L’illusione chiamata Europa (da La Stampa – 28.02.2014)

EDITORIALI

ROBERTO TOSCANO

Nubi nerissime si addensano sulla parte orientale del continente europeo. La Russia preannuncia una vasta e oggettivamente intimidatoria esercitazione militare ai confini dell’Ucraina e concede al ricercato Yanukovich un’ospitalità che è un implicito appoggio alla sua pretesa di essere ancora l’unico Presidente legale.  

Nella capitale ucraina, intanto, l’euforia per la cacciata di un Presidente corrotto e autoritario deve fare i conti con una serie di interrogativi. Come passare dal potere della piazza ad un normale funzionamento delle istituzioni? In che misura è fattibile un’ipotesi di normalizzazione basata su personalità politiche – soprattutto Yulia Timoshenko, appena uscita dalla prigione – certamente anti-Yanukovich, ma anche parte di un vecchio sistema ritenuto inaccettabile da chi si è battuto sulla piazza Maidan? Come controllare i radicali, fra cui gli inquietanti estremisti nazional-socialisti? Come scongiurare un collasso economico che si avvicina rapidamente? 

Ma il problema principale, quello che fa addirittura temere che le tensioni possano sfociare in un conflitto militare, ha a che vedere con la profonda divisione del Paese. Finora si era parlato soprattutto della spaccatura fra un Est russofono e un Ovest fortemente caratterizzato dalla cultura e dalla lingue ucraine, ma oggi la crisi trova il suo punto più delicato in Crimea. La Crimea, storicamente russa, passò all’Ucraina nel 1954 solo a seguito della decisione demagogica di Khrusciov. Oggi la maggioranza russofona – e russofila – della popolazione teme che gli eventi di Kiev, con il prevalere dei nazionalisti ucraini, abbiano rotto a loro sfavore il delicato equilibrio su cui si basava la convivenza. E in effetti una delle prime decisioni del nuovo vertice politico nella capitale è stata quella di togliere al russo il precedente status paritario di lingua ufficiale. A Simferopoli, capoluogo della Crimea, gli attivisti russi sono passati all’azione, occupando il Parlamento regionale e issando sull’edificio la bandiera russa in sostituzione di quella ucraina.  

Di fronte al vasto dispiego di unità militari russe ai confini, i vertici politici sia americani che europei fanno sfoggio di cautela e di nervi saldi, partendo evidentemente dal presupposto che Mosca pagherebbe un prezzo troppo alto se decidesse di trasformare l’esercitazione militare in un’invasione. Probabilmente la vera intenzione russa è solo quella di lanciare un pesante ammonimento ai governanti ucraini: no all’uso della forza contro i russi di Crimea e, soprattutto, che nessuno osi mettere in dubbio lo status della base navale russa di Simferopoli. Ma sarebbe forse bene ricordare che sono passati solo sei anni da quando la Russia usò la forza contro la Georgia, alla quale, come risultato di un breve ed impari scontro, vennero sottratte Abkhazia e Sud Ossezia, teoricamente indipendenti ma in realtà passate sotto il dominio russo. 

Il fatto è che Putin si gioca moltissimo in questa crisi ucraina, i cui sviluppi stanno mettendo in dubbio quella legittimazione nazionalista su cui a Mosca si punta fin dalla caduta del comunismo e la fine dell’Unione Sovietica. Con un’Ucraina ostile la Russia verrebbe ancora più clamorosamente spinta verso una marginalità geopolitica certo non compensabile con il disegno «eurasiatico», che fra l’altro senza l’Ucraina diventerebbe inevitabilmente più asiatico che europeo.  

Pochi giorni fa si poteva leggere, sul New York Times, l’esortazione di un accademico polacco ad Europa e Stati Uniti a mettere in atto, lasciando da parte eccessive prudenze, «uno sforzo congiunto per includere l’Ucraina nel campo occidentale». E’ proprio questo l’incubo principale di Vladimir Putin, tanto più se si pensa che questa inclusione potrebbe, in prospettiva, prendere forma non tanto in un improbabile ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea quanto piuttosto nella Nato. 

Gli ucraini, soprattutto i giovani, che hanno rovesciato Yanukovich sventolavano le bandiere dell’Europa, ma le loro aspettative non hanno alcuna base nella realtà, e sarebbe eticamente giusto per noi europei non essere prodighi più di illusioni che di effettivo sostegno. L’adesione all’Unione Europea non solo non è per domani, ma nemmeno per dopodomani, e per quanto riguarda la drammatica situazione economica del Paese, non si vede come l’Europa possa – in un momento di non superata crisi interna – far fronte all’urgente necessità di aiuti finanziari che sono stati quantificati in 35 miliardi di dollari su due anni. Paradossalmente non sembra esservi un futuro sostenibile, per l’Ucraina, che escluda un sostanziale rapporto con la Russia in campo finanziario, commerciale e soprattutto in tema di forniture energetiche. Quando si parla infatti della possibilità di un intervento del Fondo Monetario Internazionale in aiuto all’Ucraina non si può dimenticare che l’aiuto del Fmi verrebbe corredato di condizionalità che, si sa, includerebbero l’abrogazione del «prezzo politico» dell’energia, oggi inferiore a quello che l’Ucraina paga per il suo acquisto dalla Russia. Una prospettiva che i nuovi governanti di Kiev non potrebbero facilmente gestire, con un’opinione pubblica convinta che, con la cacciata del tiranno filorusso, non solo la libertà, ma anche il benessere, siano a portata di mano. 

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