“L’INDUSTRIA DEL SANGUE INFETTO IN CINA” di Maria Dolores Cabras*

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(Reuters/China Daily China Daily Information Corp – CDIC)

*http://www.thepostinternazionale.it/mondo/cina/l-industria-del-sangue-infetto-in-cina

Alcuni lo chiamano il paese del silenzio. Per altri è il villaggio delle foglie morte. Ecco l’industria del sangue in Cina

I barbagli dell’ultimo sole velano di luce il villaggio di Shuangmiao, sopravvissuto nella brulla distesa dell’Henan come lo stelo di giunco resiste alla sferza del vento dell’est, lo stesso che anni prima aveva soffiato e picchiato le foglie fino a farle cadere a terra una dopo l’altra, malate e ingiallite, dopo una danza di morte.

A Shuangmiao qualche vecchio racconta come la morte vi fosse giunta con le sembianze di una bambina.

Volto color della cenere, capelli nero corvino raccolti in due codette e labbra tinte di rosso, la piccola forestiera aveva dipinto con il sangue le porte delle case del villaggio e da quel momento gli abitanti, piegati come le foglie al vento dell’autunno, si erano ammalati di una strana febbre e tutt’intorno la terra aveva iniziato a marcire.

Ogni dieci giorni qualcuno moriva nei villaggi della provincia dell’Henan. In molti muoiono ancora oggi, colpiti dall’Aids. Sì, perchè il “Villaggio delle foglie morte” è solo uno dei numerosi focolai di diffusione del virus, e i suoi abitanti sono le vittime inconsapevoli del più denigrante scandalo della sanità cinese: il mercato del sangue.

Negli anni Novanta i funzionari locali, con il placet del Ministero della Salute e l’appoggio della Croce Rossa della zona, misero in moto l’intricato ingranaggio della grande industria del sangue nella provincia dell’Henan, dove milioni di persone furono invitate a vendere il proprio plasma per 50 yuan ogni 400 millilitri.

La commercializzazione del sangue in patria e perfino all’estero, come ricorda nel suo libro “Economia canaglia” l’economista Loretta Napoleoni, perseguiva l’obiettivo strategico di attirare capitali stranieri, quindi di arricchire il Paese, attraverso la vendita del plasma liquido alle industrie biotecnologiche, che dopo la centrifugazione veniva separato dalla parte corpuscolata, dalle piastrine, dai globuli rossi e dai globuli bianchi.

Un ottimo affare territoriale che guardava ambiziosamente al di là dei confini nazionali, all’arena internazionale, come dissero a quel tempo in molti, tanto che un’azienda locale stipulò addirittura “un contratto per esportarlo nella Corea del Sud”.

I donatori remunerati, ingrassate le rendite mensili, fecero confluire il proprio reddito discrezionale nell’economia locale incrementando i consumi e innescando un ciclo virtuoso di accelerazione della crescita della provincia.

Pechino lasciò gestire alle autorità periferiche il mercato del sangue, che si sviluppò celermente in assenza di acculturazione tecnico-scientifica, di norme e regolamenti, di protocolli igienico-sanitari elementari. I contadini erano però restii a donare il sangue perché convinti potesse indebolirli fisicamente e nel lavoro.

Per la medicina tradizionale cinese “il sangue è una essenza vitale del corpo” e, se perso, il declino è inevitabile. I gestori dei centri di raccolta locali promisero allora di reinfondere il sangue una volta estratto il liquido plasmatico al costo di 5 yuan.

La trasfusione venne pensata sostanzialmente per prevenire alcune potenziali conseguenze patologiche ai donatori, come l’anemia, dovute alla eccessiva caduta del tasso di emoglobina nel sangue a causa delle ripetute e fequenti donazioni.

Tuttavia, una volta centrifugato insieme a quello degli altri donatori, il sangue è quello “di tutti”, una mistura collettiva senza nome, un canale di trasmissione con un potenziale veicolare di virus e infezioni spaventoso. Il sangue che avrebbe dovuto essere trasfuso nel donatore originale, venne invece trasfuso in altri individui con la stessa tipologia di tessuto ematico.

È così che nella Cina rurale l’utilizzo commerciale di alcuni servizi sanitari allo scopo di generare nuova ricchezza e nuovo reddito, la mercificazione del sangue e “l’ignoranza scientifica”, hanno generato la diffusione a macchia d’olio del virus dell’immunodeficienza, l’Hiv, tra trasfusioni selvagge, aghi non sterilizzati e tamponi infetti utilizzati infinite volte.

Il sangue non rappresentava più soltanto la materia prima per le società farmaceutiche biotecnologiche, ma “era diventato una forma di capitale di rischio” per un Paese in via di modernizzazione pronto ad affacciarsi nel mercato internazionale con il piglio della grande potenza.

Intorbidire le acque, minimizzare il problema dell’Hiv e soffocare l’informazione giornalistica, quindi il dibattito pubblico sull’economia del sangue e le sue disastrose conseguenze, era stato il diktat del governo in un primo momento, almeno fino al 1995 con i primi segnali allarmanti del contagio.

Per la prima volta un’agenzia di stampa cinese riferì che “gli esperti sanitari cinesi e occidentali temono che il virus dell’Aids si sia infiltrato nella fornitura di sangue della nazione come risultato di pratiche di approvvigionamento commerciale”.

Riconoscere le responsabilità dei governi periferici avrebbe significato riconoscere in buona parte anche le proprie e così soddisfare le innumerevoli istanze di indennizzo e le richieste di punizione avanzate dai donatori infetti e dai loro familiari nei confronti degli “untori”, di quanti tra i quadri del partito, i gestori e i medici nelle unità di raccolta avevano speculato e veicolato il virus.

Non un solo funzionario o medico è stato condannato per il commercio del plasma e nella faticosa “mappatura delle colpe” sono stati segnalati piuttosto i poveri contadini rurali.

Di loro si diceva che fossero al contempo responsabili della propria malattia e vittime della propria “arretratezza, pigrizia e avidità”, disposti a vendere qualsiasi cosa pur di guadagnarsi un posto al sole nell’economia di mercato locale, come recitava la comoda “tiritera lava-coscienza” diffusa perlopiù tra i cittadini delle metropoli cinesi.

È con lo scoppio dell’epidemia della Sars, nel 2003, che cambia l’approccio del governo rispetto all’Aids e a chi ne era affetto. L’esperienza della Sars ha dimostrato come la trasparenza possa incidere positivamente sulla stabilità sociale ed economica del Paese, migliorando la sua immagine sia all’interno della nazione che all’estero.

Nel World Aids Day del 2003 Wen Jiabao stringe la mano ad alcuni malati di Aids cinesi. E nel 2005 incontra Peter Piot, ora ex direttore di Unaids. Da allora cosa è davvero cambiato nella Cina dello sviluppo?

Nel Paese le agenzie di raccolta del sangue sono state bandite e grazie al successo di una campagna di sensibilizzazione per la promozione della donazione “sicura” del sangue a titolo volontario nelle aree urbane, la paura della contaminazione è gradualmente diminuita. Donare il sangue è anzitutto un gesto gratuito, “patriottico, glorioso e sicuro”.

Ora l’approvvigionamento del sangue in Cina proviene da donatori volontari e dal 2010 l’Ufficio di Sanità Pubblica sottopone allo screening tutti i prodotti ematici.

“Inserire nell’agenda del governo il problema Hiv/Aids come un elemento importante, rispondere urgentemente ed efficacemente all’Hiv/Aids costituisce una priorità legata agli interessi e a beneficio della Cina e del suo popolo”, così si trova enunciato in un documento del 2004 del Consiglio di Stato con annesse le istruzioni da impartire alle amministrazioni locali.

Il Ministero della Sanità pubblica cinese ha rilevato che sono circa il 10,7 per cento i cinesi che hanno contratto il virus dell’Hiv attraverso la donazione di plasma o emoderivati, ma secondo la stima di Unaids sarebbero 22 mila le persone contagiate a causa di quelle trasfusioni su un totale di 75 mila colpiti (nel 2011 erano 780 mila gli infetti da Hiv, di cui il 6,6 per cento a causa di trasfusioni di sangue), mentre sarebbero oltre 200 mila i bambini rimasti orfani a causa della malattia.

Con il lancio del programma pilota di prevenzione China Cares(Comprehensive Aids Response Programme) nel 2003, il governo centrale inaugura la politica del “Four Frees and One Care”, una piattaforma sanitaria libera e a disposizione di tutti per la cura e il trattamento terapico retrovirale sugli individui affetti dall’Hiv.

Tra il 2003 e il 2007, secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Pechino, oltre 37 mila persone hanno beneficiato della terapia retrovirale, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che in quegli anni solo il 19 per cento di coloro che avevano bisogno del trattamento riuscivano a ottenerlo.

Ancora oggi, oltre alla stigmatizzazione e al tabù persistente sull’Hiv, i limiti all’accesso alle cure terapiche sono molti e sembrano insormontabili. Ad esempio, i migranti rurali affetti dalla malattia non possono accedere alle strutture sanitarie, perché sprovvisti di permesso al di fuori della loro unità di residenza, e i più poveri non possono accollarsi i costi dell’acquisto di alcuni farmaci.

È però sul fronte dell’educazione sanitaria che la Cina necessita di compiere maggiori sforzi. Per Avert, l’organizzazione umanitaria internazionale con base nel Regno Unito, un sondaggio realizzato nel 2008 su oltre 6 mila residenti in sei grandi città cinesi ha rilevato che “oltre il 48 per cento degli intervistati ha pensato di poter essere contagiato dalle punture di zanzara, il 18 per cento crede che potrebbe essere infettato a causa di uno starnuto o di un colpo di tosse di qualcuno affetto da Hiv.

Quasi il 32 per cento degli intervistati ha pensato che le persone colpite da Hiv e Aids hanno meritato la loro condizione a causa dell’uso di droghe o per la loro condotta sessuale, quasi il 48 per cento non mangerebbe con qualcuno affetto da Hiv, e il 30 per cento ha affermato che i bambini affetti da Hiv non devono frequentare le stesse scuole dei bambini non colpiti dal virus”.

Secondo il rapporto prodotto congiuntamente dal Ministero della Sanità cinese, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Programma delle Nazioni Unite sull’Hiv, reso pubblico lo scorso gennaio, attualmente sono circa 780 mila le persone che hanno contratto l’Hiv a livello nazionale, di cui 154 mila sono malati di Aids.

A partire dal 2009, nell’Henan, nello Yunnan, nel Guangdong, nel Guanxi e nello Xinjiang, il numero di persone che vivono con l’Hiv è aumentato di 40mila in due anni. Il tasso di infezione totale del Paese è pari allo 0,058 per cento e nel 2011 circa 28 mila persone sono morte a causa dell’Aids.

La Cina del miracolo economico ha bisogno di promuovere una nuova cultura scientifica attraverso l’attivazione di meccanismi trasparenti di informazione e istruzione sanitaria pubblica. L’Aids non è più uno spettro dai contorni sfumati, uno sconosciuto visitatore con un nome impronunciabile giunto da terre lontane.

Per i cinesi è diventata la principale causa di morte per malattie infettive, lasciandosi alle spalle i minacciosi virus della tubercolosi e della rabbia. Lo sanno bene le vittime dell’industria del sangue, le foglie morte di Shuangmiao e i contadini della provincia dell’Henan.

“In quella quiete, in quel profondo autunno, in quel crepusco¬lo”, come ha riportato lo scrittore Yan Lianke nel suo libro “Il sogno del Villaggio dei Ding”, la vita stessa si era inaridita. “Morivi come le foglie che d’autunno cadono a terra vol¬teggiando.La luce si spegneva e tu non eri piú di questo mondo.”

13.03.2014

di Maria Dolores Cabras

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