Il commento| Demarco: «De Luca cita Zora ma il Crescent serve per superare Napoli» (dal Corriere del Mezzogiorno – 10.03.2014)

SUL CORRIERE DELLA SERA

La polemica con la figlia di Calvino e la questione letteraria

A quale Calvino ispirarsi? Questo è il problema. All’Italo Calvino de Le città invisibili ? O a quello de La speculazione edilizia ? Sembra una questione da rivista letteraria. E invece non lo è affatto. La polemica, attualissima e accesa dalla figlia dello scrittore, è tutt’altro che libresca. Più che i filologi o i critici letterari, riguarda gli architetti, i sindaci, i costruttori di città, insomma. Al fondo, c’è da decidere se, a proposito di piani regolatori e di progetti urbanistici, essere prudenti e conservatori o spregiudicati e creativi; se lasciare piazze e palazzi come sono, abbracciando l’immobilismo assoluto come una fede; o se invece cedere alle tentazioni del cemento e dunque aprirsi all’innovazione urbana e alla sperimentazione architettonica. Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno del Pd (ex comunista) al quarto mandato non consecutivo, per molti un prodotto tipico del plebeismo carismatico meridionale, per altri un decisionista benemerito, non ha dubbi. Preferisce il Calvino delle Città invisibili . Infatti lo ha citato in occasione di un convegno sul Crescent, mastodontico semicerchio di case e uffici in costruzione tra il mare e la collina, a cui il sindaco sembra voler affidare il suo ricordo imperituro e la sua ormai nota grandeur . E naturalmente, tra le 55 città immaginate da Calvino, quale portare ad esempio se non Zora, quella che, «obbligata a restare immobile e uguale a se stessa per essere meglio ricordata», finì per languire, disfarsi e scomparire? «La terra l’ha dimenticata», scrive Calvino. Salerno non lo sarà, gli fa eco De Luca. Ma il Crescent, progettato nel 2008 dall’archistar Ricardo Bofill e tuttora sotto sequestro per una controversia sulla legittimità della licenza edilizia, è un bestione di nove piani, due sotto terra e sette fuori. È alto trenta metri, lungo trecento e abbraccia una piazza che volutamente De Luca ha voluto di qualche centimetro più ampia della napoletana piazza Plebiscito, in modo che anche su questo fronte Salerno non fosse seconda al capoluogo regionale.Dunque, accostare una struttura del genere al nome del padre deve essere apparso a Giovanna Calvino, insegnante di Letteratura italiana e francese alla New York University, né più né meno che come piazzare un mitra tra le braccia del David di Michelangelo. Una provocazione. E tanto per mettere le cose in chiaro, su Facebook la professoressa ha ricordato che il padre è appunto l’autore de La speculazione edilizia , romanzo pubblicato per la prima volta nel settembre del 1957, nel ventesimo numero della rivista «Botteghe Oscure». «La febbre del cemento si è impadronita della Riviera», vi si legge. E la riviera è quella ligure. La storia racconta di un palazzinaro che si mette in affari con un tal Quinto Anfossi e insieme con lui partecipa alla distruzione dei giardini ombrosi di eucalipti e magnolie, di caprifogli e nasturzi. Ma quel romanzo di Calvino, a differenza di tutti gli altri, non ha mai riscaldato il cuore della sinistra italiana. Quasi mai ricordato nelle polemiche ambientaliste, militanti e intellettuali gli hanno sempre preferito altro. Ad esempio il film Le mani sulla città , di Francesco Rosi e Raffaele La Capria, che vinse il Leone d’oro a Venezia nel 1963, consegnando il sindaco monarchico di Napoli Achille Lauro a una condanna storica senza appello. Sul perché il film abbia sempre avuto la meglio sul romanzo si possono fare varie congetture. La prima è che la pellicola, affossando Lauro e salvando di conseguenza la Dc, aiutò a preparare l’avvento del centrosinistra. La seconda è che il romanzo metteva in oggettivo imbarazzo i comunisti, essendo Quinto Anfossi uno di loro e per giunta reduce dalla Resistenza, mentre il film ne esaltava l’eroismo protoambientalista. Ma il punto decisivo è un altro. Al tempo de La speculazione edilizia , quando si voleva parlare della cementificazione di una città, si diceva «rapallizzare». Da Rapallo. Perché era lì che il romanzo era ambientato. Dopo il film di Rosi, invece, il termine è sparito dal lessico comune, e con la parola anche il ricordo del libro. Con annesso monito.

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