SINDACI IN TRINCEA (da la Repubblica – 04.03.2014)

Un sindaco, Matteo Renzi, alla presidenza del Consiglio. Al suo fianco altri ex primi cittadini come Graziano Delrio e Maria Carmela Lanzetta. Il “governo dei sindaci” riaccende i riflettori sulla figura dell’amministratore locale, primo punto di riferimento per i cittadini ormai esasperati dalla crisi e dalla burocrazia. Non c’è solo la criminalità organizzata a minacciare i municipi, sono ormai centinaia gli episodi di violenza commessi da persone comuni. E ora c’è chi chiede che il Parlamento vari una Commissione d’inchiesta sul fenomeno. Dieci testimonianze di chi vive la politica in prima linea

di ANNA MARIA DE LUCA
CONCITA DE GREGORIO: HANNO UCCISO IL MESTIERE PIU’ BELLO
DALLA LOMBARDIA ALLA CALABRIA: 10 racconti di violenze

Così la crisi fa esplodere la rabbia

ROMA – Non più “solo” nel mirino dei clan. Non più solo mafiosi a caccia di concessioni edilizie, di modifiche a piani regolatori, di appalti sui rifiuti. C’è chi entra nei Comuni armato di coltello o di acido, chi minaccia botte e ritorsioni: sindaci ed amministratori locali sono ora “sotto tiro” su molteplici fronti, sono diventati il potere più prossimo sul quale scaricare tensioni e rabbia. A Villaricca, in provincia di Napoli, dopo aver inveito contro il sindaco Francesco Gaudieri per la bolletta Tares, un uomo ha minacciato di buttarsi nel vuoto. A Lampedusa un disoccupato senza una gamba si è incatenato all’auto del sindaco e si è gettato addosso una tanica di benzina. In provincia di Macerata al sindaco di Colmurano, Ornella Formica, è arrivata una lettera con scritto: “Ti faccio tirare l’acido”; stessa minaccia in provincia di Ferrara per il sindaco di Jolanda di Savoia, Elisa Trombin. Nel bolognese, a Casalecchio un uomo con moglie e due figli a carico si è presentato in Comune con un accendino ed una tanica di benzina. E a Ceglie , il 2 gennaio un 52enne è salito sul tetto del Comune con in mano un estintore, minacciando di buttarsi giù perché voleva lavoro e una casa.
Comune di Casalecchio: ”Era già successo due anni fa”

Calabria terra di minacce

La regione dove è più pericoloso fare il sindaco è sempre stata la Calabria che, da sola, rappresenta il 31% dei casi a livello nazionale, con una forte concentrazione a Reggio e a Crotone. Quest’anno però, per la prima volta, la Calabria cede il suo triste primato alla Puglia (è l’ultimo risultato dei dati che sta elaborando in questi giorni Avviso Pubblico, la rete di enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie). E’ un fenomeno che dilaga in tutto il Paese. Così, se il 12 gennaio è toccato al sindaco di Cetraro (Cosenza), Giuseppe Aieta, trovarsi a casa due proiettili ed una seria minaccia, il 22 gennaio è stata la moglie del sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, a trovarsi alla porta due sconosciuti con un messaggio ben preciso (“Dica a suo marito che vogliamo una casa e non le deve dare ai Rom”). Si calcolano circa 23 atti intimidatori al mese, uno ogni trentaquattro ore. E poi ci sono gli atti intimidatori indiretti cioè che colpiscono scuole, magazzini, mezzi ed altre strutture comunali (il 14% a livello nazionale). Ad Aprilia un assessore, Antonio Chiusolo, si è dimesso in seguito alle pesanti minacce e un consigliere comunale appena uscito dal Comune è stato preso a sprangate. “Ad agosto”, racconta a Repubblica l’ex assessore Chiusolo “hanno incendiato, davanti casa, la mia auto e quella di mio cognato che è referente provinciale di Libera; ad ottobre hanno minacciato di morte me e la mia famiglia; il 19 dicembre mi hanno fatto trovare, tra il cancello di casa e il portoncino, dieci pallottole calibro 9. A quel punto ho fatto la scelta, sofferta, di salvaguardare la mia famiglia e la mia persona e mi sono dimesso”.

E che dire di Benestare, ancora in Calabria, dove al sindaco Rosario Rocca hanno bruciato l’auto? O del vicepresidente nazionale di Avviso Pubblico, Michele Abbaticchio, sindaco di Bitonto, che rifiuta le misure di tutela nonostante sia uno dei sindaci più pesantemente minacciati nel 2013? O, ancora, di Gianni Speranza, a Lamezia Terme, che vive costantemente a rischio?

Hanno ucciso il mestiere più bello

di CONCITA DE GREGORIO
C’è stato un tempo, incredibilmente recente, in cui si diceva che fare il sindaco fosse il mestiere più bello del mondo, ed era vero. E’ successo così pochi anni fa che se ci sforziamo ce lo ricordiamo ancora. Nelle piccole città, per esempio, nei paesi: nei luoghi dove eravamo nati e dove certe domeniche tornavamo. C’era qualcuno che era stato a scuola con noi, in un’altra sezione di un altro anno, o che era stato vent’anni fa fidanzato/a con qualcun altro che conoscevamo bene, o che era il figlio dell’Amelia la collega di nostra madre, ti ricordi l’Amelia?, e questo qualcuno adesso era il sindaco. Lo si incontrava per strada la mattina, buongiorno sindaco, si sorrideva con allegra ironia come a dire “sindaco, chi l’avrebbe detto…”, e lei o lui sempre, sempre passava mezz’ora a rispondere non puoi capire la bellezza di questo mestiere, il contatto con la realtà, la prossimità con le persone, la soddisfazione di essere utile, la certezza di poter davvero cambiare le cose, guarda la politica alla fine non c’entra, è un’altra storia questa, se ti ci metti davvero puoi fare, cambiare i destini. Fare bene, il bene. In buona fede, provando e magari sbagliando, ma fare.

Qualcuno se lo ricorda? Io sì. Mi ricordo anche che era vero. Che un sindaco, il sindaco di una piccola o media o persino grande città, poteva davvero rovesciare il guanto e cambiare la storia. Potrei fare esempi, nomi. Quello che assegnò le case popolari. Quello che salvò la fabbrica dalla chiusura. Quello che fece il parco. Quello che si inventò il lungomare che non c’era. Quello che si gemellò con Chernobyl. Quella che riscattò le terre alla mafia. Ma sono storie di ieri, l’altro ieri. Qui parliamo di adesso. Adesso, oggi, in un lasso di tempo infinitesimale, fare il sindaco è diventata una condanna. Una sciagura. Sono passati gli anni, siamo cresciuti e poi invecchiati: non sono più i figli degli amici, ora. Sono gli amici. Sono loro ad aver affrontato campagne elettorali a dispetto dei partiti e averle vinte. Sono gente della nostra generazione, della nostra età che chiama e dice: è un inferno. Hanno scommesso tutto, hanno sgominato la diffidenza e il disincanto, hanno vinto. Bene, no? Malissimo, invece.

Vi racconto un segreto. Ho un’amica cara, carissima, che quando le hanno chiesto – come a molti di noi nei paesi è successo – ti candidi? Ha detto sì, va bene provo. Ma guarda che c’è il ras della camorra (o delle tessere, degli affari, della massoneria, fate voi) ha detto va bene, provo. Ha vinto a dispetto di ogni previsione, perché la capacità delle persone di sperare ancora è illimitata e per meraviglia irragionevole. E’ stata felice, ha fatto una grande festa, si è messa al lavoro. Due mesi dopo le hanno messo sotto sequestro i mutui bancari. Un importante leader politico da Roma l’ha chiamata per consigliarle di cercare un accordo con i mafiosi. Non l’ha fatto. Hanno minacciato suo figlio, a scuola: lo hanno isolato e deriso. Non l’ha fatto comunque. Hanno licenziato suo marito con l’occasione degli esuberi. Ha resistito ancora. Hanno fatto chiudere il negozio di suo padre triplicando l’affitto dei locali. Pazienza. Poi l’hanno messa nelle condizioni di non poter spendere un euro, perché per avere libertà di investire in nuovi progetti devi avere una disponibilità economica e se non hai il credito da Roma – dunque se non hai i favori di quel leader che ti consigliava come fare con la mafia – la spending review ti impedisce di fare la mensa all’asilo. Di conseguenza: rivolta dei genitori. Ti impedisce di sbloccare un pignoramento. Di conseguenza: rivolta degli abitanti del quartiere. Non puoi assumere chi merita. Di conseguenza: rivolta dei precari. Non puoi mettere a norma gli alloggi. Di conseguenza: rivolta di popolo. A sei mesi dalle elezioni, vinte a maggioranza assoluta, le hanno recapitato – i concittadini che, chissà, l’avevano votata – una busta piena di sterco. Le lettere anonime di minaccia arrivano ogni giorno a casa. Chiede: cosa rispondo, come reagisco. E’ una trappola: ci mettono a fare qualcosa che poi ci impediscono di fare. E’ un orribile inganno. E’ vero, è così.

E’ questa l’origine ultima del disincanto verso la politica. Chiunque vada al governo, oggi, deve ricominciare da qui: i sindaci sono il primo bersaglio, il più prossimo, dei cittadini. Fare il sindaco non è solo un trampolino di lancio per la politica grande, non per tutti. Fare il sindaco è stare alla pari fra pari. Se non date loro i mezzi, voi che avete le mani sul quadro di comando, se vi approfittate della loro credibilità per avere voti e poi chiudete l’ossigeno state uccidendo la fiducia – l’ultima – nella politica. E’ questo che state facendo? E poi cosa? Attenti, scherzate con l’ultimo fuoco.

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