“ORIZZONTE SERBIA” di Rassegna Est*

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[Carta di Laura Canali (2011)]

*http://rassegnaest.com/2014/03/03/orizzonte-serbia/

http://temi.repubblica.it/limes/orizzonte-serbia/59174

La Serbia viene dipinta come la nuova frontiera dell’internazionalizzazione delle imprese italiane. Il potenziale c’è, ma non bisogna dimenticare che il paese deve risolvere ancora molti nodi e fare ancora tanta strada. Analisi dei deficit serbi.

La Serbia è un paradiso. O quantomeno, sembra esserlo per le imprese italiane. Questo è quello che emerge, quotidianamente, dalle pagine dei giornali. Soprattutto dopo che ad avere delocalizzato la produzione nel paese è stata la Fiat, negli stabilimenti di Kragujevac.

I dati sulla presenza in loco delle nostre aziende, nel 2013 stimate intorno alle 500 per un giro d’affari che secondo l’Ice vale 2,5 miliardi di euro (su un pil totale di 33 miliardi), indicano che il connubio c’è ed è solido. 


[Tabella 1: L’economia serba nel 2014-18]

Non si può negare che le performance economiche di Belgrado, negli ultimi anni, siano state migliori di altri paesi della regione. Nel maggio scorso l’allora ministro delle Finanze, Mladjan Dinkic, poteva dichiarare con sicurezza che “il paese non è più in recessione” e l’esecutivo guidato da Ivica Dacic si permetteva il lusso di temporeggiare con il Fondo monetario internazionale (Fmi), rimandando la firma di nuovi accordi per ulteriori tranche di credito.

Ma non tutto è così meraviglioso

Con il passare del tempo, però, sono emerse alcune debolezze strutturali dell’economia serba. E sono apparsi, in tutta la loro complessità, alcuni limiti del modello di sviluppo serbo. Occorre innanzitutto fare due considerazioni di tipo macroeconomico.

Per prima cosa, la crescita in Serbia (il pil per il 2014, secondo le ultime previsioni della Banca centrale, aumenterà di una percentuale vicina all’1%; nel 2013 era cresciuto del 2%) sembra determinata quasi esclusivamente dalle esportazioni, in cui la parte del leone spetta peraltro alla Fiat.

Nonostante ciò rappresenti, assieme al flusso crescente di investimenti diretti esteri (ide, vedi tabella in basso), un’ottima cosa, non sembra essere capace di influire in alcun modo sui consumi interni (che restano bassi), nè sull’occupazione. Oggi il tasso dei senza lavoro si aggira sul 25% ed è cresciuto costantemente a partire dal 2008.

 I cittadini serbi, in sostanza, non usufruiscono dei benefici creati dagli investimenti che vengono dall’estero. Inoltre, pare che già nel 2014 sia l’export sia gli ide sono destinate a ridursi di qualche punto percentuale, come riporta l’agenzia Tanjug.

La seconda considerazione è inerente allo stress che le finanze pubbliche del paese hanno dovuto sopportare, principalmente a causa dello sforzo, portato avanti dall’esecutivo Dacic, di stabilizzare l’andamento della valuta (vedi grafico 1) che a partire dal 2011 aveva conosciuto un preoccupante fenomeno inflattivo.

Il deficit di bilancio, che la Banca mondiale vorrebbe vedere ridotto al 6,5% del pil nel 2014, al momento è ancora troppo alto, risultando del 7,1%.

[Grafico 1: l’andamento del dinaro serbo, 2009-14]

 Cercasi competitività

Al di là di queste due considerazioni preliminari, senza contare il deficit della partite correnti, pari al 5% del pil, vi sono degli elementi tutt’altro che secondari che incidono sulla competitività di Belgrado e sulla sua capacità di attrarre investitori stranieri.

Importanti riforme non ancora compiute dal governo sono quelle che riguardano la legislazione sul lavoro (che si vorrebbe più flessibile) e sulla procedura fallimentare.

Nell’ultimo rapporto curato dal World economic forum sulla competitività globale, vengono messe in evidenza ulteriori debolezze della Serbia, che globalmente ottiene la 101ª posizione (su 144 paesi, dopo Bolivia, Nicaragua e Nigeria), peggiorando rispetto agli anni precedenti e risultando il fanalino di coda nella regione.

Secondo le imprese che hanno partecipato all’elaborazione dello studio, le difficoltà principali riportate nel fare affari con la Serbia sono la corruzione (13,8% degli intervistati), una burocrazia inefficiente (13,1%), la scarsa possibilità di ottenere del credito (11,1%), l’instabilità politica (10,9%), le infrastrutture inadeguate (7,3%). [Qui un raffronto fra la competitività della Serbia e quella degli altri paesi dell’Europa orientale].

Belgrado non sembra essere nella posizione di fare molto per risolvere questi problemi, quanto meno nel breve periodo.

L’instabilità politica è stata comprovata, ancora una volta, dalla volontà di indire elezioni anticipate (fissate per il 16 marzo) senza aspettare il completamento della naturale durata della legislatura.

Una decisione che ha avuto tra i suoi effetti negativi anche l’aver ritardato la conclusione di un accordo con l’Fmi, per un valore complessivo di 400 milioni di euro, denaro di cui il governo ha bisogno per finanziare le proprie spese previste in bilancio.

Per quanto riguarda il capitolo infrastrutture, invece, la Serbia sembra dover fare ancora molta strada soprattutto nell’ambito dell’energia e dei trasporti su rotaie. In entrambi i casi, il paese non dispone delle strutture adeguate a sostenere il proprio sviluppo economico.

Per cercare di recuperare terreno, Belgrado risulta tra i principali beneficiari di alcuni fondi messi a disposizione dall’Ue. Per la modernizzazione delle proprie ferrovie (solo un terzo del percorso totale è elettrificato), la Serbia ha anche ottenuto l’interessamento di finanziatori cinesi e russi.

Si tratterà, però, di un processo che richiederà molto tempo: nel complesso, queste strutture non saranno modernizzate prima del 2020. La data che, nelle intenzioni di Belgrado, potrebbe sancire l’ingresso nell’Unione Europea.

Qui si apre un’altra parentesi. Perché, come dimostrato dalla storia recente dei paesi dell’Europa centrale e baltica, il processo di integrazione nell’Ue stabilizza, porta riforme, migliora la tenuta economica di un paese, garantisce fondi pre-adesione.

Parlare di Serbia come eldorado delle imprese italiane è forzato e prematuro. Il paese deve ancora maturare. Questo non significa che bisogna ignorarne il potenziale. Né che non bisogna tenere conto che siamo solo all’inizio di una lunga strada.

Per approfondire: La guerra in Europa non è mai finita

*Rassegna Est racconta e spiega l’Europa balcanica, centrale e post-sovietica con una particolare attenzione alle vicende economiche. È sia un’agenzia di giornalisti che forniscono i loro contributi a varie testate, sia un portale di servizio indirizzato alle imprese italiane, la cui presenza a Est è molto radicata.

14.03.2014

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