Da Fitto a De Luca. I nuovi vicerè e la democrazia come feudalesimo (dal Corriere della Sera – 27.03.2014)

Hanno un peso elettorale ragguardevole ma non determinante. Eppure lanciano la loro sfida ai vertici nazionali

di Pierluigi Battista

27Mar201451e685448fd9219a4754e85355967578_Pagina_2I vicerè di Forza Italia scalpitano. Si agitano. Minacciano sfracelli. Promettono secessioni se il Capo non darà loro ascolto. I Partiti deboli e aggrappati alla figura del leader, sono sempre più agglomerati di potentati locali. I Cosentino e i Galati, i Fitto e qualche anno fa i Miccichè, vogliono farsi valere nello sgretolamento della creatura berlusconiana. Nel Pd invece i potentati si fanno ben volere da Renzi e i Genovese in Sicilia, Michele Emiliano a Bari e Vincenzo De Luca a Salerno portano i loro pacchi di voti al leader vincente. Il potere dei “cacicchi”, si diceva un tempo, verso la fine degli anni Novanta, nel cuore della Seconda Repubblica. Ma un tempo i cacicchi venivano mossi dal vento autonomista e municipalista della stagione dei Sindaci. Oggi, invece, è solo un arsenale di voti da far valere nel braccio di ferro con i leader recalcitranti.

Che poi non è nemmeno così certo che i potentati siano così potenti. O determinati. Hanno il loro ragguardevole gruzzolo elettorale, certo. Ma non determinante come pure amano dire. Per esempio, in Puglia Raffaele Fitto sbagliò tutto, non riuscì a scongiurare la frattura nel centrodestra regionale, convinse Berlusconi a puntare sul cavallo sbagliato e alla fine trionfò Vendola: senza raggiungere il 50 per cento, però. E solo grazie alle divisioni del fronte opposto di cui Fitto era garante. E pure Nicola Cosentino, il temibile boss della Campania. Oggi minaccia “Forza Campania”, si fa immortalare dalle telecamere insieme ai suoi seguaci locali che stravedono per le cordate in sua compagnia. Ma alla fine non è che poi sia stato così determinante. L’anno scorso, quando Berlusconi, a malincuore, decise di tenerlo fuori dalle liste sembrava che un nuovo terremoto scuotesse la terra campana. Cosentino portò con se persino le firme per le liste elettorali, gettando nel panico i maggiorenti del Partito. Tutti pronosticavano il rumoroso crollo dell’allora PDL, privato del grande magazzino di voti blindato dal clan Cosentino. E invece il PDL de-cosentinizzato vinse alla grande le elezioni in Campania, portando una cospicua dote di seggi al Senato. E poi non è che il Partito di Cosentino avesse fatto grandi figure per le elezioni comunali di Napoli: i competitori del Pd erano in ginocchio, ma alla fine non vinse la destra, ma “spaccò” De Magistris.

Il Pd campano, appunto. Sulle cui peripezie e sui cui imbrogli per le primarie di Napoli esiste ormai una vasta letteratura. Così come esiste una vasta letteratura di maneggi poco onorevoli nell’ultima battaglia congressuale. Nel Sud, e anche nel Nord. Ma soprattutto nel Sud, dove i vicerè hanno costruito una rete di potere e di clientele che fuoriesce da ogni schema correntizio classico, in cui l’elemento si intrecciava ancora, bene o male, a qualche motivazione “ideale”. Renzi, nella sua opera di rottamazione, lo sa bene. Ed è per questo, per non avere contro il Partito dei vicerè meridionali, che ha stretto un legame con Genovese in Sicilia, con De Luca in Campania e con Emiliano in Puglia, l’esponente più rappresentativo di un potere locale che sfugge alle classificazioni tradizionali di Partito e si autonomizza come potere a sé stante.

Anche a costo di far vincere “gli altri”. C’è poco patriottismo di Partito nei gruppi neo-feudali che, come si dice, “stanno nel territorio”. Il centrodestra in Sicilia, spaccato prima con Raffaele Lombardo e poi con Gianfranco Miccichè, sapeva benissimo che avrebbe consegnato la Sicilia agli avversari. Lo sapevano tutti, e anche Crocetta, che si è ritrovato Governatore a Palermo. Ma questo non ha impedito di favorire il potentato locale anziché il Partito. E anche Giuseppe Galati, che adesso promette lotta dura con i vertici di Forza Italia, ha come riferimento il suo gruppo in Calabria e non a Roma o addirittura a Strasburgo. Ma la logica dello schieramento non vale più. I vicerè vogliono giocare una partita tutta loro. E tanto più si “radicano nel territorio” quanto più capiscono che il territorio, le clientele, i gruppi amicali, le basi familiari, le cricche, i gruppi di interesse sono rimasti l’unica risorsa quando il centro tende ad indebolirsi fino alla disgregazione.

Per cui: o mettersi d’accordo, come è accaduto nel Pd, oppure dare per scontato la secessione territorial-localistica, la deriva feudale dei signorotti distribuiti lontano da Roma, i feudatari che si autonomizzano, i latifondisti del voto che si spartiscono i lotti del consenso locale, come sta accadendo nella Forza Italia in cui la presa di Berlusconi si fa sempre meno stringente. Il posto al Parlamento europeo, ovviamente, è solo un pretesto. La sostanza sta nello spirito di affermazione dei vicerè che vogliono mettere il re con le spalle al muro. La sostituzione della politica con altri mezzi, la fine della forza coesiva del centro, il ritorno al feudalesimo. L’ultimo stadio del Partito a guida carismatica (appannata).

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