Scorie nucleari in Italia, parte il conto alla rovescia (da la Repubblica – 21.03.2014)

Nasce l’Osservatorio per la chiusura del ciclo nucleare. Ci sono 55 mila metri cubi di rifiuti radioattivi in giro per la penisola. A livello globale il business del decommissioning vale 165 miliardi di euro

di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA – Non abbiamo ancora finito di pagare il costo della nostra brevissima stagione nucleare. Per chiudere il ciclo e mettere in sicurezza il paese bisogna liberarsi di circa 55 mila metri cubi di rifiuti radioattivi: un lascito pesante e di difficile gestione. Per provare a risolvere il problema nasce oggi l’Osservatorio per la chiusura del ciclo nucleare, un organismo indipendente promosso dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile in collaborazione con Sogin, la società del ministero Economia e Finanze incaricata del decommissioning.

L’obiettivo dell’operazione è una bonifica che consenta di cancellare le tracce del nucleare dai siti che appaiono in questa mappa: sono vecchie centrali, impianti di produzione del combustibile nucleare, laboratori di ricerca. Lo smantellamento produrrà 54.800 metri cubi di rifiuti radioattivi di cui 10.400 ad alta attività e altri 44.400 a media e bassa attività.

Al conto bisogna poi aggiungere i rifiuti radioattivi provenienti dal ciclo sanitario (attività diagnostiche e terapeutiche di medicina nucleare), da laboratori di ricerca e da alcuni settori industriali. Al momento sono 15 mila metri cubi, con un tasso di crescita di 500 metri cubi all’anno. Per questo è stata prevista una struttura capace di contenere 90 mila metri cubi, quanto basta per una quarantina di anni. Sarà un deposito di superficie temporaneo (ma nel caso del nucleare il tempo minimo sono 300 anni), mentre per le scorie a più lunga vita (centinaia di migliaia di anni) si creerà un deposito europeo.

“E’ arrivato il momento di passare da una situazione precaria e insicura, come quella in cui si trovano i rifiuti radioattivi in Italia, a un quadro di garanzie da costruire assieme a tutti, a cominciare dai cittadini più interessati perché più vicini al deposito”, ricorda Stefano Leoni, presidente dell’Osservatorio. “È una responsabilità collettiva, anche di chi, come me, ha combattuto per la chiusura delle centrali nucleari: dopo due referendum, in Italia dal punto di vista della produzione è una partita chiusa. Ora si tratta di smantellare per garantire la sicurezza non solo per i prossimi anni, ma anche per le generazioni future”.

La situazione particolare dell’Italia, che ha fatto da apripista alla fuoriuscita dal nucleare (la percentuale di produzione tende ad abbassarsi a livello globale), offre inoltre al nostro paese l’opportunità di rafforzare le competenze necessarie ad aggiudicarsi una quota significativa del business del decommissioning, un settore che da oggi al 2050 svilupperà un fatturato su scala globale pari a 165 miliardi di euro, che salgono a oltre 600 se si calcola la bonifica del territorio occupato dagli impianti.

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