di raggiungere l’1,53% del Pil per il 2020. L’innovazione ha ancora poco spazio nell’economia nazionale e stanno crollando pure le iscrizioni all’università, ridotte del 17% negli ultimi dieci anni.

In Italia si spendono 100 euro per abitante, in Europa 300

Come si recupera questo gap? «Gli investimenti non possono essere l’unico obiettivo, è evidente – spiega il ministro -. La programmazione serve, ma deve essere sostenuta da più fondi anche a livello nazionale». Dove si trovano. «Finché non ci sono risorse a disposizione certe, non ne parlo. Ma è evidente che servono più forze e anche un miglioramento del contesto», precisa il ministro. Un piano nazionale della ricerca non basta più, ci vuole una programmazione di lungo respiro, almeno di tre anni, e c’è bisogno di migliorare le reti e le infrastrutture in maniera massiccia, di incrementare l’ aggregazione tra le università , i centri di ricerca, le imprese, per non disperdere le energie. E poi agire sulla semplificazione». Per dirla con le parole di

I rettori: «Non basta avere le materie prime, bisogna saperle usare»

Stefano Paleari, presidente della conferenza italiana dei rettori, « la storia degli ultimi dieci anni ci insegna che non basta avere materie prime, ma bisogna saperle usare». Come con i mobili, di cui siamo grandi esportatori pure non avendo il legno, dobbiamo saper coltivare , esportare e anche attirare cervelli. Ma c’è una preoccupazione che attraversa il mondo accademico: «Sono reduce dalla riunione dei rettori europei e mi sono reso conto che c’è una divergenza tra le università migliori dell’Europa e quelle italiane: in Italia lo Stato investe 100 euro per abitante per il settore universitario, nel resto d’Europa la cifra aumenta a 300», spiega Paleari. C’è la forza di un dato che la Crui riporta e che dà la misura dello «spread dell’università» italiana rispetto al resto d’Europa: nel nostro Paese ogni anno vengono conferiti 10mila dottorati di ricerca. Di questi solo 1000 hanno la possibilità di essere assorbiti dal sistema di ricerca.

In Italia 4,3 ricercatori ogni 100 abitanti, in Europa 7

«Eppure la ricerca non è più un’attività che serve a far crescere la cultura, ma è alla base della competitività», come fa notare Luigi Nicolais, il presidente del Consiglio nazionale di ricerca. «La ricerca non va pensata più come spesa, ma come investimento: non è possibile che abbiamo in media 4,3 ricercatori per 1000 abitanti, quando la media Ue è sette, e in Germania ce ne sono 8». I risultati, nel campo della ricerca, sono direttamente proporzionali agli investimenti, e cambiano la realtà, anche economica, dei Paesi: «La differenza tra chi in questi otto anni ha investito in innovazione e ricerca, e chi non l’ha fatto – fa notare Andrea Bairati,

Confindustria: «Chi ha fatto ricerca e innovazione si è salvato dalla crisi»

direttore delle politiche territoriali di innovazione e educazione di Confindustria -. Il pezzo che ha tenuto il Paese è rappresentato da chi lo ha fatto, chi ha esportato e fatto innovazione ha una curva del Pil molto diversa dal resto del Paese. Ma è rappresentato soprattutto dalle grandi imprese».
È il caso di Finmeccanica, che contribuisce per il 10% alla ricerca industriale del Paese. Come si supera la crisi economica allora ? Per Bairati, è abbastanza semplice: ampliando l’investimento in ricerca anche alle piccole imprese, creando reti e network di collaborazione tra imprese e centri di ricerca, e soprattutto consolidando quell’idea di «dottorato aziendale» per cui la ricerca diventa anche patrimonio dell’industria, e non solo dell’università.

Nove miliardi di ricadute, se si investe in ricerca

Semplificazione, aggregazione, convergenza di risorse verso obiettivi precisi: è Amalia Sartori, presidente della commissione Industria, ricerca ed energia del Parlamento europeo a ricordarci qual è la strada da seguire per arrivare ad accedere alla quota più ampia possibile dei fondi messi a disposizione da Horizons 2020. «Non si tratta solo di spendere di più, ma di creare le condizioni ideali per la ricerca», ha insistito il commissario europeo alla Ricerca, Maire Geoghegan-Quinn, riferendosi all’Italia. Si tratta infatti di cogliere un’occasione unica perché «Horizon

Il commissario Ue: «Non si tratta solo di spendere di più, ma di creare le condizioni ideali»

2020 è una pietra miliare nella ricerca europea», che punta a «costruire l’eccellenza europea coniugando ricerca e innovazione». Le ricadute saranno importanti in ogni settore: nei prossimi sette anni si prevedono ritorni per 9 miliardi per le piccole e medie imprese. E gli esempi ci raccontano che, laddove l’eccellenza viene valorizzata, l’Italia sa essere apprezzata in tutto il mondo.Graziella Messina, ricercatrice biologa dell’università di Milano, con il suo staff sta lavorando ad un progetto sulle malattie genetiche. Francesco Giazotto, ricercatore al Cnr, sta progettando col suo team nuovi mezzi di trasporto ibridi. Non sono stranieri, non sono raccomandati, ma grazie ai fondi europei stanno portando avanti, in Italia, l’Italia che sa farsi valere.

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