“Euroscettici di tutto il mondo unitevi” (da Linkiesta – 25.03.2014)

IL SUCCESSO DEL FRONT NATIONAL FRANCESE

I partiti populisti sono gli unici a parlare d’Europa. Il silenzio degli altri sta condannando l’Ue

Forse, nel bene o nel male, la dichiarazione di intenti rilanciata con scaltrissimo tempismo mediatico da Marine Le Pen, proprio ieri, sarà ricordata come uno dei passaggi decisivi in questa tormentata e arrovellata storia d’Europa di inizio secolo.

Il Novecento si era aperto con il biennio rosso e con il protagonismo delle masse socialiste (e cattoliche), il Duemila si presenta con l’atto di nascita virtuale dell’internazionale populista. Nel secolo breve le passioni correvano sulle gambe dei libri e delle ideologie, adesso possono incendiarsi per un video o per un semplice tweet: la semplificazione estrema prodotta dall’età dei media pervasivi, aumenta la fragilità delle burocrazie che governano il mondo pensando di potersi eternare nella loro obsolescenza.

Marine Le Pen il 23 marzo a Nanterre, dopo i risultati delle amministrative in Francia

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Anche chi vede la Le Pen come un contagio, come un pericolo, o come una minaccia, dovrà riflettere sul fatto che la campagna elettorale che tra poco entrerà nel vivo viene aperta con un guanto di sfida che, per la prima volta, non è stato lanciato dai costruttori dell’Europa politica, ma dai suoi nemici. La Le Pen e i suoi emuli danno voce alla rabbia
contro Bruxelles, contro Strasburgo, gli altri non parlano
. La loro è una crociata che parte da lontano, contro i parametri di Maastricht, contro i dettami della Bce e contro i diktat della Trojka, intrapresa con un grido che appare temibile e fragoroso, soprattutto perché dall’altra parte c’è il silenzio.

marine le pen, front national

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Siccome non ci sono altre voci istituzionali, a parlare, le parole degli euroscettici si stagliano con un effetto imponente, come lunghe ombre, sul paesaggio diroccato della crisi. I cittadini d’Europa ricordano moniti e raccomandazioni da ogni commissario, ma non ricordano discorsi o prese di posizioni politiche o civili. C’è un possibile guerra alle porte del Continente, e ne parla più Obama che il presidente dell’Unione. La Turchia sopprime la libertà di stampa fino a bandire un social network con un decreto orwelliano, e la flebile voce delle istituzioni non accende i cuori, e non riesce a superare la soglia della tracciabilità giornalistica. Ci ricorderemo – purtroppo – più di Trichet che di Barroso, più del 3% del Pil che dei diritti civili calpestati da Erdogan. I giovani dell’Ucraina sono scesi in piazza per reclamare l’ingresso in una Unione Europea che mitizzano, anche perché non la conoscono. I giovani
che in Europa ci sono già, non si sentono parte di una identità comune, e abitano il continente esteso della disoccupazione.

Crimea (AFP)

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N
on chiedetevi stupiti perché crescano gli euroscettici, chiedetevi perché gli eurofili (o gli “eurosiasti”) per ora, non abbiano prodotto nemmeno una parola per raccontarsi, nel vocabolario. C’è bisogno di un nuovo slancio perché l’Europa smetta di essere un sinonimo del rigorismo e il populismo l’unica alternativa ai patti di stabilità. L’Italia è forse l’unico Paese in cui esistono almeno tre forze più o meno dichiaratamente anti-euro (Lega, Fratelli d’Italia e M5s) e due moderatamente euro scettiche (Forza Italia e la Lista Tsipras). Le ragioni della critica sono largamente egemoni nell’opinione pubblica, e minoritarie nella classe dirigente. Se ci sono voluti venti anni in Francia perché la “diabolisation” dei lepenisti si esaurisse, potrebbe volerci molto meno perché la propaganda di Marine diventi una nuova lingua comune.
L’unico modo per disinnescare questo ordigno non sono gli anatemi. Ma delle risposte che possono risuonare di autenticità solo se vengono svincolate dal fiscal compact delle coscienze.

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