De Luca tra i viceré del Sud renziano (di Angelo Giubileo)

di Angelo Giubileo

De Luca presenta uno dei suoi progetti ediliziL’anticipazione di un’analisi, sviluppata in un articolo del Corriere della sera di giovedì scorso nell’ambito della cronaca nazionale, è “Il potere dei boss locali”. Immediatamente sotto, segue il titolo: “Da Fitto a De Luca I nuovi vicerè e la democrazia come feudalesimo”. L’autore, che è il noto ed affermato giornalista Pierluigi Battista, in particolare scrive: “… Ma soprattutto nel Sud, dove i vicerè hanno costruito una rete di potere e di clientele che fuoriesce da ogni schema correntizio classico, in cui l’elemento di potere si intrecciava ancora, bene o male, a qualche motivazione ‘ideale’. Renzi, nella sua opera di rottamazione, lo sa bene. Ed è per questo, per non avere contro il partito dei vicerè meridionali, che ha stretto un legame con Genovese in Sicilia, con De Luca in Campania e con Emiliano in Puglia”. La citazione è particolarmente ad uso di una riflessione che nel nostro paese è iniziata da tempo quasi immemore. E che, per giunta, nel nostro territorio, nella nostra città, come accade anche nel presente, spesso addirittura latita. Poste tali premesse, ecco tuttavia quel che a me sembra oggi opportuno rilevare.

In primo luogo, stride fortemente il contrasto anacronistico tra una prospettiva dichiaratamente europea, di consolidamento e sviluppo sul piano dei rapporti internazionali, ed un orizzonte localistico che viceversa appare sempre più arretrato e quindi incerto.

In secondo luogo, la crisi – prima della politica e poi dell’economia in questi anni più recenti – pone un problema serissimo di exit strategy, ovvero di strategia di uscita. Una crisi che, sul piano della politica, è senz’altro crisi di leadership e di rappresentanza. Percepita quasi immediatamente dalla classe dirigente dell’epoca, ma vanamente ed inefficacemente fronteggiata nel corso degli ultimi venti anni circa; fino al tentativo di istituire un nuovo sistema di autonomie locali, di falso cosiddetto federalismo, mediante il conferimento di sempre maggiori deleghe di potere alle autorità locali, significativamente introdotto dal sistema della cosiddetta “legge dei sindaci”. Per certi versi, una stessa crisi che, sul piano viceversa economico e finanziario, dapprima fronteggiata efficacemente con la creazione del sistema monetario dell’Euro, necessita invece ora di nuovi accordi politici, d’integrazione e sviluppo, a livello non solo europeo quanto piuttosto globale.

Terza ed ultima considerazione. Ne è derivato che un sistema, quale quello messo su in questi anni in Italia, non sia stato e, in effetti, non è più sostenibile. Occorre cambiare, per dare una prospettiva concreta di sviluppo e garantire quindi un futuro, non solo alle nuove generazioni già da tempo in affanno. Per fare questo, alcune scelte sono assolutamente prioritarie. In breve, si tratta da un lato di ricostruire a livello individuale e comunitario, con impegno e fatica, un tessuto etico di rapporti sociali; dall’altro, di generare un nuovo patto politico di coesione, in grado di dare forza e valore al territorio nell’ambito di una prospettiva che sia, nel contempo, nazionale, europea e mondiale.

Nel celeberrimo dramma di Samuel Beckett, Aspettando Godot, i protagonisti vivono quotidianamente la propria misera condizione, nell’attesa (che si rivelerà definitivamente vana) che arrivi un certo signor Godot. Parafrasando il testo dell’opera, il signor Godot è sì assente ma, a differenza di quanto pur si dice, domani senz’altro non verrà. Infatti, a differenza di un lontano e recente passato, oggi sappiamo già tutti che non ha alcun senso aspettarlo.                                                                         

(www.iconfronti.it)

 

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