Termovalorizzatore di Salerno, un milione di euro solo per le consulenze (dal Corriere del Mezzogiorno – 25.03.2014)

INCOMPIUTE

Nove milioni di spese complessive per un’opera mai fatta da quando De Luca ottenne l’incarico di commissario

SALERNO – Al di là del processo per peculato a carico di Vincenzo De Luca per la nomina a project manager del suo capo staff, quella del termovalorizzatore di Salerno è l’esempio di come in Italia vengano spesi soldi pubblici senza la certezza di rendere concreti i progetti. Nove milioni è costato l’inceneritore al Comune di Salerno quando, nel 2008, il sindaco ottenne da Berlusconi l’incarico di commissario straordinario dell’opera che avrebbe dovuto aiutare la Campania ad uscire dall’emergenza rifiuti. Nove milioni gravati sulle casse dell’ente, sebbene l’opzione di rivalsa nei confronti dello Stato. Se i Governi che si sono succeduti abbiano rimborsato le spese sostenute dall’ex commissario, non è dato sapere (ancora). Fatto sta che, prima della legge regionale che ha trasferito le competenze alle Province e prima dei ricorsi al Tar fatti dal Comune di Salerno, della variante urbanistica adottata dall’amministrazione De Luca per evitare che l’allora presidente di Palazzo Sant’Agostino Edmondo Cirielli (FdI) mettesse le mani sull’opera e prima che la Provincia stessa bloccasse l’inizio dei lavori per un problema legato al certificato antimafia della Daneco (una delle imprese che in Ati si è aggiudicato l’appalto), il commissario Vincenzo De Luca non ha badato a spese, certo del finanziamento di tre milioni che avrebbe ottenuto da Roma.I CONTI – Finanziamento sforato, se solo si pensa che per gli espropri dell’area di Cupa Siglia (dove doveva sorgere il termodistruttore e finiti in un’altra inchiesta della procura) sono stati spesi quasi otto milioni. L’altro milione è stato investito in consulenze, piani e gruppi di lavoro.
Solo il gruppo di lavoro è costato 180 mila euro, tra cui 20 mila (lordi) al project manager e 28mila al rup. Di consulenti (soprattutto prof universitari), invece, non se ne sono alternati molti, ma quei pochi ingaggiati hanno beneficiato di cifre consistenti. Prima c’è stata la coppia Giorgio Donsì-Vincenzo Belgiorno che per 24.480 euro ha fornito una consulenza per individuare la migliore tecnologia da applicare all’opera. Poi, per individuare l’area su cui costruire, alla coppia si è aggiunto Vitale Cardone, ex preside di Ingegneria, per una spesa complessiva di altri 29.376 euro. L’indagine geognostica (sulla natura e la caratteristica dei luoghi) è costata 164.138 euro, mentre lo studio di pre-fattibilità ambientale (condotto ancora una volta da Belgiorno affiancato da Gianfranco Rizzo) è valso 156.480 euro. Il dipartimento dei Beni culturali dell’Università di Salerno ha avuto 21.600 euro per verificare l’interesse archeologico dell’area, invece lo studio di progettazione elettrica (affidato all’ingegnere Vincenzo La Manna) e il piano di monitoraggio ante operam (eseguito dalla Fondazione Università di Salerno) sono costati rispettivamente 42.840 e 200.000 euro. I rilevamenti topografici e la cartografia numerica della Società Fotogrammetrica Meridionali hanno pesato per 23.520 euro. Una sciocchezza al confronto dei circa 83 mila euro andata ai tre membri della commissione aggiudicatrice gara: Antonio Musella, Rodolfo Maria Napoli e Claudio Claudi de Saint Mihiel. Nove milioni per un’opera che non c’è e chissà semmai ci sarà.

 

 

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