Grande cuneo, serio dilemma (dal Corriere della Sera – 10.03.2014)

NON DISPERDERE LE POCHE RISORSE

di Enrico Marro
Ha ragione Matteo Renzi: non ha senso il derby tra sostenitori del taglio dell’Irap per le imprese e fautori dello sconto Irpef per i lavoratori, se si perde di vista la direzione di marcia, l’obiettivo per il quale si gioca questa partita, la crescita dell’economia appunto. Dobbiamo rilanciare la competitività delle aziende italiane, aumentare l’occupazione, risollevare i consumi. Su questo sono tutti d’accordo. Come farlo? Le opinioni degli esperti e degli addetti ai lavori divergono, per non parlare delle divisioni che attraversano la stessa maggioranza e il governo. Per prima cosa allora bisognerebbe studiare le esperienze passate così da non ripetere gli stessi errori. Nel 2007 il governo Prodi tagliò il cuneo fiscale sul lavoro di 7 miliardi e mezzo, distribuendo lo sconto per il 60% sulle imprese e per il 40% sui lavoratori. Fu un fallimento perché, complice la crisi mondiale, le aziende non investirono, mentre i lavoratori non si accorsero degli spiccioli ricevuti, che oltretutto furono subito mangiati dall’aumento delle imposte locali.

Adesso il presidente del Consiglio promette un taglio del prelievo sul lavoro di 10 miliardi: sembrano tanti, ma non lo sono, considerando che il cuneo fiscale e contributivo che grava su imprese e lavoratori vale circa 300 miliardi di euro l’anno. A maggior ragione è bene che queste poche risorse non vadano sprecate in interventi a pioggia, come ha fatto anche il governo Letta, che ha tagliato di 2,6 miliardi l’Irpef per quest’anno a vantaggio dei lavoratori dipendenti con un effetto impercettibile sui salari netti (al massimo 18 euro al mese su una retribuzione annua lorda di 17 mila). Il criterio guida deve essere quello della selettività e dell’efficacia.
L’Irap è un’imposta che colpisce il valore della produzione netta, ma dall’imponibile non si può togliere il costo dei dipendenti e ciò penalizza in particolare le aziende ad alta intensità di manodopera: un controsenso in un Paese manifatturiero come l’Italia, che ha bisogno di incoraggiare le assunzioni, visto il suo tasso di occupazione di parecchi punti sotto la media europea, e di abbassare i costi per avere aziende più competitive sui mercati internazionali. L’Irap che grava sul costo del personale del settore privato ammonta a circa 8 miliardi, eliminare questa voce chiuderebbe una volta per sempre la diatriba sulla «tassa che colpisce il lavoro» e certamente migliorerebbe la condizione di molte imprese e dei loro addetti e renderebbe meno costose le nuove assunzioni. Per promuovere le quali non basta però il taglio delle tasse, se non è accompagnato da una forte semplificazione di un diritto del lavoro che sembra fatto apposta per scoraggiarle.

Certo, a questa ricetta dal lato dell’offerta se ne può opporre una dal lato della domanda, con valide ragioni. Come quelle per esempio espresse dal presidente degli industriali del Veneto, Roberto Zuccato, intervistato ieri da La Stampa, che, a differenza di quanto sostenuto dai vertici di Confindustria, dice che sarebbe meglio tagliare l’Irpef sui lavoratori a reddito più basso anziché l’Irap, perché ci vuole «un’azione choc che permetta di far ripartire i consumi» e per questa via l’occupazione. L’importante è che la scelta del governo sia netta. Senza cedere alla tentazione di distribuire una mancia a tutti in vista delle elezioni europee di maggio.

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