Perché non basta adattarsi ai cambiamenti climatici (daLinkiesta – 04.04.2014)

Il rapporto di un istituto di ricerca

La prevenzione degli eventi climatici può essere più efficace partendo da studi in ambito locale

In partnership con MIT Technology Review
  
Questa settimana, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha rilasciato un importante rapporto, che si concentra sulle azioni che andrebbero o potrebbero essere prese per adattarci al cambiamento climatico, nel tentativo di descrivere chi e cosa è particolarmente soggetto al cambiamento climatico. Il rapporto fornisce anche una panoramica degli approcci che alcuni Paesi stanno provando per adattarsi.

Il rapporto precisa che certe stime su come il cambiamento climatico influirà su luoghi, cose e persone sono molto incerte. Preso localmente, il cambiamento climatico potrebbe prendere due direzioni differenti – una certa area potrebbe asciugarsi o bagnarsi di più, o addirittura essere colpita da alluvioni o siccità, o entrambe. Questa incertezza accentua l’importanza di provare a prevenire il cambiamento climatico.

 

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I rischi specifici ai sistemi naturali sono ben documentati nel rapporto. Si scopre, ad esempio, che i maggiori rischi riguardano gli ecosistemi, le persone e le cose che si trovano nelle basse zone costiere, perché i cambiamenti nel livello del mare vanno in una sola direzione, verso l’alto. Questo è lo stesso caso dell’Artico, dove si prevede che l’innalzamento delle temperature sarà superiore alla media globale. Queste rivendicazioni sono supportate da una buona scienza e da un consenso unanime.

Un aspetto frustrante del rapporto – e una riflessione sulla difficolta di lavorare in questo campo di ricerca – è che pochi rischi specifici sono quantificati in maniera significativa. Si potrebbe chiedere, ad esempio: “corro un maggior rischio di morire a causa delle giornate più calde?” Secondo il rapporto, «I cambiamenti locali nelle temperature e nelle precipitazioni hanno alterato la distribuzione di alcune malattie che si trasmettono attraverso l’acqua e altri vettori». Questa risposta pare ovvia senza che fornisca alcuna indicazione sugli effetti che queste alterazioni hanno avuto e sulla loro portata. Siccome questa affermazione dice poco, è difficile immaginare che non vi siano certezze a riguardo.

Il rapporto conclude con la previsione che siano piuttosto certi i rischi per le basse zone costiere: emergenze in condizioni meteorologiche estreme, mortalità da caldo, insicurezza alimentare, perdita di vitalità nelle aree rurali a causa della carenza di acqua e dell’incremento delle temperature, perdita dell’ecosistema costiero e delle popolazioni che ne dipendono e perdita degli ecosistemi d’acqua dolce. Tuttavia, anche in questo caso l’elevata probabilità espressa manca di una quantificazione dei rischi e della loro portata.

Le condizioni meteorologiche estreme raddoppieranno, triplicheranno o quadruplicheranno il numero di eventi associati a emergenze meteorologiche di una determinata portata (denaro o vite perse)? Queste incidenze cresceranno del dieci per cento, o certe aree correranno rischi maggiori mentre altre correranno rischi inferiori?

Per concludere, il rapporto è un compendio di cose che potrebbero accadere o probabilmente accadranno a qualcuno, qualcosa, da qualche parte. Che cosa significa questo per me, o per chiunque altro legga questo rapporto? Eviterei di avere delle proprietà di fronte al mare. Se la mia vita dipende dalle risorse costiere, cercherei lavoro altrove, o incoraggerei i miei figli a perseguire lavori nell’entroterra.

 

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È qui che una misura del benessere acquista valore – io posso permettermi queste scelte, altri no. In un certo senso, il rapporto quantifica elementi di “rischi pertinenti”, concludendo che i poveri e gli emarginati di ogni società sono più vulnerabili perché privi degli strumenti per adattarsi. Oltretutto, non è chiaro a tutti che le previsioni climatiche possono offrirci informazioni utili alle decisioni e agli investimenti di ogni giorno.

Il rapporto fornisce alcune note su operazioni di adattamento in corso – quello che regioni, Paesi, città, settori e gruppi stanno facendo per adattarsi – concludendo che esiste un crescente insieme di esperienze dalle quali apprendere.

Eppure, la verità più grande descritta nel rapporto può essere trovata in questa dichiarazione:

«L’adattamento è specifico di un luogo e un contesto, e non esiste alcun approccio universale alla riduzione dei rischi. Strategie per la riduzione dei rischi e l’adattamento considerano le dinamiche della vulnerabilità e dell’esposizione, e il loro legame con i processi socio-economici, lo sviluppo sostenibile e il cambiamento climatico».

 

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Per quanto si possa apprendere dalle esperienze di adattamento altrui, le specifiche del cambiamento climatico dove abito, considerate le mie circostanze e l’ambiente socio-economico nel quale mi trovo, presenteranno effetti e conseguenze differenti rispetto a quelli che potreste incontrare voi.

Questo semplice fattore eleva il costo dell’adattamento, perché la soluzione ideale va reinventata di volta in volta. Quello che ha funzionato in passato probabilmente non funzionerà in futuro – o almeno non con la stessa efficienza. Dobbiamo anche elaborare una serie di proiezioni climatiche incerte mentre sviluppiamo nuove soluzioni.

Il rapporto conclude anche che i rischi si estendono a più persone, luoghi e cose se la temperatura globale s’innalza oltre i tre gradi. Nel complesso, questo rapporto fornisce validi motivi per cercare di mitigare il cambiamento climatico – tema che verrà affrontato più nel dettaglio dal prossimo rapporto dell’Ipcc, che dovrebbe uscire questo mese.

Articolo originariamente pubblicato su MIT Technology Review

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