La strage degli innocenti: così è cambiato il codice d’onore delle cosche (da l’Espresso – 24.03.2014)

INCHIESTA

Nell’obiettivo dei padrini ormai ci sono anche i bambini. L’ultimo delitto quello di Taranto di pochi giorni fa. Perché l’unica legge di mafia è la morte

di Lirio Abbate

La strage degli innocenti: così è cambiato il codice d'onore delle cosche
In migliaia, fra bambini, insegnanti, cittadini e politici, hanno sfilato oggi per le strade di Palagiano per manifestare il dissenso della gente dopo il triplice omicidio del 17 marzo scorso in cui è stato ucciso il piccolo Domenico, di due anni e mezzo, insieme alla sua mamma e al compagno di lei., vero obiettivo dei sicari. Alla manifestazione, organizzata da Libera, hanno partecipato tra gli altri con i loro gonfaloni anche i comuni di Palagiano, Massafra, Crispiano e Mottola. Presenti anche le bandiere dell’Anp. Il corteo dopo aver raggiunto la piazza principale della cittadina si è fermato ad ascoltare i nomi delle 62 vittime innocenti uccise in Puglia. «Parto dalle parole di Carmela, la madre di Carla: non voglio vendetta ma rispetto e dignità, chiedo a tutti che ci sia rispetto e dignita», ha detto don Luigi Ciotti.

La scena può ricordare le “Fucilazioni” del Goya. Le vittime spinte contro il muro, le armi puntate all’altezza del petto e la raffica letale che squarcia l’oscurità. Ma a sparare sono i sicari della mafia salentina. E sotto i loro colpi cade Angelica, di soli due anni e mezzo, ammazzata insieme alla mamma. Questo delitto è stato ricostruito dopo ventitre anni di mistero, grazie al “pentimento” di uno dei sicari: diventa drammaticamente attuale dopo le ultime azioni di fuoco delle cosche che in Calabria e in Puglia non hanno esitato a uccidere bambini di pochi anni. La dimostrazione di come non esistano codici di onore: la morte è l’unica legge della mafia.L’indagine sull’omicidio di Angelica e della madre Paola Rizzelli offre una ricostruzione raccapricciante. L’esecuzione è stata decisa per placare la gelosia di una donna, chiamata “Anna morte”. La moglie di Luigi Giannelli, boss pugliese, avrebbe chiesto di far sparire quella vecchia fidanzata del marito. E lui, dal carcere dove era recluso, ha impartito l’ordine.

Luigi De Matteis, uno dei pistoleri incaricati della missione, ha cominciato a collaborare con la procura di Lecce. Ha raccontato che quando la bloccarono, la donna teneva la bambina in braccio. Le fecero salire in macchina e si fermarono davanti a una casetta nelle campagne di Matino, cittadina del Salento. Paola stringeva forte la sua bimba mentre uno dei killer, dopo averla fatta scendere dall’auto la spingeva in una stanza: lì ha impugnato un fucile, sparando dritto al ventre. La madre si è accasciata avvinghiata alla bambina, cercando di proteggerla fino all’ultimo, ed è morta. Anche la piccola Angelica viene ferita; il piede sanguina, lei piange e urla per il terrore. Gli assassini non si preoccupano: la lasciano lì e vanno via. Ma al boss non va bene. Anche la piccola deve scomparire. Il commando torna nel casale. Uno degli uomini afferra la piccola Angelica, la scaraventa contro il muro e fa fuoco mirando al petto. Il corpo di Paola viene poi gettato in una cisterna, quello di Angelica seppellito sulla collinetta di Sante Eleuterio di Matino, a qualche chilometro di distanza.

La ferocia dei padrini non conosce pietà e fa strage di innocenti. Che si tratti di uomini affiliati secondo i rituali intrisi di religiosità delle cosche pugliesi, calabresi o siciliane; che abbiano il marchio di Cosa nostra, della ’ndrangheta o della Sacra Corona. La vulgata popolare secondo la quale la mafia non uccide donne e bambini è una menzogna. La lista delle vittime è sterminata. L’ultimo agguato è di lunedì scorso, a Taranto, dove un bambino di tre anni è stato abbattuto con decine di colpi in un’auto insieme alla madre e al suo compagno. Il bersaglio era l’uomo, che è stato crivellato mentre teneva il piccolo in braccio. Nella vettura colpita dalle raffiche c’erano altri due bimbi, di sei e sette anni, rimasti illesi per puro caso. Un raid che porta la firma della criminalità organizzata, che ancora una volta non si fa scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi.

«La barbarie dei mafiosi non conosce confini» spiega il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti: «Purtroppo abbiamo visto tanti piccoli uccisi dalla camorra, dalla ’ndrangheta e da Cosa nostra. Spesso erano bambini che accompagnavano le vittime designate che si sono trovate, come è accaduto in passato a Napoli, nella traiettoria di un conflitto a fuoco fra bande. Oppure uccisi fra le braccia del padre, che era l’obiettivo della missione di morte dei sicari. Sono proprio tanti i nomi che mi vengono in mente. Tutto ciò è una barbarie che si ripete nel tempo», aggiunge Roberti, che poi conclude: «L’etica mafiosa non esiste affatto. È solo una diceria quella che la mafia non uccide i bambini. I fatti degli ultimi vent’anni dimostrano proprio il contrario».
È lunga la scia di sangue delle vittime innocenti dalla Camorra. Nel napoletano a novembre 2000 Valentina Terracciano, dieci anni, cadeva sotto i colpi dei sicari. I killer volevano uccidere lo zio e il padre. Lei morì in ospedale dopo un giorno di agonia. E c’è fra gli altri, anche Nunzio Pandolfi, due anni, assassinato con il padre, e Fabio De Pandi, undici anni, stroncato mentre stava tornando a casa con la sorellina e i genitori. Il ragazzo finisce in mezzo ad un regolamento di conti fra due clan e un proiettile lo centra. E c’è anche Simonetta Lamberti, sette anni, uccisa mentre si trovava in auto con il padre, il magistrato Alfonso Lamberti, bersaglio mancato del commando.

In Sicilia non si può dimenticare la lunga tortura e prigionia durata 779 giorni a cui è stato sottoposto il quattordicenne Giuseppe Di Matteo, la cui unica colpa era quella di essere il figlio di un collaboratore di giustizia, uno dei primi che rivelò gli autori della strage di Capaci. Il piccolo Di Matteo fu sequestrato su ordine del corleonese Giovanni Brusca per ritorsione nei confronti del padre che stava tradendo Cosa nostra. Santino Di Matteo con grande dolore non si piegò al ricatto della mafia. Dopo quasi due anni di prigionia, trascorsa con una catena ai piedi dentro fosse scavate nel terreno, Brusca non si impietosì per quel ragazzino ridotto come una larva. Ordinò di eliminarlo, letteralmente. Venne strangolato e il corpo sciolto nell’acido.

Eppure Cosa nostra ci tiene a difendere la sua leggenda d’onore. Nel pieno dello storico maxiprocesso a Palermo il dodicenne Claudio Domino fu ammazzato con un colpo alla testa. Per la prima volta nella storia, i boss detenuti lessero un comunicato in aula prendendo ufficialmente le distanze dal delitto. Poi pochi anni dopo non hanno esitato nell’infliggere una fine atroce a Giuseppe Di Matteo.

Non sono storie del passato. Un mese fa in provincia di Cosenza un bambino di tre anni, Nicolino “Cocò” Campolomgo è stato ammazzato con un colpo di pistola alla testa, come un’esecuzione mafiosa di quelle riservate ai boss: il suo corpo è stato bruciato dentro un’automobile, insieme a quello del nonno e di un’amica dell’uomo. Una storia di ’ndrangheta sulla quale è intervenuta, proprio su “l’Espresso”, una donna calabrese, che porta un cognome forte fra i clan, da cui però ha preso le distanze. Lei è Imma Mancuso, sorella dei boss dell’omonimo e potente clan:«Mi chiedo con quale coraggio si può arrivare ad ammazzare un bambino. Questa mafia è uno schifo. Purtroppo nessuno parla. Tutti stanno in silenzio anche davanti ad una tragedia come quella di Cocò. La gente si sarebbe dovuta rivoltare, ma purtroppo non è accaduto e nulla si farà. La maggioranza dei calabresi non cambia, continua a credere in questi assassini e la mafia fa più schifo di quella di prima, quella che ho conosciuta da bambina».

A scuotere le coscienze, lasciando un segno, è stato l’omicidio di Domenico “Dodò” Gabriele, un bambino di undici anni morto dopo tre mesi di coma a causa delle ferite riportate durante una sparatoria in un campo di calcetto a Crotone nel giugno del 2009. Un’altra vittima innocente. I genitori di Dodò, dopo quattro anni dalla morte hanno trasformato la loro sofferenza in impegno, aderendo al movimento delle famiglie delle vittime della mafia.

E sconvolge una recente intercettazione fatta a Rosarno, in Calabria, a casa dei boss Bellocco. Gli uomini stanno pianificando una vendetta contro un clan avversario e il boss decide che devono essere uccisi tutti i nemici fino ai 18 anni. Ma interviene la moglie del boss, e con voce ferma e prepotente, dice: «Dovete uccidere anche tutte le donne e i bambini, perché questa famiglia non si deve più riprodurre».

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