ABORTO, LA LEGGE NEGATA (da la Repubblica – 12.03.2014)

di PAOLA CIPRIANI, SILVIA GARRONI, LAURA PERTICI e VALERIA TEODONIO

Tra le donne in fila nel sotterraneo dell’ospedale

di LAURA PERTICI

ROMA – All’ospedale San Camillo, a Roma, si comincia ad aspettare all’alba. All’aria aperta. In primavera come in inverno. Sulle scalette esterne che portano giù, in basso, al livello scantinato. Lì, scendendo una lunga rampa di gradini, si trova il Day Hospital-DSurgery della legge 194. Cioè il reparto aborto. Su quelle scale – in attesa che alle 8 apra la porta a vetri, impacchettata da avvisi ed elenchi di documenti senza i quali è inutile agganciarsi alla fila – ci sono madri con figlie adolescenti. Donne straniere. Donne italiane. Donne ben vestite. Donne con abiti consumati. Donne con i sacchetti di plastica. Donne con le borse firmate. Donne con la cartellina delle analisi. Ragazze diventate donne solo quella mattina. Donne accompagnate da qualche uomo, ogni tanto. Tutti in allerta, tutti pronti a correre verso un numero, distribuito allo sportello. E rientrare così nella lista dei (limitati) casi di giornata. Una ventina.

San Camillo, un lavoro sporco che nessuno vuole fare

“Noi facciamo il lavoro sporco”, dice la dottoressa Giovanna Scassellati. Dal 2000 dirige il reparto, centro di riferimento di tutta la Regione Lazio e uno dei maggiori in Italia. I non obiettori “strutturati”, compresa lei, sono in tre. Altri quattro sono gli ambulatoriali, medici giornalieri di supporto alla struttura. Solo sette ginecologi su 21 in forza all’ospedale, più il primario. Tremila interruzioni di gravidanza nell’ultimo anno. Di cui 461 casi trattati farmacologicamente con la RU486, la pillola abortiva arrivata in Italia nell’aprile del 2010. “La 194 – afferma Scassellati – è a rischio da anni, svuotata dall’obiezione di coscienza. Lavoriamo molto più degli altri e facciamo quello che nessuno vuole fare. Che nessuno si prepara a fare. Perché non ci sono studenti delle scuole di specializzazione che vengono a formarsi da noi, nessuna università li manda nella nostra sala operatoria”. Per imparare a muoversi dietro quei tavoli chirurgici su cui ogni donna si stende dopo aver cercato altri pensieri, ferma nella stanzetta, un armadio a doppia anta, due letti in ferro e le coperte spesse di lana. Dopo aver provato a guardare fuori dallo scantinato, oltre l’opaco delle finestre chiuse. Aver sentito i lamenti e i pianti di chi era prima nella lista e poi ha provato a riprendersi in corsia. “Il lavoro pesante – prosegue Scassellati – è sulle interruzioni di gravidanza dopo il novantesimo giorno. Non quelle entro le dodici settimane”. Sull’aborto terapeutico. “Quando una donna, che ha deciso di diventare mamma a 37 o 38 anni, ha una risposta negativa dall’amniocentesi. A quel punto viene lasciata sola. Va fuori di testa. Cerca, girando disperatamente, un posto dove le diano ascolto. E noi magari non possiamo farlo perché siamo troppo pochi”.

La bocciatura dell’Europa

Il Consiglio d’Europa sull’aborto boccia l’Italia perché “dato il crescente numero di obiettori di coscienza, vìola i diritti delle donne”? Informa il ministero della Salute che gli aborti in Italia sono in continuo calo e che i numeri ci collocano tra le posizioni più basse dei paesi industrializzati. Nel 2012 le Ivg sono state 105.968, il 4,9 per cento in meno rispetto al 2011, e il 54,9 per cento in meno rispetto al 1982. Diminuisce la quota delle ragazze che decidono di fermare la gravidanza, rimane alta (sebbene in discesa) quelle delle donne straniere, ancora una su tre. E – eccoci – crescono sì gli obiettori (più 17 per cento in 30 anni), con una media nazionale del 70 per cento che al centro-sud diventa dell’80. Ma la cifra è congrua – per il ministero – rispetto al numero complessivo degli aborti. Si impone solo una razionalizzazione, una nuova distribuzione del personale all’interno delle strutture sanitarie di ogni regione, per riempire i vuoti, e garantire l’accesso al servizio là dove di fatto è inesistente.



Un problema strutturale

Eppure. A parere della Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga) quella cifra di obiettori nei fatti va ritoccata verso l’alto, arriva per esempio al 90 per cento nel Lazio. E per la dottoressa Scassellati andrebbe regolamentata la stessa obiezione con un tavolo nazionale, “altrimenti solo pochi si trovano a fare un lavoro che taglia le gambe. Non sarà un caso che nessun primario non è obiettore, no?”.
“No”, risponde Silvio Viale. Lui è il radicale (oggi consigliere comunale eletto con il Pd), il ginecologo del Sant’Anna di Torino che per primo parlò nel nostro Paese di RU486. Ha iniziato la sperimentazione della pillola abortiva nel 2005, adesso il 30 per cento di Ivg è farmacologica, nel suo ospedale, un altro polo di primissimo piano. Lì a praticare l’aborto sono in 23 su un totale di 83 ginecologi. Gli interventi lo scorso anno sono stati 3490. “Non bisogna individuare un nemico obiettore ed attaccarlo – assicura Viale – la sinistra fa questo errore da trent’anni. Il problema della 194 è strutturale. Perché permette l’aborto solo nelle realtà pubbliche, quindi unicamente per mano di 4910 medici ginecologi. Che però non organizza. Bisogna invece scegliere un numero di ospedali, dire che in quelle strutture e non ovunque si pratica l’aborto, incentivare chi è disponibile a farlo. Poiché la stragrande maggioranza degli obiettori non è contraria alla 194 ma al peso professionale e sociale che comporta, vista la carica di difficoltà emotiva e di disagio che porta con sé”.
E anche per Alessandra Kustermann, che dirige il Pronto Soccorso Ostetrico e Ginecologico della clinica Mangiagalli di Milano, c’è solo una via d’uscita. Non contingentare il numero degli obiettori di coscienza. “E’ incostituzionale, mi creda”. Ma garantire una organizzazione regionale che preveda il servizio nell’arco di 20 chilometri, con programmi di mobilità per i medici.

Viale: “Chi pratica l’aborto va incentivato”

Il medico obiettore: “La mia scelta per difendere le donne”

Milano, la soluzione non può che essere organizzativa

Tornare al Medio Evo

Dunque come fa chi, nella difficoltà, continua? Perché Scassellati non si ferma? “Ho 61 anni, sono tra quante, della mia generazione, ha voluto la legge 194 cosciente di cosa succedeva prima. Lei lo sa che vuol dire tornare indietro? Vuol dire tornare al Medio Evo, vuol dire che le donne rischiano la vita. L’aborto è un diritto, è un fatto di salute pubblica. E come donna ho scelto di dare la mia disponibilità. Di stare dalla parte delle donne”.

Costrette ad abortire assieme alle mamme che partoriscono

Vent’anni di boicottaggio 

di MARIA NOVELLA DE LUCA

Al centro oggi come ieri c’è una battaglia sul corpo delle donne. In Italia, ma anche in Europa, nel vento di retroguardia che vuole ridimensionare la libertà femminile, l’autodeterminazione femminile, quell’autonomia di scelta, a volte anche così dolorosa, che sembra fare più paura di ogni diritto acquisito. C’è questo e molto altro dietro la nuova campagna contro la nostra legge sull’aborto, di fatto ancora una legge dello Stato, ma in realtà erosa da oltre vent’anni di boicottaggi, obiezioni e malasanità. Con il paradosso che quella che oggi si vuole demolire è stata invece una buona legge, straordinaria per certi versi, che ha portato a una decrescita di oltre il cinquanta per cento il numero degli aborti, e ci ha classificato agli ultimi posti in Europa nella statistica delle interruzioni volontarie di gravidanza. Perché le donne italiane (e anche molte immigrate) hanno imparato a non abortire, sanno quando e come pianificare una maternità, anzi il grande rimpianto delle ragazze di oggi assediate da incertezze e precariato è proprio quello di non poter affrontare una maternità. Ma l’aborto c’è, esiste, può accadere. E c’è anche il dramma dell’aborto terapeutico, quella scelta dolorosissima che una madre e un padre a volte fanno di fronte alla diagnosi di figli affetti da malattie senza speranza. Decisioni verso le quali l’unica risposta dovrebbe essere il rispetto, e un accompagnamento sanitario dignitoso ed efficace. Una compassione laica, che non vuol dire astensione dal pubblico servizio come invece fanno migliaia di obiettori di coscienza, ma un cammino insieme.

Per circa quindici anni la legge 194 ha garantito tutto questo. Poi negli ospedali è iniziato lo smantellamento. Il numero degli obiettori è aumentato a dismisura, ponendo forti interrogativi sulle reali motivazioni di queste scelte, quanto etiche o religiose, quanto di carriera. Di riflesso il lavoro dei medici che applicano la legge 194 è diventato sempre più duro: costretti a fare soltanto aborti, penalizzati nella professione, isolati. Tanti quelli che non ce l’hanno fatta e hanno obiettato, come unica via d’uscita. I direttori sanitari però, invece di riorganizzare i servizi, di contingentare o sostituire gli obiettori, hanno girato la testa dall’altra parte, violando una legge dello Stato. Oggi restano storie tremende di giovani abbandonate a se stesse, di aborti terapeutici effettuati in condizioni sub umane. E così è tornato a fiorire l’orrendo business delle interruzioni clandestine, non più cucchiai d’oro ma pillole abortive. Lo scenario ci riporta agli anni Settanta, quando ancora le legge non c’era: solitudine, soldi e donne che muoiono. Accade, ma non se ne parla.

Le reazioni al nostro articolo

“Dal Palazzo nemmeno una parola”

La vicenda di Valentina, abbandonata ad abortire nel bagno dell’ ospedale Pertini di Roma, ha commosso e indignato i lettori. Più di 250 commenti (di cui qui sotto riportiamo una selezione), oltre 38mila condivisioni sui social network. Un rincorrersi di sdegno e incredulità che non si interrompe dal momento della pubblicazione. Mentre da parte della politica, proprio nei giorni in cui si discute di parità di genere, nemmeno una parola. Un vuoto segnalato dagli utenti che denunciano la stridente contraddizione tra il “mondo reale” e le “discussioni da palazzo”: “Non credo che il rispetto per le donne si dimostri con le quote rosa, ma piuttosto con atteggiamenti e prassi, con un’attenzione alla realtà e a casi come questo”, afferma Luisa. La maggior parte scrive per lasciare un segno d’affetto e “tendere la mano a Valentina”, come dice Delia. In molti si scagliano contro i medici che si oppongono all’interruzione di gravidanza, ma non mancano voci critiche e chi si interroga sulle cause di quello che è avvenuto, secondo Silvia “l’obiezione di coscienza non c’entra nulla, è un caso di malasanità”.

Paola Veneto
Valentina è mia sorella stasera. Come lo sono tutte le donne che hanno provato il dolore immenso di perdere quella parte di te che ti rende intera. Chi si aggrappa a moralismi bigotti e d’accatto è davvero fortunato, perché, oltre a gingillarsi in una impermeabilizzante ignoranza che attutisce gli orrori quotidiani, è sicuramente stato risparmiato da un certo tipo di sofferenze, così viscerali da asciugare dentro e bruciare molte meraviglie. Qui non si tratta di essere “credenti” o no. E, vi prego, incominciate a dare all’aggettivo “credente” un respiro un po’ più ampio di quello strettamente religioso. Io credo nell’uomo e nella donna, credo nell’amore e nel rispetto. Rispetto, letteralmen­te, significa “guardare due volte”… bene, chi condanna, che guardi almeno due volte le foto di questa ragazza e le auguri solo di stare meglio.

Pietro Alessandria
È tutto uno schifo! Ho visto nel tg delle 20,00 la dichiarazione di Valentina. È una vergogna questa ipocrisia dei medici obiettori di coscienza, facciano i medici e basta. Se ci fosse uno stato forte e laico in tutti gli ospedali ci dovrebbe essere una percentuale del 50% di medici che praticano medicina, aborto compreso. È un caso simbolo di “fatta la legge, trovato l’inganno”. La Legge permette l’aborto? E il medico bigotto (o furbo) si dichiara obiettore antiabortiasta e la legge glielo permette.

Bianca Marmo
Cara Valentina, ha deciso di abbortire un bambino al 5 mese, ha deciso che volevi essere madre solo se il bimbo fosse perfetto, ed ora ti stai lamentando , che medici ed infermieri non ti tenevano la mano mentre uccidevi un bambino, credo che tu abbia un po’ di confusione su cosa vuol dire essere madri, e dare la luce ad un bambino. Essere madri non ha colore politico o religioso , è qualcosa che si vede dai gesti, e tu hai inizato con lamentarti, delle tue decisioni. Un medico ed un infermiere sono persone con cuore, e non mezzi meccanici

Luisa Manigas
Questa vicenda è sconvolgente, è incredibile. Non capisco come si possa parlare tanto di quote rosa in parlamento o al governo, quando poi si permette che nella vita quotidiana, nel mondo reale, accadano cose simili. Non credo che il rispetto per le donne si dimostri con le quote rosa, ma piuttosto con altri atteggiamenti e prassi, ad esempio con un’attenzione maggiore alla realtà e a casi come questo, che non è ammissibile che possa accadere in un paese europeo, nel 2014.

Chiara Rossi
Anche io, affetta da malattia rara, ho avuto un’esperienza simile, ma un po’ più fortunata, a quella Valentina…. ginecol­ogo obiettore, smarrimento per non sapere a chi rivolgermi per poter abortire nella mia città (no paese….)!! ….. Ringrazio ancora i medici della Mangiagalli di Milano per la loro professionalità!!! E­’ da due anni che cerco di fare un figlio all’estero……. in Italia c’è un contro senso ridicolo: permettert­i di abortire (quando trovi medici non obiettori) ma vietarti di fare diagnosi pre-impianto….. e vietarti di poter ricorrere, in casi estremi, all’ovodonazione….­. L’Italia dovrebbe essere un po’ meno bigotta e un po’ più cristiana…..!!!! “E’ venuto ormai il tempo di negare le fedi fatte di abitudini e paure…. la dignità fatta di vuoto…. E un Dio che è Morto”!!

rambler64
Lo stato dovrebbe essere laico e garantire i diritti di tutti: quello che è successo è invece la conseguenza di uno stato succube della chiesa, che abbandona i propri cittadini in nome di un principio religioso. Non assiste chi decide di interrompere la gravidanza aggiungendo sofferenza alla sofferenza, ma nemmeno chi decide di proseguirla, perché il bambino che nasce malato diventa un problema sociale di cui dovranno farsi carico i soli genitori, nel totale abbandono delle istituzioni. Vergogna!

fborgatti
Mi piacerebbe sapere quanti di quei medici antiabortisti lavorano per strutture private dove eseguono aborti a pagamento ma se anche così non fosse mi chiedo perché non fare quello per cui hai studiato, cioè aiutare chi sta male? Per me li metterei tutti a casa senza nessun rimpianto!!!! Auguri a Valentina e Fabrizio perché possano coronare il loro sogno.

mondopulito
queste sono le vergogne di questo sciagurato paese, una donna lasciata sola peggio di un cane….. che tristezza! e poi la solita storia, quanti di questi obiettori operano poi in privato a pagamento? si parla di quote rosa, ma perché allora in una struttura pubblica non si garantiscono anche quote per medici e infermieri non obiettori o dobbiamo morire come 100 anni fa?

Delia Russo 
L’obiezione di coscienza è un diritto. Anche abortire lo è. Si può abortire per mille ragioni. E non è un percorso indolore per una donna. Mai. Il medico è al servizio di chi sta male sia fisicamente che psicologicamente. Oggi dovremmo avere tutti gli strumenti per evitare vicende come questa di Valentina. Ma ogni giorno assistiamo a storie analoghe. Miglioriamo l’informazione, facciamo prevenzione, applichiamo la legge frutto di tante battaglie, facciamone altre, ma nessuno si permetta mai di giudicare una donna, una famiglia, che vive un dramma. I medici si organizzino meglio i turni (un obiettore si un obiettore no un obiettore forse) ed il personale paramedico sia solo di aiuto e supporto. I religiosi non osino interagire con chi non li richiede. L’ospedale del mulino bianco nella solita italia bigotta. Vieni Valentina alzati ti tendiamo la mano e ti chiediamo scusa

Silvia Blu 
Infatti non è un caso di obiezione, solo di malasanità!

Luigi Stabile
Si parla di quote rosa ma il vero movimento femminista dove è finito quanti medici cosiddetti obiettori fanno aborti a pagamento denunciateli una volta per tutte voi abortite e dipende da voi denunciare gli obiettori

Concetta Palmieri 
Non mi permetto di giudicare la scelta di abortire, anche se per principio non la condivido, ma in questo caso c’erano condizioni particolari… tuttavia chi non le ha prestato soccorso ed assistenza ha messo in pericolo la vita della donna e quindi deve pagare civilmente e anche con la propria coscienza.. non possono esserci tutti medici obiettori di coscienza negli ospedali..

Gabriele Mostarda 
…. purtroppo questa è l Italia che si definisce laica e obiettiva… che peccato… Valentina sei stata coraggiosissima

Mara De Paolis 
SE andate di notte a chiedere la pillola del giorno dopo tutti si dichiarano obiettori …. per non avere rogne e lavorare meno. Un medico obiettore dovrebbe dichiararlo al momento dell’assunzione e avere delle ritenute sullo stipendio se lavora meno dei colleghi. A questo punto, ci dovrebbero essere, OBBLIGATORIAMENTE, in ogni reparto, delle assunzioni riservate ai medici non obiettori che garantiscano il servizio e l’assistenza. Oltretutto bisogna che sia fatto rispettare in toto il giuramento di Ippocrate.

Tomaso Moro
leggendo questo articolo mi sono chiesto se questa Italia è un paese civile. quanta ipocrisia. come mai in corsia c’era gente estranea con il vangelo in mano a pontificare il peccato dell’aborto. io sono cattolico e vorrei che si comprendesse il dramma di questa donna proprio con quello spirito cristiano citato nel Vangelo tenuto saldamente in mano. Lo tenevano forse come una spada e si pensavano moderni crociati alla conquista della Terra Santa.

doppiozot
L’obiezione di coscienza è una delle maggiori espressioni di ipocrisia esistenti nella legislazione italiana. Un professionista è tale quando svolge tutto ciò che la professione implica. Gli piaccia o no. Altrimenti è un mero cialtrone. Specialmente se la sua attività si svolge in ambito pubblico. E’ come un soldato che si rifiuti di andare a combattere; come un tabaccaio che si rifiuti di vendere sigarette; un barista che si rifiuti di vendere alcolici; una guardia carceraria che liberi un detenuto per pietà. Potrei continuare all’infinito. Se si decide di fare una professione la si fa e basta. Certo è noto che le strutture sanitarie sono in mano ai preti e che a questi bisogna inchinarsi. Ma la legge è legge, per tutti. Tutti noi potremmo, in qualsiasi attività, trovare un appiglio per non fare una cosa perché non la condividiamo. Provate a mantenere il posto di lavoro se ci riuscite.

attentox

Non mi è possibile commentare senza aggiungere altro dolore a quello già sofferto da questa donna. Ma non posso fare a meno di dire che la selezione degli esseri umani in base ai loro difetti fisici è una pratica incompatibile con la dignità della persona, contraddice la nostra civiltà che si vanta di voler tutelare il più debole, e chi è più indifeso di un bambino con handicap? ci riporta ai peggiori incubi vissuti nel secolo scorso quando nacque l’idea della “vita non degna di essere vissuta” e dalla teoria si passò ai fatti. Di fronte a questo il desiderio di avere un figlio deve trovare un argine invalicabile suggerito dalla nostra coscienza di esseri umani.

alicenelpaesesenzame­raviglie
se questa signora aveva delle complicazioni e moriva, di chi sarebbe stata la responsabilità? E’ una cosa gravissima, le donne devono morire perché qualcuno si accorga che i nostri diritti sono calpestati quotidianamente? Allora lo stato si indigna per il femminicidio ma lo produce? Le signore in parlamento dovrebbero denunciare l’ospedale per violazione dei diritti umani e distruggere la bella carriera degli obiettori di convenienza. Ma diciamola tutta, alle signore in parlamento che cosa importa, dovessero avere problemi si rivolgerebbero a strutture private o a quelle pubbliche interamente disponibili per loro (vedi quando la polverini si è operata alla tiroide in un ospedale pubblico romano, dove aveva a disposizione un intero reparto gratis). Un giorno spero che le spazzeremo via tutte ste cancrene!!!!

loregori
Schifo? vergogna? sinceramente non capisco come si possa autorizzare un’ospedale a schierare interi turni di medici obbiettori. Il marito è stato fin troppo clemente, io avrei immediatamente chiamato i carabinieri e sporto denuncia civile e penale. Schiavi del Vaticano.

utente 000
Sono un operatrice non obiettrice, l aborto terapeutico ha i dolori del parto. I reparti sono solitamente quelli dove si nasce anche, la non assistenza è grave… io ho lavorato in 3 ospedali diversi e gente che gira con il vangelo non l ho mai vista… Praticare l aborto, anche per chi crede nelle donne e nei loro diritti, vi assicuro che non è facile, sono certa che nessuno di quelli che parla qui puo immaginare cosa si provi… sia per le donne che per chi presta assistenza…. non siamo macchine!

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