Il limite della società civile salernitana (da la Città – 21.03.2014)

ciurmaglia

di Marcello Ravveduto

Se dovessi coniare uno slogan pubblicitario, che sintetizzi l’inusuale attivismo della società civile salernitana, scriverei: C’è fermento! Un bollore che intreccia interessi territoriali e riflessioni tematiche: da Fratte a Pastena, dalle frazioni collinari al centro cittadino è tutto un fiorire di comitati, coordinamenti e forum che si occupano di ambiente, urbanistica, cultura, trasporti, partecipazione, animalismo e chi più ne ha più ne metta. La spinta dal basso sta costringendo anche le sezioni locali di importanti associazioni nazionali a svegliarsi dal letargo “ministeriale” in cui erano piombate. Nel fermento si intravede, dopo vent’anni di silenzio, la necessità di non delegare unicamente all’amministrazione comunale scelte che riguardano tutti i cittadini. Le modalità di approccio sono varie: la battaglia giudiziaria, le assemblee rionali, i cortei di contestazione, i documenti programmatici, le fiaccolate simboliche, le raccolte di firme, i banchetti d’informazione. Ognuno reclama il suo spazio e, con motivato orgoglio ma senza piaggeria, va detto che questo giornale si è offerto come tribuna pubblica delle voci spontanee emergenti. Qualcuno si è infastidito ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: si stanno aggregando nuove e diverse opinioni sugli effetti di lunga durata dell’attuale modello di sviluppo urbano. Siamo di fronte ad una nuova fase?
Tutto dipende dalla capacità di immaginare un’alternativa civica. Le azioni della società civile, al momento, si presentano come singoli focolai scollegati tra loro. I protagonisti di questa stagione dovrebbero trovare il modo di dialogare e coordinare gli sforzi altrimenti, ben presto, cederanno il passo alla forza di attrazione del potere amministrativo. La frammentazione e la conseguente perdita di senso generale del progetto di città rischia di diventare un pilastro di sostegno al mantenimento dello status quo. L’assenza di una leadership civica autorevole, nella quale si riconoscano le variegate domande di rappresentanza tematico/territoriale, è il limite ostacolante dietro il quale si cela la debolezza strutturale della società civile salernitana. Un limite che scaturisce dal protagonismo egoistico di gruppi e collettivi e dalla pratica dell’opportunismo politico. La confluenza dei due aspetti ha consentito alla classe politica cittadina di attuare con facilità la strategia del “divide et impera”. In altre parole: se si fa casino per alzare il prezzo di vendita non si va da nessuna parte. Al contrario, se le nuove leve della società civile (e dunque un’altra generazione pronta a difendere la propria autonomia di pensiero) si mobilitano per conquistare consenso elettorale (raccogliendo i contributi di vecchi oppositori e sostenitori pentiti) attorno ad una proposta di alternativa civica, socialmente plausibile ed economicamente sostenibile, allora può darsi che Salerno diventerà la tanto agognata città europea.

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