Don Diana e la camorra: «È solo gente ignorante» (dal Corriere della Sera – 19.03.2014)

NELL’ANNIVERSARIO DELLA MORTE

Il ricordo dell’intervista un anno prima dell’omicidio: «Il clan non riuscirà mai a tenere in scacco il paese»

CASERTA – Una raccomandazione: «Sono giovane e vivo tra i giovani, non ti formalizzare troppo». Cominciò così il nostro incontro e la fase preparatoria di quell’intervista. Ricordo che opposi solo che a telecamera accesa non gli avrei dato del tu e che forse il luogo dove mi aveva condotto, il cortile della parrocchia di San Nicola di Bari, era troppo chiassoso per tutto il vociare di scolari che giocavano a rincorrersi. Avevano grembiuli bianchi. In un angolo – la mia memoria fotografica mi è ancora d’aiuto – c’erano delle bimbe che giocavano con la corda. E giusto al centro dello spazio piccoli che rincorrevano un Super Santos.

IL SIMBOLO – «Di che parliamo?»mi fece ancora a microfono spento. «Di tutte le iniziative belle che fai per i ragazzi di Casal di Principe» risposi. Ero lì per quello. Erano i primi giorni di primavera del 1993, fine marzo. Quel periodo in cui al sole si sta bene ma dopotutto fa ancora freschetto. Don Peppe Diana era già da qualche anno il simbolo della voglia del riscatto di quei luoghi. Della volontà della stragrande maggioranza dei suoi concittadini di affrancarsi dal peso del marchio d’infamia di «terra di camorra». Animava i gruppi scout dell’Agesci. La sua parrocchia era un via vai di giovani che lo adoravano, c’era un motivo per incontrarsi ogni giorno e ad ogni ora. Era già definito «prete-coraggio» per le sue posizioni nette e scomode verso i clan. Dalla redazione della tv di Caserta lo contattammo per fissare un appuntamento, era un «personaggio» da indagare. «Ma io non faccio interviste, sono solo un prete» disse. «Solo un prete». E io nemmeno sapevo come fosse fatto fisicamente. Quel giorno don Peppe mi accolse in sagrestia. Attraversai quello stesso corridoio in cui mi catapultai la mattina del 19 marzo di un anno dopo, tra i singhiozzi della gente, quando davanti ai miei piedi vidi macchie di sangue sul pavimento intorno ad un corpo senza vita ricoperto da un lenzuolo bianco e uomini della scientifica compiere i rilievi. Usiamo dire «di rito». Ma in tutto quello che era davanti ai miei occhi non c’era nulla di rituale: avevano appena ammazzato un prete, lo avevano fatto in chiesa, era accaduto pochi istanti prima che si accingesse a celebrare messa. E io, quel prete, l’avevo conosciuto.

L’EMOZIONE – L’emozione divenne enorme. Raccoglievo a fatica notizie sul mio taccuino, la telecamera girava quel poco di immagini di interni che poté raccogliere (polizia e carabinieri allontanavano cameramen e fotoreporter mentre concludevano il loro lavoro), e la mente correva al nostro incontro. Alle parole forti pronunciate da don Peppe al microfono («I camorristi sono degli ignoranti, non è gente che può tenere in scacco questo paese»), a quelle chiacchiere scambiate a margine dell’intervista («Vieni da Marcianise? Un altro posto difficile, ma conosco un sacco di gente in gamba»), al sorriso dipinto sul suo volto all’atto del saluto finale: «Torna a trovarmi». Gli risposi di sì ma non l’ho mai fatto. Ho pensato spesso negli anni a quel suo invito caduto nel vuoto, talvolta con senso di rimorso.
Il giorno che uccisero don Peppe Diana le redazioni di mezzo mondo cercavano le sue immagini in vita. Non ce n’erano poi tante in giro, quelle oggi note a tutti sono state individuate e diffuse nelle settimane che seguirono quel delitto così rumoroso. Nel nostro tg delle 14.30 del 19 marzo 1994 mandammo in onda quelle di repertorio dell’intervista di un anno prima. Tempo un’ora e chiamò la Rai per chiedercele. Poi Mediaset. Decidemmo di cederle, ci sembrava giusto. I tg nazionali della prima serata, quelli della notte e del giorno successivo trasmisero le immagini di don Peppe che parlava al mio microfono.

LA FOTO – La mattina dell’intervista qualcuno dei ragazzi nel cortile dell’oratorio scattò una foto, il ricordo «plastico» che mi è rimasto di quel giorno e di quell’incontro. Nemmeno lo sapevo. Fu scannerizzata e messa in digitale. Un quotidiano on line ne venne in possesso – non ho mai capito come – e la pubblicò nel 2009 in un resoconto di intrecci tra mafia e camorra, rievocando la figura del sacerdote ucciso assieme alle altre vittime della criminalità organizzata. Un collega mi segnalò la cosa, andai a guardare subito.
In quello scatto eravamo noi due insieme, in quel cortile pieno di voci e di colori, e l’impressione che ne trassi era che ero cambiato solo io da quel giorno. A rivederla oggi mi fa ancora lo stesso effetto. Don Peppe è rimasto lo stesso, il suo impegno ed il suo sacrificio sono ancora attuali come le parole di condanna contro la camorra. Scolpite nella memoria di questa terra.

Piero Rossano

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