MAESTRI DI STRADA. Gli Alberto Manzi del nuovo millennio (da la Repubblica – 28.02.2014)

di  G. BALDESSARRO, P. CIPRIANI, Z. DAZZI, S. PAROLA, C.  SANNINO e V. TEODONIO

“Giocando a calcio insegno Storia”

di CONCHITA SANNINO

NAPOLI – “Parlavano con lo slang di casa. Ma che facete o che dicete, all’inizio. I più difficili, all’inizio, entravano senza salutare. E magari ridevano, perché le loro paure passavano anche per la difesa di quel dialetto chiuso, un po’ sporco, del clan degli esclusi. Li ho corretti ogni volta, certo, senza giudicarli. Ogni giorno. Perché volevo che si stancassero prima loro, che imparassero a pretendere ascolto, a guadagnare il rispetto dei loro stessi pensieri, a esprimersi prima ancora che a concentrarsi sulla prestazione. Fino a quando non gli è venuto facile dire anche buongiorno”: Rosario Esposito La Rossa ha solo venticinque anni, è allenatore di una delle scuole calcio tra le più forti e popolose d’Italia, la “Arci Scampia” fondata nel 1986 da Antonio Piccolo, ma soprattutto è un educatore italiano. Uno dei silenziosi, modesti “maestri Manzi del 2000”. Giovanissimo erede, senza enfasi e senza incrollabili ideologie, dei maestri di strada come Cesare Moreno o Marco Rossi-Doria, un semplice innovatore nel paese che ha lasciato la scuola indietro, salvo le intenzioni di invertire la marcia del neo-premier Matteo Renzi. Un under 30 che come alcuni milioni di coetanei, a dispetto di quanto pensi qualcuno, non hanno mai nemmeno pensato di “preferire” la casa o smettere di coltivare ambizioni.

Ed è, in fondo, uno dei tanti, nascosti formatori nel mondo dell’insegnamento, del lavoro, del welfare, del volontariato italiano per i quali la scuola vera può cominciare anche “fuori dall’aula”, che pensano che le lezioni diano più frutto se non si impartiscono ma si costruiscono sfruttando le curiosità o gli ostacoli di ogni giorno, che lo stesso segreto dello sport comincia quando hai finito di giocare, e vive fuori dal campo di calcio così come quando scendi da un ring o ti tiri via da una piscina.
“La fiction? No, non l’ho vista, anche se ammiro molto come attore Claudio Santamaria e certo la figura di Manzi mi affascina”, sorride lui, messo a disagio dal paragone, anche perché più che maestro si sente “solo un mister”. È un timido con le idee molto chiare, e con le gambe forti e agili da terzino sinistro, Rosario. E ha due o tre concetti chiave per il suo stare con i ragazzini di 8, 9 o 12 anni, per dialogare con i loro genitori a volte analfabeti, o per fare da collante tra la società e la loro scuola istituzionale, magari andando a colloquio al posto di un padre detenuto. “Per me, la prima cosa da sconfiggere nella testa di questi bambini è la frase ‘tale albero tale frutto’, un’immagine che li condanna, li spinge ad aderire al destino già segnato, a rassegnarsi. L’altra mia strada maestra è: senza condanne e senza neanche pietismi. Voglio fermarli quando sbagliano perché è mio dovere essere scomodo, e perché conquistino il rispetto di sé, ma senza che io parli da un piedistallo. E l’altra cosa, forse la più importante per chi parte da qui: insegnare loro che il fallimento è nel conto delle possibilità, accettarlo come un gradino da cui ripartire. Glielo ripetiamo spesso, usando ciò che sta più a cuore a loro, il pallone. Ragazzi, qui nasce un campione ogni 10mila bambini, perciò dovete mettere in conto che non sarete un Messi o un Balotelli. Combattete e miglioratevi, ma mica per forza sarete dei fuoriclasse? Ecco perché abbiamo promosso un corso per pizzaioli e li abbiamo spinti a partecipare, intano la vita è fatta di onesto lavoro, e poi chi ha detto che uno sappia dove sta nascosto il proprio talento?”.

Lui, per primo, lo ha imparato a proprie spese. Rosario è nato e ha deciso di restare a vivere, a insegnare e portare lavoro – non solo come allenatore, ma con il suo lavoro di autore e organizzatore teatrale, con la proprietà collettiva della casa editrice “Cafiero e Marotta”, con l’associazione Vodisca – a Scampia: luogo simbolo del disagio, uno dei volti di Napoli più raccontati, anche abusati ma forse uno dei più carichi di risorse delle periferie nazionali. E da bambino è stato una promessa del calcio, Rosario: ha giocato da allievo nazionale nel Napoli e nel Pescara. Poi, a quindici anni, i fuochi della faida di camorra si sono scagliati con imprevedibile tragedia fin nella sua famiglia, deragliandone il percorso: in un raid di camorra è stato ucciso per errore Antonio Landieri. Riconosciuto come vittima innocente delle mafie, Antonio era suo cugino, era disabile, uno che non poteva scappare come gli altri per le sue difficoltà motorie e che quindi non ebbe scampo dalle pallottole in strada. Era il 2004. Dice Rosario: “Da quel giorno ho mollato con certi sogni. Ne ho aperti degli altri, che mi sembravano più urgenti. Mi sono avvalso, diciamo così, del diritto di non essere un campione”, torna a sorridere. “E la cosa incredibile che non potrò mai dimenticare è che, mentre i miei genitori comprensibilmente mi spingevano a tornare sui miei passi e a non perdere quella chance, il fondatore della scuola, il nostro Antonio, si chiama Piccolo di cognome ma è un grande e lui sì che è un maestro di vita, lui ha capito, mi è stato vicino, ed ha assunto su di sé contro tutti gli altri la scelta di vita che stavo facendo, anche se paradossalmente sembrava andare contro tutta la fatica che aveva fatto fin lì, per me, per farmi diventare un ottimo calciatore”.

La sua classe ideale oggi è composta da 60 allievi l’anno, tra gli 8 e i 9 anni. Ma la “scuola Arci” conta oltre 600 iscritti, e la cosa singolare, come racconta Rosario, è che “specie in periodi di crisi come questo, chi non può pagare la retta non la paga e chi può, spesso la paga anche per un altro. E in ogni caso, una parte degli utili serve a investire comunque sul territorio: perché io penso che impresa e sociale insieme non fanno un ossimoro, non solo è possibile, ma spesso è meglio ed è necessario. Perché mentre il volontariato ha bisogno del legame con la politica e del sostegno dell’istituzione, l’impresa va da sola, è autosufficiente e si fa rispettare di più perché crea lavoro”. Rosario fa tante cose, ma resta un “mister”, uno cui i ragazzini possono anche dare del “voi”, ma lo seguono fino a Potenza, come anni fa, in un giorno di pioggia battente per stare dietro a Libera e a don Ciotti, anche se magari hanno un fratello in carcere per camorra. Rosario ha imparato a smontare le contraddizioni: “Quando ho scelto di rimanere qui con loro, quando li ho visti mischiarsi insieme figli di professori e figli di carcerati, ragazzi borghesi che vivono a Scampia in parchi protetti e hanno paura a relazionarsi col prossimo insieme a quelli che non parlano una parola d’italiano, sembrano sfacciati ma hanno paure parallele, ho capito che qui facevo quello che avevo sempre desiderato: l’educatore. Ma con lo sport, la grande passione della mia vita”. E la vita si è incaricata spesso di fare di Rosario il mister, Rosario il primo maestro, il “Manzi” che gli ha fatto scoprire il mondo. “Un giorno”, racconta, “in una pausa del nostro allenamento, uno dei più piccoli, che non va mai a scuola guardava il Vesuvio all’orizzonte e pensando di non essere ascoltato ha chiesto al compagno: ma tu lo sai come sono morti quelli di Pompei, sotto l’eruzione? Il giorno dopo, ce ne siamo andati tutti al Museo Nazionale Archeologico, la più grande collezione greco-romana di reperti che racconta chi erano e come vivevano quelli morti là sotto”. Ecco, funziona così.

Un’altra volta, Ciro, il bambino che all’inizio diceva sempre “facete” e rideva della correzione e ora invece il sorriso lo mette sulla parola “scusatemi” se sbaglia un verbo, proprio lui aveva domandato all’insegnante quasi a sfidarlo: “Ma questo pesciolino Nemo che ci avete fatto vedere nel cartone animato, ma mica esiste veramente? Ci stanno nel mare dove io vado a fare i tuffi, in estate, a Mergellina?”. Rosario, il giorno dopo, ha portato Ciro e tutti gli altri ad annusare le vasche, i pesci e soprattutto il prestigioso viaggio nel tempo della Stazione Dohrn sul lungomare di Napoli. E poi, sempre col pallone, sono arrivate, aggiunge, “le lezioni di Fisica, ma non di educazione fisica. Ci siamo chiesti: scusa, e perché il pallone si ferma? E perché qui c’è una resistenza che su quel terreno non c’era? Un giorno, dopo tanto tempo, ricordo che uno di loro mentre scappava verso la porta gridava al compagno ‘dai, c’è la pioggia, sfrutta l’effetto attrito'”.

Ora l'”ufficio” di Rosario è uno stanzone bunker a nord di Napoli, stretto alveare nato originariamente come cabina di regia collegata al teatro di Piscinola: peccato che gli architetti delle burocrazie degli appalti s’erano scordati che non si fa un buco se hai muri spessi sei metri di cemento armato. Tanto ormai il bunker è zeppo di colori e fogli volanti e appunti di vita sulle cose “da ricordare” o “far capire” ai suoi ragazzi. Ogni giorno, loro entrano salutano sorridono e anche se la giornata è storta, provano a correggerla insieme. Facete, fate. Dicete, dite.

ROMA

Lezioni di rap per imparare a studiare

di VALERIA TEODONIO

ROMA – Luca è un ragazzino di Corviale, periferia estrema romana. Ha 15 anni. E una faccia da attore. Gli occhi scuri e l’aria da grande. Nel suo quartiere lasciare la scuola è quasi una moda. E chi molla, spesso, diventa una delle piccole pedine della criminalità locale. Spaccio, furti, scippi. Ma a Luca non è successo. Perché ha avuto un’alternativa. Una seconda possibilità, nata nel centro di aggregazione del quartiere, Luogo comune, a due passi dai palazzoni di Corviale.

Daniele, Paola, Mariangela sono alcuni degli educatori del centro. Maestri di strada moderni, che hanno salvato Luca e tanti altri ragazzi, tra gli 11 e i 17 anni. Ogni giorno decine di ragazzi del quartiere passano il pomeriggio con loro. Nel centro (un progetto di Arcisolidarietà e del Municipio XI di Roma) si fanno i compiti per casa, si studia matematica, italiano, inglese. Ma si imparano anche materie che a scuola non si fanno: rap, hip-hop, cinema, fumetto, acrobatica e giocoleria. Si insegna ad appassionarsi alle cose. A studiare, ad apprendere un metodo. A non annoiarsi tra i banchi. “Un’impresa che richiede tanta pazienza”, spiega Daniele Bruschi, uno degli operatori del centro, ” che diventa possibile soprattutto grazie alla musica. Perché insegnando rap e hip-hop, ad esempio, riusciamo a farli appassionare alla scrittura. Ma anche al ballo e alla street art, quindi ai murales e alla pittura.

“Ai ragazzi chiediamo di fare un patto”, aggiunge Paola Liberto, responsabile del centro Luogo comune, “noi vi facciamo fare le cose che vi divertono, ma quando c’è da studiare matematica non fate storie”. Il patto funziona. Anche se la sera i maestri di strada sono distrutti. “Quando esco di qua sono estremamente felice. Ma stanchissimo. Ognuno dei nostri ragazzi ha bisogno di continue attenzioni, ognuno ha qualcosa da raccontarti. Ma andiamo avanti, sappiamo di offrire un’alternativa , in un territorio dove non c’è nient’altro”. “Mi sento una maestra di strada in pieno”, osserva un’altra operatrice, Mariangela Maci, “e so di fare un percorso importante insieme a questi ragazzi”. Quando Luca ha incontrato i suoi maestri di strada aveva 11 anni. E in pagella tutti 4. Adesso Luca scrive canzoni e non ha nemmeno un’insufficienza. “Hanno saputo prendermi”, racconta, “e poi qui si fa tutto insieme, non ti lasciano mai solo”.

REGGIO CALABRIA

“L’importante è saperli ascoltare”

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA – “Il regalo più bello te lo fanno quando accendono gli occhi. È la loro maniera di dirti grazie. Ti guardano e si illuminano. Ed è in quel momento che capisci che in fondo quello che facciamo per loro è poca cosa rispetto a quello che ci regalano”. Caterina Quattrone ci va una volta alla settimana al Centro Giovani Domani. Senza un impegno fisso nè orari troppo rigidi. A volte ci sta un paio d’ore, qualche volta di più. Ma quando può non rinuncia a quell’impegno con i ragazzini del suo quartiere. In fondo, dice, “ci vuole poco, basta esserci”. Certo, “aiutarli con lo studio è fondamentale, ma forse è ancora più importante ascoltarli. È quello che cercano”.

Caterina è un’insegnante dell’istituto comprensivo Don Bosco-Cassiodoro del quartiere Pellaro, una scuola nella periferia sud della città dello Stretto. Tanti bambini delle estrazioni sociali più diverse, con storie più o meno difficili e con difficoltà che cambiano a seconda delle mille variabili della vita. Una buona scuola in una zona “complessa”. Caterina insegna religione e di fatto, facendo poche ore per classe, conosce tutti i bambini del quartiere e pure quelli dei piccoli centri costruiti a ridosso di Pellaro. Al mattino gli parla di tante cose e, al pomeriggio, dice lei: “continuo a farlo”.

Sposata e con due figli ormai grandi, il lavoro pomeridiano è il completamento di quello del mattino. “In classe – spiega – si osservano i ragazzi, si notano eventuali difficoltà e si fa tutto quello che si può. Ma oggettivamente, in parte per il poco tempo e in parte perché i bambini sono tanti, è difficile creare quell’interazione che alcuni di loro chiedono. Non si riesce ad accorciare le distanze. Così quando vediamo che qualche bambino o bambina ha delle difficoltà ne parliamo con i genitori e gli chiediamo di farli venire al centro di aggregazione”. Lo stesso viene fatto “quando li notiamo andare in giro, ciondolare per strada a far niente”. C’è sempre “la maniera giusta di coinvolgerli”. Al Giovani Domani i ragazzini giocano, fanno sport, stanno assieme e “soprattutto” ci sono le persone che li ascoltano. Alcuni sono insegnanti volontari, ma non solo. Ci sono tanti ragazzi ed adulti che dedicano un po’ di tempo agli altri.

“I bambini – racconta Caterina – dopo un po’ tirano fuori quello che hanno dentro, ti raccontano le loro cose, le difficoltà. A noi, implicitamente, chiedono di essere accolti e incoraggiati, a prescindere dal tipo di disagio che ognuno di essi vive. Ci sono alcuni stranieri, ci sono i figli di genitori che per mille motivi non possono dedicare loro molto tempo. C’è la povertà, la difficoltà di relazionarsi, di trovare un punto di contatto o anche soltanto la solitudine e la voglia di stare con gli altri”. Il lavoro dei maestri di strada è quello di “esserci”, per ascoltare soprattutto, e “a volte basta anche solo un cenno di assenso quando ci si trova di fronte a un compito ben fatto”. Si insegna di tutto, italiano, lingue, aritmetica oppure si legge assieme e si spiega il testo, si ragiona insomma.

La maestra Caterina ha 54 anni, e i suoi di ragazzi li ha già cresciuti: “Insomma non tolgo troppo tempo alla famiglia, e comunque sono convinta che più che il tempo stesso, conti la sua qualità”. A casa ci sono abituati, oltre al centro di aggregazione, “c’è sempre stata anche la parrocchia e tanti altri impegni. Basta organizzarsi un po’”.

A Reggio Calabria quasi tutto il volontariato ruota attorno al mondo cattolico. Sono tante le realtà, le associazioni, i gruppi scout sparsi nei quartieri più difficili. Spesso sono gli unici presidi di legalità come ad Archi o ad Arghillà, e in moltissimi casi tentano di offrire al territorio i servizi che non ci sono, come il doposcuola in funzione di lotta alla dispersione scolastica, o anche solo l’ascolto. Ed è quello stesso lavoro, quel servizio, che la maestra Caterina offre suo quartiere, oppure come dice lei a se stessa, “perché imparo più io da loro che loro da me”. In cambio “occhi che gioiscono e un bell’abbraccio quando poi incontro alcuni di loro nei corridoi della scuola”.

MILANO

Niente fondi, lo Stato chiede aiuto ai doposcuola

di ZITA DAZZI

MILANO – Lei e i suoi volontari hanno insegnato a scrivere e a parlare in italiano a qualche generazione di bambini, con un lavoro iniziato 25 anni fa – e mai terminato – nei locali del comitato inquilini del quartiere Molise-Calvairate-Ponti, periferia sud est di Milano, 3mila alloggi popolari in stato d’abbandono fin dalla realizzazione, negli anni Trenta. Un quartiere degradato, un piccolo ghetto, pieno di emarginati, stranieri, famiglie povere, malati di mente, anziani. La fondatrice del “Doposcuola di Calvairate”, Franca Caffa, a Milano la conoscono tutti, perché alla veneranda età di 85 anni ha più energia di una ragazzina nel difendere le ragioni dei più deboli, a partire dai bambini. È stata lei a inventarsi quel servizio, nell’89, “perché avevamo scoperto che i nostri ragazzini venivano bocciati con più frequenza rispetto alle medie nazionali, e chi non finiva la scuola, finiva a fare lo spacciatore. Questo non mi andava bene”, spiega. Con un pugno di volontari e di amici reclutati nelle associazioni e nelle due parrocchie di zona, la Caffa ha aperto le porte del comitato inquilini ai bambini delle case popolari. “Abbiamo cominciato con quelli delle medie e poi abbiamo preso anche quelli delle elementari, con un numero sempre crescente di adesioni, con le scuole stesse che ce li mandavano, facendo tutto solo con le nostre forze, perché di aiuti dal pubblico ne abbiamo sempre avuti pochi”, spiega la “passionaria rossa” di Calvairate, che non ama questo soprannome e che pur essendo stata fra i grandi elettori del sindaco Giuliano Pisapia, ora ne è un po’ delusa, perché non arrivano tutti gli aiuti sperati. “Ogni anno seguiamo un centinaio di ragazzini, tantissimi stranieri, quindi stiamo parlando di migliaia di bambini che hanno studiato con noi da anni e anni. Come educatori e professori abbiamo sempre cercato volontari. Abbiamo avuto anche vari partner, a partire dalle chiese di quartiere e da altre associazioni. Una volta abbiamo avuto un finanziamento da parte della Fondazione Cariplo, che ci ha permesso di pagare alcuni dei nostri operatori. Da un paio di anni però dobbiamo contare solo sulle nostre forze e questo comporta un peggioramento del nostro lavoro sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo”.

Lavorano invece nella centrale via Calatafimi i volontari dell’Istituto Beata Vergine addolorata, che ha organizzato un doposcuola che conta ormai 500 iscritti e decine di iniziative per cercare di facilitare l’inserimento scolastico dei bambini più fragili, a partire da quelli figli di famiglie immigrate, che anche in centro sono numerosissime e che nelle scuole vengono falcidiati se non riescono a tenersi in pari col programma. “Sono le scuole stesse della zona a segnalarci i casi, sia le medie, sia le superiori”, spiega il direttore Agostino Frigerio. “Noi li accogliamo e per quattro pomeriggi alla settimana li aiutiamo a fare i compiti. Da noi tutti i corsi sono gratuiti e anche i professori lavorano gratis. Abbiamo molti studenti della Bocconi e dell’università Cattolica che fanno i volontari. E stiamo allargando il ventaglio delle nostre iniziative, con laboratori interculturali rivolti a classi intere, visite ai musei, corsi di italiano diversi a seconda delle esigenze, cioè tarati per lo studio dei libri di testo o sull’esposizione orale. I nostri ragazzi sono nel 90 per cento dei casi immigrati, arrivati da molti anni o anche nati qua, i neoarrivati sono una minoranza. Tutti hanno problemi legati al loro percorso migratorio, sia nel rapporto con i compagni di classe sia con la famiglia”.

L’associazione di via Calatafimi è anche la sede dell'”Orchestra dei popoli Vittorio Baldoni”, fondata per iniziativa della Casa della Carità di don Virginio Colmegna, e di Arnoldo Mosca Mondadori, ex presidente del Conservatorio Giuseppe Verdi, che nel 2011 hanno lanciato una scuola popolare di musica. Da due anni decine di alunni di molte diverse nazionalità – tanti anche i bimbi rom dei campi comunali – studiano gratis violino e fisarmonica nelle aule del Conservatorio dove poi conseguiranno anche il diploma, un obiettivo impensabile altrimenti per ragazzi di umili origini.

A Milano comunque la rete dei doposcuola è fittissima: in ogni quartiere ce n’è uno o più di uno, legato o non legato alla parrocchia, all’oratorio, ad associazioni laiche. Da un’indagine realizzata da Caritas Ambrosiana, sono 7mila i bambini che frequentano i 267 doposcuola parrocchiali della Diocesi. Nella metà dei casi, gli iscritti sono bambini figli di immigrati, mentre almeno un bambino su quattro viene da una famiglia che ha chiesto anche aiuto ai centri di ascolto della Caritas per problemi economici e di lavoro. Un bambino su due ha genitori non in grado di aiutare nei compiti. Il 12 per cento ha problemi di dislessia, discalculia e disgrafia. E la scuola pubblica, a corto di risorse, di fronte a questi problemi, alza il telefono e chiama la parrocchia di zona per vedere se c’è un volontario che può aiutare l’alunno a rischio di bocciatura.

TORINO

Gli alunni stranieri spaventano le famiglie

di STEFANO PAROLA
TORINO – “Sa qual è una grande differenza tra il maestro Manzi e noi insegnanti di oggi? Che una volta la gente a lui dava fiducia anche se appariva soltanto in tivù, mentre a noi ne danno molta meno: le famiglie italiane vedono che abbiamo troppi alunni stranieri e iscrivono i figli altrove, come se la presenza di bimbi provenienti da altri paesi fosse un problema”. Daniela Braidotti fa la maestra all’elementare Gabelli, a Torino, nel quartiere multietnico di Barriera di Milano. Insegna a 22 bambini di quinta. Tra loro ci sono cinque italiani, sedici stranieri e uno con genitori “misti”.

Non sono numeri da record: “Le tre prime della nostra succursale hanno appena due bambini italiani”, racconta. È accaduto perché nelle famiglie italiane della zona si è creata una certa diffidenza: “Eppure si cresce bene, anzi probabilmente anche meglio, se si può avere un confronto quotidiano con persone che hanno origini differenti dalle nostre, se si può crescere imparando la tolleranza”.

Per i suoi alunni “non è mai troppo tardi” per integrarsi. Ed è qualcosa che accade in modo naturale: “Con questi bambini stranieri”, racconta la maestra Daniela, “c’è la possibilità non solo di conoscere più cose, ma anche di acquisire un modo diverso di interpretare la complessità. Scoprire che non esiste un pensiero unico o un’unica verità, ma che ne esistono più di una, arricchisce non solo gli alunni ma anche me, non finisco mai di imparare”.

Certo, non è facile: “Insegnare a così tanti bambini stranieri ti aiuta a essere più consapevole del valore di ogni parola che dici e a non dare mai nulla per scontato”, spiega l’insegnate della scuola Gabelli. Una faticaccia? “Bisogna sempre confrontarsi, convincere i bambini ad aprirsi e a mettersi in gioco. Eppure è il lavoro più gratificante che io conosca”.

Certo, non è facile: “Insegnare a così tanti bambini stranieri ti aiuta a essere più consapevole del valore di ogni parola che dici e a non dare mai nulla per scontato”, spiega l’insegnate della scuola Gabelli. Una faticaccia? “Bisogna sempre confrontarsi, convincere i bambini ad aprirsi e a mettersi in gioco. Eppure è il lavoro più gratificante che io conosca”.

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