Il segretario si muove sul doppio scenario tra urne e coperture (dal Corriere della Sera – 13.03.2014)

LA NOTA

Le elezioni europee come orizzonte per legittimare la leadership

di Massimo Franco

L’orizzonte del governo di Matteo Renzi è doppio. Il primo sono le elezioni europee di fine maggio, dalle quali il premier vuole ottenere una legittimazione popolare: quella che oggi gli manca e gli pesa. Il secondo è l’orizzonte europeo, che cerca di forzare per dare credibilità finanziaria ad alcune delle misure annunciate ieri da Palazzo Chigi. La cautela impone di non sottoscrivere acriticamente la «svolta buona», come il presidente del Consiglio definisce il suo piano per scuotere l’economia. Ma la sfida è netta, perfino temeraria. Conferma la volontà di giocare il tutto per tutto, scommettendo su un utilizzo di fondi che in parte non hanno ancora una copertura certa; e dunque richiedono il «via libera» delle istituzioni di Bruxelles.

I 1.000 euro all’anno nelle buste paga dei dieci milioni di italiani che guadagnano meno di 1.500 euro al mese, ricavati dalla riduzione dell’Irpef, sono una decisione a effetto: un tentativo di guadagnare consensi a sinistra e da parte dei sindacati. Renzi voleva l’entrata in vigore del provvedimento all’inizio di aprile. Ma «sono stato sconfitto con perdite», ha ammesso in conferenza stampa. Lo spostamento al 1° maggio conferma comunque un potenziale effetto elettorale: si voterà per le Europee poco più di tre settimane dopo. E la volontà di semplificare il mercato del lavoro riceve il plauso anche degli alleati del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. Il problema sarà di ottenere un «via libera» a livello europeo, che è dato per scontato ma non c’è ancora.

E rappresenta un ostacolo per le ambizioni e la velocità renziane. Ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha avallato il «piano-choc» del premier. In parallelo, però, ha anche usato toni prudenti e quasi preoccupati sulla possibilità di tirare troppo la corda della spesa pubblica. «Il 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil è il margine massimo disponibile», ha detto, «per evitare di rientrare nella procedura di deficit eccessivo» a Bruxelles. Padoan ha insistito sui vincoli da rispettare nel processo per «mobilitare risorse». Ma in questa fase la volontà politica di Palazzo Chigi punta soprattutto a rimarcare la «portata storica» di quanto Renzi ha annunciato.

Il capo del governo sembra intenzionato a non recedere da un approccio aggressivo. Il suo bersaglio sono «gufi» e «disfattisti» che dubitano della bontà della sua operazione. Quando assicura che si avrà «un ampio consenso verso una riforma strutturale mai vista in Italia», prevede di potere ottenere dalle altre nazioni, Germania in testa, un «sì» a oggi in forse. E liquida quasi con fastidio lo scetticismo sulle coperture finanziarie dei provvedimenti che vuole prendere. «I dubbi sono legittimi ma le coperture evidenti. A chi ha dubbi», aggiunge, «suggerisco di aspettare il 27 maggio per vedere se i denari ci sono». Sarà una verifica indicativa, anche perché a quel punto le elezioni europee si saranno già svolte. Renzi potrà capire se l’opinione pubblica lo ha premiato o punito.

Dal punto di vista comunicativo, comunque, l’effetto-annuncio c’è. Il consigliere di Silvio Berlusconi, Giovanni Toti, ironizza sulla confusione renziana sui tempi e sulle coperture. Altri esponenti di FI paragonano il premier a un «televenditore», senza rendersi conto di rafforzare la vulgata secondo la quale Renzi è una sorta di Cavaliere più giovane e del Pd. Qualche problema potrebbe venirgli piuttosto dal suo partito, in ebollizione dopo l’approvazione tormentata della riforma elettorale alla Camera. L’ex segretario Bersani e l’ex premier Enrico Letta non nascondono la contrarietà. E al Senato, che Renzi ribadisce di volere di fatto abolire, si prevedono tensioni superiori. Il premier è convinto di spuntarla. Come arma di dissuasione finale può sempre usare le elezioni anticipate.

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