“HAIR INDIA” – La tratta dei capelli indiani verso l’Occidente – di Maria Tavernini*

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(Andrea de Franciscis)

*http://www.thepostinternazionale.it/mondo/india/hair-india

E’ mattina presto sui ghat di Varanasi quando un piccolo esercito di barbieri armati di rasoio batte le scalinate che costeggiano il Gange in cerca di clienti…

Poco lontano, alcune donne nei loro sari colorati sono appena uscite dall’acqua dopo la preghiera e il bagno rituale. Con i capelli ancora umidi raccolti in lunghe code, si accovacciano in fila sulle scale vicino al tempio, pronte a farseli rasare a zero, come la tradizione impone alle donne del sud in pellegrinaggio nelle città sacre.

Qualche ora dopo i barbieri, con il loro bottino di capelli annodati e riposti con cura in una borsa, incontreranno Mukesh, un intermediario che pagherà 200 rupie (tre euro) per ogni “testa”.

Almeno una volta nella vita gli induisti di ogni casta e latitudine donano i propri capelli alle divinità: un antico rito di tonsura che simboleggia la sconfitta dell’ego, la rinuncia alla bellezza come sottomissione agli dei. Un voto, un rito di umiltà e di passaggio.

Ma dietro quest’antica tradizione si nasconde un business multimilionario che parte dai templi indiani per arrivare nei più lussuosi parrucchieri di Los Angeles, Londra e Parigi. È il business dei capelli, o meglio delle extension, una moda globale che in India ha dato vita a un mercato in continua crescita.

Con un export annuo di centinaia di tonnellate di capelli, si stima che il giro di affari sia di 230 milioni di euro, ma le cifre non sono ufficiali.

L’epicentro del fenomeno è il tempio di Tirumala, vicino Tirupati, nello stato dell’Andhra Pradesh. Dedicato al culto di Sri Venkateswara, una reincarnazione del dio Vishnu, il tempio è un importante luogo di pellegrinaggio, tra i più visitati al mondo insieme al Vaticano e la Mecca.

Con 20 milioni di fedeli che ogni anno arrivano da tutta l’India per donare i capelli e fare offerte a Venkateswara, il tempio di Tirumala è anche tra i più ricchi d’India: parte dei suoi profitti è data dalla vendita delle 75 tonnellate di capelli offerti ogni anno dai devoti. I soldi ricavati, a detta dell’amministrazione, sono investiti in opere per la comunità.

Fino a una quindicina di anni fa i capelli donati ai templi erano usati per imbottire materassi poi, con la diffusione globale delle extension, le offerte dei fedeli sono diventante un’importante fonte di profitto, soprattutto le lunghe trecce delle donne.

Da qui il boom del commercio di ciocche indiane, particolarmente ricercate sul mercato internazionale per la loro lunghezza e qualità: i capelli remy sono capelli “vergini” (mai tinti o trattati) che mantengono l’orientamento radice-punte, una caratteristica che fa la differenza, confermano gli addetti ai lavori, che ha trasformato l’India in uno dei principali esportatori mondiali di capelli naturali.

Ogni tre mesi l’amministrazione del tempio di Tirumala indice delle aste pubbliche (oggi anche online) in cui si battono i prezzi di chili e chili di capelli.

Divisi in base alla lunghezza e raccolti in grossi sacchi di juta, saranno venduti a degli intermediari, intorno ai 200 euro al chilo (anche 400 per quelli di prima qualità) per poi proseguire il loro viaggio nelle imprese per la lavorazione del capello, dove verranno selezionati, pettinati, lavati e spediti a grossisti ed esportatori.

Un ultimo passaggio di mano e poi, decolorati, tinti e quindi cuciti insieme in piccole ciocche, saranno pronti per essere distribuiti ai coiffeur di tutto il mondo per infoltire le chiome delle donne in Occidente. Con prezzi che arrivano ai 2.500 euro per una “testa completa”. E pare che i migliori siano proprio quelli dei templi.

Ne parla Hair India, un film girato nel 2008 da due registi italiani che seguono il viaggio dei capelli dal tempio di Venkateswara fino alle filiere della produzione di extension in Occidente. In Italia nel caso specifico, dove ha sede la Great Lengths di Thomas Gold, impresa leader nel settore.

È da qui che i capelli dei templi, trasformati in costose ciocche di prima qualità, vengono confezionati e spediti in tutto il mondo: Stati Uniti, Australia, Brasile, Canada, Germania, Regno Unito.

E ultimamente anche in India, dove le extension sono diventate un must tra le dive del cinema e il jet set di Mumbai. Da un lato Bollywood, all’altro estremo Tirumala: le due facce dell’India.

Eppure il business dei capelli non riguarda solo Tirumala ma è esteso a tutti i templi del sud e le città sacre (Varanasi, Haridwar, Allahabad, Vrindavan), dove però gli intermediari fanno affari direttamente con i barbieri dei ghat.

Tuttavia quelli dei templi costituiscono un mero 20 per cento sul totale dei capelli provenienti dall’India e si teme che il resto sia frutto di violenze e intimidazioni.

Ultimamente la domanda ha superato l’offerta e la mancanza di regolamentazione in materia ha spianato la strada al mercato nero: da un’inchiesta dell’Observer è emerso che vere e proprie gang di cacciatori di teste (capellute) si aggirano nei villaggi costringendo le donne a tagliarsi le lunghe trecce. Il lato oscuro della tratta dei capelli, che ha riacceso il dibattito etico sul mercato delle extension in India.

20.03.2014

di Maria Tavernini

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