«Sgarbi? Non conosce la storia dell’architettura» (da Cronache del Salernitano – 13.03.2014)

di Gianmaria Roberti

E no. Vittorio Sgarbi non doveva prendersela con Camillo Guerra, l’artefice di Palazzo di Città e dello stadio Vestuti, per magnificare il Crescent, con una sorta di pubblicità comparativa postdatata. “Edificio obbrobrioso” è l’epiteto rifilato alla sede del Comune, che ospitava il convegno deluchiano di sabato scorso. Quello in cui Sgarbi era la guest star. Palazzo di Città è tacciata di “inutile gigantismo con una sala così grande – provoca il critico d’arte – che può andar bene solo per i discorsi del sindaco De Luca, ultimo sindaco che commemora il duce”. Giudizio inappellabile? Parole “di scarsa profondità e ignoranza della storia dell’architettura” replica Camillo Alfonso Guerra, nipote dell’architetto-ingegnere che concepì alcune tra le principali opere razionaliste del XX secolo italiano. Per dirne una: nel 1919 a Napoli, sostenuto da intellettuali del calibro di Benedetto Croce, salvò dall’abbattimento il Mausoleo Schilizzi, opera del padre, proponendone la riconversione in monumento ai caduti della prima guerra mondiale. “Un’uscita infelice quella di Sgarbi, che si arrampica sugli specchi per difendere il Crescent” insorge Guerra, erede dello studio di famiglia, fondato a Napoli dal bisnonno Alfonso nella seconda metà del XIX secolo, passato tra le mani di Camillo senior e per quelle del figlio Guido, celebre docente di Ingegneria. “Palazzo di Città – dice il nipote del progettista – ha 80 anni, ed è un’opera conosciutissima, molto apprezzata da tanti studiosi”.

A occhio, direi che non ha preso bene le dichiarazioni di Sgarbi.

Vede, mio nonno è stato uno dei maggiori esponenti del razionalismo. Ha fatto molte cose buone, e non lo dico io che sarei di parte, ma lo riconoscono anche studiosi di diverso orientamento. Anche quelli di sinistra.

Già che ci siamo, l’amministrazione comunale di Salerno ha in mente di abbattere anche parte dello stadio Vestuti, altra opera di suon nonno.

Quella è un’altra idea oscena. Non si può pensare di cancellare un’opera come quella, una testimonianza storica, magari salvandone solo la facciata.

Forse lei il Vestuti non lo avrebbe mai neanche mandato in pensione.

Ma sì. Mi dica lei che senso ha creare altri volumi e togliere spazi verdi alla città.

Del Crescent invece cosa ne pensa?

Sostengo al 101% la posizione di Italia Nostra, contraria da subito. Il Crescent è un’oscenita. Ma poi davvero non capisco il bisogno di svalutare opere di riconosciuto pregio per promuoverne altre. Una strumentalizzazione inaccettabile.

Cosa ha il Crescent che non le va?

Che sia un abuso edilizio non lo ipotizzo certo soltanto io, mi pare. E mi sembra anche che ci sia un problema di ostruzione degli alvei naturali. Basta dire questo.

Sgarbi demolisce Palazzo di Città, e loda il progetto del duo Bofill-De Luca, affermando che rappresenta un abbraccio verso il mare, più coerente col “genius loci” salernitano della casa comunale.

Ma figuriamoci. Il Crescent è soltanto un muro sul waterfront. Una cosa assolutamente pazzesca.

Insomma, giù le mani da Palazzo di Città?

Ma certo. Palazzo di Città è connaturato al centro storico di Salerno, ormai fa parte del paesaggio. Il Crescenti invece, me lo lasci dire, è un pugno nell’occhio.

Conosce già l’obiezione. A molti viene facile parlar male delle opere del Ventennio, con un giudizio che si giova della benevolenza ideologica, e magari trascende l’estetica o la funzionalità delle opere.

Ma no, ormai queste sono cose superate, mi creda.

Lei non crede più alla damnatio memoriae gravante sugli edifici del Fascismo?

Guardi, su mio nonno, come su diversi altri architetti di quel periodo, ci sono stati numerosi libri e convegni, e non certo di segno negativo. La realtà è che gli architetti di quel periodo sono stati tutti abbondantemente rivalutati.

Cosa ha determinato il superamento di certi pregiudizi?

La riflessione più matura che abbiamo di fronte è che se un’opera è di valore, va comunque rispettata. Perché è frutto del lavoro intellettuale di chi la progetta e del lavoro materiale di tanti uomini.

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