Ma i giovani non fuggono (da la Repubblica – 13.03.2014)

di ILVO DIAMANTI

Ma i giovani non fuggono
La “fuga ” dei giovani. Preoccupa gli italiani. Le famiglie, le imprese. I giovani stessi, ovviamente. Se ne vanno ma non rientrano. Giovani in fuga. Ne ho scritto qualche mese fa e ho ricevuto molte reazioni. Soprattutto di giovani, che se la prendevano con gli adulti. I loro padri, i loro “vecchi”. Che hanno occupato i posti che contano, nel mercato del lavoro – soprattutto “intellettuale”. E non intendono muoversi. Hanno, semmai, la tentazione  –  secondo la tradizione nazionale  –  di farsi affiancare dai figli. Di cedere loro il proprio posto, quando sarà il momento. Cioè, il più tardi possibile. Questi italiani, familisti e sempre più vecchi… ai giovani non resta che la disoccupazione, l’occupazione precaria. O la fuga. Questi italiani. Ma solo loro? Solo noi? A Parigi, dove insegno in questo periodo, colleghi e conoscenti fanno discorsi molto simili. Ne riconosco gli echi. E su Le Monde di qualche giorno fa, in prima, il titolo di apertura, gridava, in senso letterale: “Partenza dei giovani all’estero. Le imprese si allarmano”. A tutta pagina. Il titolo rimbalzava, forte, sull’inserto economico. Con una precisazione:  “Le imprese si preoccupano della fuga dei diplomati”.

D’altronde, il numero dei giovani che vedono il loro futuro all’estero è raddoppiato, negli ultimi anni, secondo uno studio dell’IFOP. E il problema appare più grave in quanto essi  –  i giovani  –  sembrano sempre meno spinti a rientrare. Insomma, i timori italiani aleggiano anche oltralpe. Sotto i cieli di Parigi. Dove il familismo e l’ancoraggio domestico dei giovani sono sicuramente meno forti che in Italia. Ricordo anni fa, al tempo delle proteste studentesche contro la legge sui “contratti di primo impiego”. Contestati perché ritenuti un istituto che produceva ulteriore precarietà. Erano destinati, però, ai giovani già presenti sul mercato del lavoro, non agli studenti. Un tentativo di dare risposta alla precarietà degli strati sociali più periferici. Di lanciare un segnale  –  per quanto debole  –  alle banlieue in rivolta. E allora perché la protesta nelle università parigine, visto che il progetto del governo le riguardava solo marginalmente? I miei studenti mi spiegarono, con un sorriso, che loro erano francesi, non italiani (come me, sottinteso). E a 25 anni, finiti gli studi, non sarebbero rientrati a casa, con i genitori. Come i loro coetanei italiani (sottinteso). Ma avrebbero vissuto da soli. Per questo “protestavano”. Per il proprio futuro che cominciava all’indomani.

Oggi, però, anche i loro coetanei italiani se ne vanno. Magari tengono la residenza in famiglia. Ma se ne vanno. E se ne vanno soprattutto loro. I giovani “diplomati” (e, ovviamente, i laureati). I giovani francesi. Se ne vanno e non hanno fretta di tornare. Però, prosegue la ricerca della Camera di Commercio di Parigi, citata da “Le Monde”, è giusto preoccuparsi, ma non si tratta di un problema francese. Solamente francese. Anzi, la “fuga di cervelli” (usa proprio questa formula, il giornale) risulta ben più ampia e importante altrove. In Italia, ovviamente. Ma anche in Germania e in Gran Bretagna. Destinazioni preferite, fra l’altro dai giovani italiani e francesi.

Ma, allora, se oltre ai giovani italiani, francesi, anche quelli inglesi e tedeschi partono di casa, pardon, dal loro Paese. Soprattutto se diplomati e laureati. E vanno altrove. Negli USA, in Sud America, in Australia. Ma anche in Germania, in Inghilterra. Perfino in Francia e in Italia. Insomma vanno “altrove”. Per fare esperienze, per migliorare le loro competenze, per imparare meglio le lingue. Per “sfuggire” al controllo della famiglia e della comunità. Per inseguire le loro curiosità e per raggiungere, incontrare, i contatti stabiliti sulla rete. Ovviamente, per cercare quel non trovano nel loro Paese. Lavoro, ma anche riconoscimento, novità e innovazione. Amicizia. D’altronde, l’Erasmus, all’università, li ha socializzati al mondo. Così, non fuggono, “partono” e, a volte, ritornano. Ma poi ripartono. Dipende dalle opportunità, dalle convenienze. Ma anche dalle loro scelte “personali”. Il fatto è che sta finendo, in parte è già finito, il tempo della civiltà stanziale. Quando ci si muoveva solo per necessità o per costrizione. Certo, in altre aree, ovviamente, la “fuga” è e resta una necessità drammatica. Causa di grandi migrazioni. Ma in Europa i giovani non fuggono. Se non, talora, da noi. Gli adulti. I loro genitori.

Al loro posto, lo farei anch’io.

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