La fuga dei cervelli? In realtà è un bene. ‘Segno che l’università è competitiva’ (da l’Espresso – 01.04.2014)

CONTROCORRENTE

L’esodo di tanti laureati italiani verso l’estero è il segno che i nostri atenei sono in grado di formare ottime professionalità, e le classifiche lo dimostrano. Lo spiega un docente impegnato, che però avvisa: “Il declino è iniziato”

di Francesca Sironi

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Giuseppe De Nicolao si è laureato al Politecnico di Milano quando ancora di fuga dei cervelli non parlava nessuno. Era il 1986; la sua tesi gli procacciò lodi, premi e una carriera scientifica fra Milano e l’Australia, fino alla cattedra raggiunta nel 2000 alla facoltà di ingegneria dell’università di Pavia, da cui continua a insegnare, scrivere e fare ricerca nel suo campo, quello dei controlli automatici.Oggi un percorso così lineare è diventato un miraggio. Come raccontava l’Espresso poche settimane fa , i laureati migliori, soprattutto in ingegneria, preferiscono le offerte che arrivano da oltreconfine alle prospettive precarie che si prospettano in patria. «Perché dovrebbero restare?», commenta De Nicolao: «I miei ex studenti che frequentano un dottorato all’estero, in Svizzera ad esempio, guadagnano più dei professori che erano loro relatori della tesi. Lo stesso vale per chi cerca un posto di lavoro. A queste condizioni, andarsene è una scelta semplicemente intelligente».

Le aziende straniere sono ben disposte ad assumerli, i nostri medici , economisti, progettisti, i nostri laureati in lingue straniere ma anche in archeologia o letterature comparate. «Questo interesse dimostra che l’università italiana è competitiva», sostiene il professore, autore e animatore del blog Roars – Return on Academic Research – un sito web d’informazione da e sugli atenei: «A differenza di altri settori produttivi, e nonostante tutte le critiche, le denigrazioni, i drammi e i saggi sul declino delle facoltà, i nostri corsi hanno un livello medio piuttosto alto e ancora (per poco) solido». Insomma: se l’export di laureati ci viene così bene è perché a produrli siamo ancora capaci. «Non è solo una questione di insegnamento», continua De Nicolao: «Ma anche di validità della ricerca. Secondo la classifica elaborata da SCImago, una sorta di agenzia di rating che, usando la banca dati della casa editrice Elsevier, ordina i paesi in base alle loro pubblicazioni scientifiche, l’Italia supera l’Olanda, la Svezia e la Spagna. Considerato i mezzi traballanti con cui sono costretti a lavorare i nostri ricercatori, è un grande risultato».

Un successo legato a piccole eccellenze che trainano i carrozzoni di altre facoltà? «No», sostiene il docente: «I bravi ingegneri laureati a Bari, o all’università del Sannio, a Benevento, o a Napoli, non sfigurano nei confronti di quelli che prendono il titolo a Milano. Certo, le grandi scuole esistono, ed è una fortuna, ma quello che conta è il sistema nel suo insieme. Che fino ad ora ha retto».

Fino ad ora, perché le classifiche di Elsevier arrivano al 2012. E risentono ancora poco degli effetti dei tagli imposti dall’ex ministro Mariastella Gelmini: «Ci vorrà qualche anno per capirne veramente l’impatto. Ma sarà disastroso. Già adesso per portare avanti progetti e ricerche i fondi dobbiamo trovarli da soli: io e la maggior parte dei miei colleghi lavoriamo grazie a finanziamenti europei, collaborazioni con istituzioni private, cercando noi stessi le aziende che potrebbero essere interessate allo sviluppo. Se dovessimo aspettare i fondi pubblici italiani, avremmo già chiuso».

Sull’ultimo numero della rivista “Universitas” un ricercatore del dipartimento di Chimica della Sapienza di Roma racconta la sua esperienza surreale: «Dopo il dottorato in Italia, e cinque anni tra lo Scripps Research Institute di San Diego e l’Aahrus University danese ho vinto un concorso alla Sapienza», scrive Marco Bella: «Il mio primo giorno di lavoro ho ricevuto le chiavi del laboratorio dove avevo svolto la tesi, con reagenti chimici degli anni ’50, una strumentazione che era già obsoleta allora e una tessera per fare mille fotocopie. Nient’altro».

I risultati ottenuti da Bella interessano però le industrie chimiche: grazie alla reazione che ha scoperto infatti possono usare meno solventi per ottenere gli stessi prodotti, riducendone l’impatto inquinante. «Ho appena firmato con un’azienda un contratto da 25mila euro di cui l’università prende subito il 15 per cento a fini amministrativi. In segreteria mi è stato detto che l’impresa avrebbe dovuto apporre sul contratto una marca da bollo da 16 euro: mi sono vergognato a chiederla, così sono andato in tabaccheria e l’ho comprata di tasca mia. L’acquisto di un toner non è più semplice: serve un preventivo, poi la ricerca del prezzo migliore sul Mercato Elettronico per la Pubblica Amministrazione. Una procedura che richiede una parte enorme e ingiustificata del mio tempo: così, per fare prima, finisce che vado in un negozio e pago di tasca mia i 40 euro per l’inchiostro».

De Nicolao, nel corso dei suoi studi, ha collaborato con Foxboro, Magneti Marelli, STMicroelectronics, Numonyx, Pharmacia, Nerviano Medical Sciences, GlaxoSmithKline, Jannsen: «Anche i distretti più interessanti però sono ormai stati abbandonati dalla politica industriale del paese», commenta: «Oggi dovremmo investire in Information Technology, in biotecnologie, creare le condizioni perché anche le “aziende pesanti” possano tornare a crescere e innovare, oppure rendere più produttive e innovative quelle che resistono». I ponti fra impresa e ricerca sono indispensabili per rimanere sul mercato, sostiene De Nicolao, che insieme a professori di Padova e di altre università americane e francesi sta ora lavorando sul pancreas artificiale: «Non possiamo pensare di tenere in piedi lo sviluppo del paese solo con la pizza o le scarpe». Ma questa prospettiva sembra lontana dalle preoccupazioni di Roma: «Rischiamo di avvitarci su noi stessi», conclude il docente: «Se il declino degli atenei non viene fermato fra poco non riusciremo ad esportare nemmeno i laureati».

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