Matteo, fammi crescere! Firmato: la domanda interna (da Linkiesta – 05.03.2014)

LE PRIORITÀ DEL GOVERNO RENZI

L’export non basta. Per crescere serve stimolare la domanda interna. Cominciando da lavoro e Pmi

Piacere, sono la domanda interna. I miei amici, che di mestiere fanno i manuali di economia, mi definiscono – cito testuale – “la domanda di beni e servizi formulata da un sistema economico nel suo complesso, in un certo periodo temporale”. In parole povere, sono tutto quello che una nazione compra, siano essi beni tangibili o meno, funzionali a guadagnare altro denaro o a consumarlo. Chi per mestiere mi studia e mi misura, mi ha diviso, per comodità, in quattro parti: la spesa per i consumi finali delle famiglie (quello che spendete voi, insomma, anche se la vostra famiglia è un gatto), la spesa per consumi finali delle amministrazioni pubbliche – la famigerata spesa pubblica, tanto per essere chiari – gliinvestimenti lordi e le importazioni di beni e servizi.

Si fa un gran parlare di me, in questi anni. Che c’è la crisi lo sapete tutti, mi sa. Che la soluzione di tutti i mali sia la mia crescita, magari no. Però lo dicono in molti. Recentemente, in un bell’articolo uscito sul Sole 24 Ore, l’ha scritto l’economista Marco Fortis. Secondo lui il contributo che la mia crescita offre al vostro benessere è di molto superiore a quello offerto delle esportazioni. Non sto a citarvi tutti i dati che tira in ballo per convincere i lettori di questa sua teoria: vi basti sapere che «nel periodo che va dal 1995 al 2008 (…) la crescita cumulata del Pil in termini reali è stata generata per ben sedici delle economie dell’Ue (tra cui quattro delle 5 principali, cioè Gran Bretagna, Francia, Italia e Spagna) dalla sola domanda interna, che è aumentata molto più del Pil». E ancora, che durante la crisi, dal 2009 al 2013, la crescita del Pil tedesco durante la crisi sia stato anch’esso trainato quasi totalmente dalla mia crescita, laddove invece «chi è entrato in una forte e prolungata recessione, come (…) la Spagna o l’Italia, deve l’arretramento dell’economia esclusivamente al crollo della domanda interna, essendo quella estera addirittura migliorata sia per il calo dell’import sia per l’aumento dell’export».

labirinto

 

Ho una foto di gruppo di un paio d’anni fa che rende bene l’idea. Siamo io, l’export e il Pil. Io sono quella gialla, viola e azzurra, la domanda estera netta è rossa, il Pil è una linea nera. Fateci caso: quando io cresco, cresce il Pil, quando io diminuisco, cala pure lui. Con l’export invece questo non sempre accade: tanto per dire, nel 2010 l’export è sceso e il Pil è salito, nel 2011 è avvenuto il contrario. Oddio, tutto abbastanza ovvio, in realtà: anche in un anno difficile come il 2012, la spesa per i consumi finali delle famiglie rappresenta il 60,4% del Pil, più o meno il doppio dell’export. Se ai consumi aggiungiamo gli investimenti lordi (18% del Pil) e la spesa pubblica (20,1%), ben si capisce perché, alla fine, quel che conta è far crescere me.

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Intendiamoci: con questo non voglio dire che il mio amico export non serva a nulla, sia chiaro. Non fosse per lui e per i soldini che porta a casa di ritorno dai suoi viaggi all’estero, io sarei ancora più magra e voi sareste davvero nei guai. Eventualità tutt’altro che remota – quella di finire nei guai, intendo – visto il pericoloso rallentamento delle esportazioni nell’ultimo trimestre del 2013, ben raccontato da questo articolo di Francesco Daveri su La Voce. Dei problemi dell’export, però, parleremo un’altra volta. Per ora ti basti sapere che più che una leva per lo sviluppo, è più simile a un argine per evitare l’alluvione. La leva sono io e qui sta il problema. O meglio, sta nella ricetta che la Commissione Europea mi ha proposto per crescere. Una ricetta – cito ancora Fortis – «che si basa principalmente su troppo rigore fiscale concentrato in poco tempo accoppiato a un forte recupero di competitività esterna». Una ricetta che mi fa dimagrire, invece d’ingrassare. Del resto, se a furia di rigore mi togli dal tavolo l’antipasto (la spesa pubblica), il primo (i consumi) e il secondo (gli investimenti) non penserai certo che cresca a macedonia?

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Quindi, caro Matteo – posso chiamarti ancora Matteo, vero? – la questione è una sola: devo crescere e devo farlo in fretta, altrimenti le cose vanno a finire male. Vediamo cosa si può fare: darmi da mangiare spesa pubblica è impossibile. Addirittura, a quanto ho capito, i tuoi predecessori hanno preso l’impegno – fiscal compact, l’hanno chiamato – di ridurla e non di poco. Certo, non si tratta di botte da 50 miliardi all’anno come vanno raccontando in molti, ma si tratta comunque di un bel cambio di dieta, visto che mi hanno nutrito a pane e deficit per sessant’anni. Rimangono investimenti e consumi, quindi. Riguardo ai primi, ho i miei dubbi: a fine 2012 l’Italia aveva una capacità produttiva non utilizzata pari al 32%. In Europa la media del sotto utilizzo è pari al 23%, con un 18% della Germania e 21% della Francia, stessa percentuale degli Stati Uniti. Difficile pensare di acquistare nuovi macchinari, se hai polvere e ragnatele su quelli vecchi, tanto per essere chiari.

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Non credo serva un Nobel – e a dire il vero, nemmeno un’economista – per attaccare il prossimo pezzo del puzzle. Per ridare fiducia, voglia di spendere e potere d’acquisto ai consumatori italiani serve ridare loro il lavoro perduto. Solo qualche giorno fa, Matteo, hai definito “allucinante” il dato diffuso dall’Istat, secondo cui il tasso di disoccupazione è salito al 12,9% il valore più alto mai raggiunto sia da quando l’istituto di statistica ha cominciato a calcolare l’indice ogni tre mesi (1977), sia da quando ha cominciato a calcolarlo ogni mese (2004). Ancora più allucinante, aggiungo io, è il tasso di disoccupazione giovanile, che ha raggiunto il 42% e quello – giusto per unire tra loro i tre anelli deboli del nostro sistema economico – delle giovani donne del Mezzogiorno: 53,7%. Trovalo tu un aggettivo da twittare, Matteo, che io non ho la tua fantasia.

Mi sa che passo dopo passo siamo arrivati al cuore del problema, alla priorità delle priorità: creare nuovi posti di lavoro. E già che ci siamo, crearli a favore di chi ha meno, per ridurre la distanza che lo separa da chi ha tanti soldi. Non lo dico perché sono altruista, eh. Lo dico per il mio bene, perché lo scorso anno un tizio che ha vinto il premio Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz, ha dimostrato che non c’è peggior nemico per la mia crescita della disuguaglianza sociale. La prova regina del teorema di Stiglitz? Quando i ricchi – l’1% della popolazione – si appropriano del 25% del reddito scoppia la “bomba atomica economica”, come «è successo con la Grande Crisi degli Anni Trenta e con la Grande Recessione di questo secolo». Noi non siamo a livelli di bomba atomica, intendiamoci. Però nel 2007, l’1% della popolazione italiana deteneva il 4% della ricchezza, mentre oggi, percentuale più che raddoppiata, ne detiene il 9 per cento. Allo stesso modo, il 10% più ricco della popolazione italiana detiene oggi quasi la metà di tutta la ricchezza del Paese, laddove il 50% più povero si deve accontentare del 10% circa.

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Ne sono certo, Matteo. Qualcuno ti dirà che quel 10% di super ricchi non vanno toccati, che sono benefattori, che creano ricchezza anche per tutti gli altri. Dammi retta, Matteo: non credergli. Non del tutto, perlomeno. In Italia quasi il 60% dei posti di lavoro (24 milioni e rotti, 17 dei quali dipendenti) è generato dalle piccole e medie imprese, la cui stragrande maggioranza dei titolari non appartiene al club esclusivo di cui sopra. Sono quelle imprese che oggi muoiono di crediti inevasi e di stretta creditizia, quelle che devono sopportare uno dei più alti carichi fiscali eburocratici al mondo. Certo, non stiamo giocando a domino: tuttavia ridar loro ossigeno potrebbe voler dire creare nuovi posti di lavoro, che a loro volta darebbero un po’ di slancio ai consumi, che a loro volta farebbe crescere la domanda interna, che a sua volta farebbe crescere il valore aggiunto, che a sua volta, concorrerebbe a ridurre (o a non far crescere) quel benedetto rapporto deficit/PIL che deve stare sotto il 3%, pena l’apocalisse.

Matteo Renzi, Pier Carlo Padoan

 

Hai ragione quindi, Matteo, quando dici che «l’unica reale e importante questione sul tappeto» è «quella delle piccole e medie imprese che non riescono ad accedere al credito». Hai ragione, quando vuoi pagare loro i 50 miliardi di debiti ancora inevasi della pubblica amministrazione, hai ragione quando proponi di creare un Fondo di Garanzia per le Pmi usandoi 100 miliardi della Cassa Depositi e Prestiti da cui pare potresti attingere (senza alterare i conti pubblici) per finanziarlo, hai ragione quando proponi di estendere il sussidio di disoccupazione a un milione e duecentomila lavoratori precari attualmente senza alcuna rete di protezione e hai ragione quando ti poni l’obiettivo di riqualificare il patrimonio scolastico italiano, dando lavoro – e pagando in tempi ragionevoli, si spera – a molte, agonizzanti, imprese della filiera delle costruzioni. Non credo molto alla favola del costo del lavoro eccessivo che blocca le assunzioni e temo saranno soldi buttati via, ma ti do ragione, perlomeno perché ci provi, quando dici di voler abbassare il cuneo fiscale per circa 10 miliardi di euro complessivi. E hai ragione, quando vuoi finanziare tutto questo, o almeno provarci, aumentando le tasse sulle rendite finanziarie e combattendo sul serio la grande evasione fiscale: redistribuendo i carichi e i costi della crisi, insomma, dalle spalle di chi produce reddito a quelle di chi campa di rendita.

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Relativamente a tutto questo – e alla mia fame – te ne devo dare atto, sei il primo, dall’inizio della crisi, che si assume, con tale e tanta forza, la responsabilità di risolvere questo problema, o perlomeno di non subordinarlo alle diete di bilancio che “ci chiede l’Europa”. Tuttavia, non saresti nemmeno il primo che dopo avermi fatto sedere a tavola, finisce per lasciarmi a digiuno, accampando motivazioni – le coperture, le maledette coperture che al momento dell’annuncio ci sono e che spariscono magicamente all’atto pratico – per giustificare il loro voltafaccia. Alcuni già contano i rintocchi di orologio che ti separano dalla retromarcia. Per un’affamata come me, quelli che non mantengono le promesse sono peggio di quelli che non promettono. Non deludermi, quindi, Matteo. Stavolta farei veramente fatica ad accettarlo.

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