Meno spettacolo e più politica (di Angelo Giubileo)

di Angelo Giubileo

Ho un’età appena sufficiente per ricordarmi del titolo, quanto meno, di una trasmissione della RAI, “Odeon. Tutto quanto fa spettacolo”, in onda, scopro, per circa un anno, a parte la pausa estiva, dall’8 dicembre 1976 al 4 aprile 1978. Scopro anche che il motto dichiarato del programma era “fare informazione sullo spettacolo facendo spettacolo”. A partire chiaramente dalla prima puntata, nel corso della quale venne presentato un servizio, corredato da immagini esplicite di nudi femminili, dal locale di streaptease, credo allora il più famoso in Europa: il Crazy Horse di Parigi.

Fu così che le luci della ribalta o, fuori dalla retorica, la logica dello spettacolo conquistò il proscenio della vita reale, ancora avvezza ai diversi costumi di un’epoca che, purtuttavia, uscita definitivamente dalla crisi economica del secondo dopoguerra, non voleva più essere risucchiata nel buco nero di una nuova crisi. Nuova, soprattutto perché di tipo finanziario. Infatti, molti ricorderanno anche le crisi petrolifere, a cavallo degli anni 1973-1979, che interruppero per l’appunto il lungo sviluppo economico dal dopoguerra.

E tuttavia, nel tempo che è trascorso, è accaduto anche che, rapidamente, in una sorta di rovesciamento del rapporto tra il mezzo (spettacolo) e lo scopo (fare informazione), lo spettacolo – con le sue proprie leggi – ha dapprima invaso tutti i campi dell’informazione – cultura, sport, politica, etc. – e poi, addirittura, è di fatto assurto
a scopo stesso della nostra vita reale, ridotta per l’appunto a quotidiano spettacolo. Né più, né meno di quel che accade con il Grande Fratello. Testimoniato dal successo da oscar di film come La grande bellezza.

Ma è sempre bene considerare che in futuro lo spettacolo potrebbe anche non più bastare alla nostra vita reale. Che altre esigenze, altri bisogni, che forse alcuni hanno pensato fossero definitivamente risolti, possano di nuovo riemergere. Nei giorni scorsi, guardando alle nostre vicende politiche, mi sono imbattuto, nel mare magnum della
rete, sul seguente giudizio, dato da un giornalista nei confronti dell’attuale ministro incaricato delle Infrastrutture: “Mangiando pane e grandi opere da una vita, non si può davvero dire che sulla poltrona sia stato messo un incompetente”. E invece, credo che questo giudizio possa valere per gran parte dei nostri attuali politici; se è vero, com’è vero, che tutti, allo stesso modo, sembra che mangiano pane da una vita e tutti, in modo invece diverso, sembra che mangiano grandi opere o meglio sarebbe dire: magnificano le proprie “grandi” opere. Matteo Renzi in testa.

Potrebbe sembrarvi molto strano, ma tutto questo in effetti è già accaduto. Ad esempio, la storia racconta che fu Luigi XIV, il Re Sole, a trasformare la monarchia francese in monarchia assoluta. Al fine di fronteggiare gli avversari, egli pensò di allestire “una nobiltà di corte, totalmente fine a se stessa, parassita dell’ambiente regio e schiava dell’”etichetta“. Stabilì anche dei gradi di ascesa all’etichetta, da ospitare nella nuova reggia, di cui decise la
costruzione, di Versailles. Gli storici dicono che ha avuto così inizio la forma della politica francese che è poi passata alla storia con il termine di “grandeur”. Ma, da sempre, la grandeur ha alti costi e questi, alla fine, “portarono lo stato alla bancarotta, e all’applicazione di pesanti imposte sul mondo contadino e sulla provincia”.

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