Il traffico di valuta cambia verso. I soldi dalla Svizzera all’Italia (dal Corriere della Sera – 28.03.2014)

di Claudio Del Frate

La sede milanese dell’Unione banche svizzere (Afp)La sede milanese dell’Unione banche svizzere (Afp)
COMO – Il bluff, di questi tempi, è andato male persino a un campione di poker professionista. Aveva detto alla Finanza di non avere valuta da dichiarare ma i militari gli hanno sequestrato una busta con 50 mila dollari. Ma prima e dopo Filippo Candio, cagliaritano, nome noto agli appassionati del tavolo verde, la stessa sorte è toccata anche ad altri passeurs in transito al valichi tra Italia e Svizzera che trasportavano soldi di nascosto. Otto sequestri nell’ultimo mese, un ritmo da record, con un sorprendente comune denominatore tra tutti gli episodi: il denaro non stava scappando dall’Italia ma faceva sempre il percorso opposto, dalla Svizzera al Belpaese.
I rotoli di banconote nelle mutande

La rotta del contrabbando di valuta vira di questi tempi di 180 gradi e percorre sentieri fino a poco tempo fa impensabili. Certo, i circa 750 mila euro che nel mese di marzo a Chiasso sono finiti nella rete dei controlli delle Fiamme Gialle rappresentano poca cosa: poca cosa rispetto ai tesori ancora oggi nascosti da correntisti italiani nei caveau delle banche elvetiche (la stima complessiva è di 160 – 180 miliardi) ma poca cosa anche rispetto al bilancio 2013 dei sequestri di valuta.

Gli espedienti a cui i clandestini della valuta stanno facendo ricorso per sfuggire ai controlli sono quelli più conosciuti. Il già citato giocatore di poker li teneva in una normalissima busta e ai finanzieri ha dichiarato che erano frutto di una vincita al gioco (in effetti il profilo facebook di Candio, nei giorni precedenti al sequestro annuncia la partecipazione a un torneo al Casinò di Campione) ma non è stato creduto. Per il resto la galleria dei personaggi pizzicati è piuttosto tradizionale: vi compaiono l’imprenditore veneto che al volante di una Jaguar passa il confine con 61.500 euro cuciti dentro la giacca, il consulente finanziario che ne aveva infilati 170 mila nell’imbottitura del sedile dell’auto, fino a quello che, fermato per un controllo a bordo di un treno, ha dovuto estrarre due rotoli di banconote dalle mutande.
L’ultimo episodio due giorni fa, ancora una volta su un treno, protagonista una donna ultraottantenne che aveva nella borsetta 60 mila franchi svizzeri. Il profilo generale è comunque quello di piccoli risparmiatori – compatibilmente con i numeri della finanza elvetica – generalmente lavoratori autonomi, magari assaliti dal panico per le sempre più insistenti voci di tassazione sui capitali italiani depositati all’estero.

Tramonta la figura dello «spallone»

«Non abbiamo intensificato i controlli negli ultimi giorni, i sequestri fanno parte della nostra normale attività di vigilanza al confine: e poiché quello di Chiasso, assieme alle frontiere aeroportuali di Malpensa e Fiumicino è tra quelli di maggior traffico in Italia, la nostra attenzione è sempre alta»: così il colonnello Marco Pelliccia, comandante provinciale della Guardia di Finanza di Como, traccia il quadro della situazione. Che per essere completo ha bisogno di una precisazione: «Il transito di valuta verso la Svizzera non si è esaurito, capita però che gli importi si siano fatti più piccoli; e soprattutto, in tempi di crisi c’è chi tenta di riportare a casa del denaro. Ma a conti fatti i flussi in entrata e in uscita si equivalgono». Ma già questa è una novità nel panorama del fenomeno. Resta da chiarire un altro dettaglio: chi si presta di questi tempi ad attraversare il confine nascondendo dei soldi è l’intramontabile figura dello «spallone»?
«Se stiamo alla casistica di questi giorni – precisa il colonnello Pelliccia – direi di no: il ricorso allo spallone, che pretende una percentuale in cambio del rischio che corre, diventa conveniente se in gioco ci sono importi più alti, almeno dai 250 mila euro in su».

La strategia italiana

Vista dall’altra parte del confine, il flusso dei soldi che ritornano in Italia appare al momento piuttosto misterioso. «Il comportamento del mondo finanziario elvetico è mutato – ricorda Renè Chopard, direttore del centro di studi bancari di Vezia, alle porte di Lugano – e oggi gli istituti rifiutano denaro che non sia dichiarato al fisco dei paesi di origine». E’ la cosiddetta «strategia del denaro bianco» messa in atto dai colossi del credito svizzero, sulla scorta delle pressioni della comunità internazionale che minaccia di sanzionare Berna . «Ma anche volendo tener conto di questo fattore – prosegue Chopard – la fuga dei capitali verso l’Italia sarebbe priva di logica: sia il governo italiano che la piazza finanziaria svizzera hanno interesse a raggiungere un accordo sulla tassazione dei capitali senza che questi debbano muoversi. Ed è l’obiettivo al quale da anni stanno lavorando Roma e Berna: farsi prendere dal panico in questo momento sarebbe fuori luogo».
La questione dei capitali esportati, da tempo ormai indicata come una delle medicine per risanare i conti dello Stato, si gioca su due tavoli; per anni la Svizzera ha caldeggiato un accordo col governo italiano in base al quale il titolare del conto estero avrebbe dovuto pagare una robusta tassa ma avrebbe mantenuto l’anonimato e soprattutto il conto nei blindatissimi forzieri di Lugano o Zurigo. Ultimamente invece Roma sembra voler privilegiare la cosiddetta voluntary disclosure : senza attendere accordi internazionali, l’Italia cerca di convincere chi esportò capitali di nascosto a denunciarli volontariamente, concedendo in cambio un alleggerimento delle sanzioni fiscali e penali. Ma l’incertezza è ancora alta e nell’incertezza c’è chi si fa prendere dal panico.

 

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