“LA TURCHIA, LO STATO NELLO STATO E LA ROTTURA TRA ERDOGAN E GULEN” di Dario Cristiani

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[Carta di Laura Canali tratta da Limes 6/2013 “I figli del sultano“; per ingrandire, scarica il numero su iPad]

*http://temi.repubblica.it/limes/la-turchia-lo-stato-nello-stato-e-la-rottura-tra-erdogan-e-gulen/58408

Con la “minaccia kemalista” affievolita, il matrimonio di interessi fra l’Akp e il movimento Hizmet è in crisi. Dagli alcolici a Internet, il premier vuole giocarsi la carta dell’empatia culturale.

Lo scandalo di corruzione che ha scosso la Turchia a partire dal 17 dicembre 2013 ha chiuso l’anno più tribolato dell’era-Akp, il partito Giustizia e Sviluppo di Recep Tayyip Erdoğan, al governo da un decennio.

Vista da una prospettiva storica, la turbolenza appartiene al dna politico di un paese che, alla solidità delle sue fondamenta ideologiche, contrappone formidabili linee di faglia sociali, culturali e politiche. Ma se inserita nella cornice temporale dell’esperienza governativa del partito di Erdoğan, tale turbolenza assume una valenza assai diversa. 

Le proteste di Gezi Park avevano già fatto luce su una serie di contraddizioni che covavano da tempo sotto la superficie della politica turca. Non tanto l’emergere di una forza di sinistra (comunque minoritaria) pronta ad assumere un ruolo politico trainante; né l’avvio di un’ondata di contestazioni sistemiche che pure rappresentano una sfida per il premier.

Piuttosto, il riferimento è alla frattura, di portata e intensità crescenti, tra lo stesso Erdoğan e Hizmet, il movimento di Fetullah Gülen.

Erdoğan e Gülen, un matrimonio di interessi

Gülen e l’Akp provengono dalla stessa macro-area culturale ma differiscono per molti aspetti. Dato che il movimento gülenista fa della complessità la sua vera cifra intellettuale, ridurlo e analizzarlo attraverso categorie lineari, omogenee e univoche è, oltre che riduttivo, analiticamente sbagliato.

Le radici puramente islamiste sono sicuramente forti, benché eterogenee. In queste, il pensiero di Said Nursi rappresenta il fulcro essenziale attorno al quale si sono innestate le idee di Avlarli Efe e quelle derivanti dalle fonti classiche riguaranti la vita del profeta Maometto e dei suoi sahabah.

In questa cornice, trovavano posto le opere di diversi pensatori occidentali come Immanuel Kant e di autori turchi “islamo-nazionalisti”, come ad esempio Necip Fazıl Kısakürek, che hanno a loro volta inspirato Erdoğan e la produzione culturale da cui è emerso l’Akp.

Se l’islamismo gülenista non è certo liberale, è al tempo stesso plurale, politicamente e culturalmente sincretico.

Mira infatti a introdurre valori tipicamente illuministi, quali razionalità e progresso scientifico, all’interno del pensiero islamista, supportando la compatibilità tra razionalità, scienza e rivelazione, senza che ciò comporti un’accettazione acritica dei concetti “importati”.

Si tratta piuttosto di una riformulazione sincretica di idee marcatamente esogene con la cultura locale, per la quale è l’istruzione a esser lo strumento di cambiamento per la società.

In qualche modo, è una modernizzazione dell’islam (più che un’islamizzazione della modernità) che fa della sintesi gülenista una corrente di pensiero a sé stante rispetto alle altre espressioni, turche o regionali, emerse nel periodo d’oro della rinascita dell’islam politico post-1967.

L’affermazione del movimento gülenista, occorsa a seguito del periodo d’incubazione intellettuale di Izmir degli anni Settanta, è uno dei lasciti più pregnanti dell’era “liberalizzante” di Turgut Ozal.

Per la Turchia, gli anni Ottanta hanno rappresentato il momento di svolta nel rapporto tra islam e spazio pubblico: se nel decennio precedente erano stati i militari ad aver permesso – sia pur strumentalmente – una certa libertà d’azione ai gruppi islamisti (in particolare a livello giovanile) al fine di arginare istanze di sinistra, successivamente fu il “pilastro centrale” di Ozal a favorire l’affermarsi di gruppi politici e culturali sino a quel momento marginalizzati all’interno degli equilibri politici turchi.

Il matrimonio tra Akp e Gülen non è mai stato, né mai sarà, fondato sul sentimento reciproco: è piuttosto il frutto di interessi convergenti, rafforzatisi negli anni di governo dell’Akp, che stanno ora venendo meno.

Oltre all’approccio culturale “gramsciano”, un elemento che ha caratterizzato il movimento gülenista sin dagli albori è stato il tentativo di rafforzare la propria presenza nell’apparato statale turco: una finalità che trae origine dall’eredità geoculturale dei “buoni musulmani in uno Stato forte” in cui ebbe a formarsi lo stesso Gülen.

Storicamente, la regione di Erzurum, a ridosso del Caucaso e di quello che era il confine nord-orientale dell’Impero ottomano, è stata un’area di frizione fra russi, persiani e ottomani ove l’islam divenne – specialmente nei periodi di crisi, con invasioni e occupazioni straniere – un vero e proprio strumento di difesa identitaria e territoriale.

In questo senso, la sicurezza prima di tutto: il che significava istituzioni capaci di affrontare le minacce esterne. Ciò spiega la centralità dell’elemento statuale – da intendersi in senso ampio, sia esso imperiale o nazional-statuale – nella cultura locale cui la religione era parte integrante e non in contrapposizione.

Gülen ha cercato di rendere lo Stato turco meno ostile rispetto all’elemento islamista. Questo spiega perché, sin dagli anni Settanta, Hizmet abbia incoraggiato i suoi membri a diventare poliziotti, burocrati e magistrati. In particolar modo nel primo ambito, la rete gülenista rappresentava un salvagente di welfare informale per molti giovani turchi.

Questi, entrati nelle scuole di polizia per avere la certezza di uno stipendio pubblico, presto alienati dalle realtà in cui erano catapultati, trovavano nel movimento una vera e propria àncora di salvezza economica, sociale e psicologica. 

L’elemento del welfare locale e della solidarietà comunitaria ha rappresentato uno dei punti di forza del movimento anche in altri ambiti, permettendogli di inserirsi nei vuoti lasciati dallo Stato turco e supportando in particolare i gruppi economici marginalizzati dal dominio di quelli di Istanbul e Izmir, fra i più legati all’apparato statale.

Si tratta di un’interessante sovrapposizione tra il movimento gülenista e l’Akp, laddove i piccoli produttori e commercianti anatolici erano soliti commerciare tramite il network costituito dal primo (ricorrendo alla “fiducia relazionale” come moneta principale), salvo trovare nel secondo il terminale elettorale mediante cui dare rappresentanza al proprio protagonismo economico degli anni Ottanta.

Negli anni Novanta le relazioni tra Gülen e i gruppi che avrebbero poi costituito la spina dorsale dell’Akp non erano così salde come sarebbero divenute in seguito: il campo politico islamista era infatti dominato, nella sua dimensione nazionale, dal radicalismo di Erbakan. Questi, giunto al potere, si sarebbe rivelato meno estremista di quanto lasciato intendere in precedenza, pur restando figura di riferimento per l’intera galassia islamista turca.

Frattanto, Gülen era impegnato in campo sociale ed economico; fu in particolare la cultura “statalista” del suo movimento, nel 1997-98, a evitare che questi si esprimesse con una netta condanna verso il colpo di Stato che pose termine all’esperienza governativa del Refah (il partito di Erbakan).

Ciononostante, l’avvicinamento fra Gülen e i futuri membri dell’Akp ebbe origine in quest’occasione, non appena lo Stato si occupò di loro nell’ambito di un’azione più ampia – volta a intimidire le diverse espressioni dell’islam politico di Turchia – poi culminata nell’esilio in Pennsylvania dello stesso Gülen (esilio cui è costretto ancor oggi).

Una volta al governo, l’Akp sentì l’immediata necessità di penetrare nei settori più disparati dell’economia e delle istituzioni del paese al fine di difendere il proprio potere, percepito come minacciato da un nuovo colpo di Stato militare.

Ecco perché il network gülenista apparve come un potenziale alleato: non solo per via del suo islamismo, ma anche e soprattutto per il suo radicamento nella polizia, burocrazia, magistratura, istruzione, in campo economico e sociale. Quello “Stato nello Stato” che lo stesso Erdoğan vorrebbe oggi annientare in quanto minaccia vitale al proprio potere.

La legge su Internet

A esacerbare i già alti livelli di tensione politica e sociale in Turchia è la diatriba riguardante la legislazione Internet approvata dal parlamento.

Questa prevede la possibilità per l’autorità delle telecomunicazioni di bloccare siti e rimuovere contenuti senza l’autorizzazione preventiva di una corte giudiziaria; inoltre, i provider di servizi web saranno chiamati a mantenere i dati sui propri utenti per due anni. La legge ha provocato le aspre critiche di chi la reputa un attentato alla libertà d’informazione.

La Turchia non è nuova a situazioni del genere: negli ultimi anni si era contraddistinta per aver apposto limiti alla libertà in Rete, ad esempio bloccando Youtube. Erdoğan e il suo partito hanno invece definito la legge come un mezzo per proteggere la privacy online dei cittadini e le loro attività, nonché un modo per limitare lo “Stato nello Stato”.

Nonostante le numerose richieste in senso contrario, il presidente Gül ha controfirmato la legge la sera del 19 febbraio: in meno di una nottata, quasi 40 mila follower hanno smesso di seguire il profilo Twitter del presidente in segno di protesta contro la sua decisione.

Ci sono vari dati politici da analizzare a riguardo. La legge sulla regolamentazione di Internet non è altro che la riprova di un’attitudine ampiamente diffusa sia nella cultura politica sia nei codici culturali della Turchia.

La sollevazione online contro la legge rimane infatti appannaggio di un’élite che un Pareto o un Mosca avrebbero probabilmente definito “minoranza attiva” (ma non organizzata).

Certe scelte, osservate da altre angolature, assumono connotazioni diverse: in qualche modo, dietro alla legge sulla regolamentazione della vendita degli alcolici (uno dei motivi di protesta al tempo dei fatti di Gezi) si celavano le stesse motivazioni, figlie di un certo “paternalismo sociale” che ricalca i modelli comportamentali e culturali dell’Anatolia profonda, ove il buon padre di famiglia decide cosa è bene, e cosa è non, per i figli.

Questa realtà rappresenta una carta di “empatia culturale” che Erdoğan sta giocando con sempre maggiore forza nel corso degli ultimi anni per cercare di rafforzare la propria presa elettorale e il proprio ruolo di leader.

Al tempo stesso, la Turchia è un paese incentrato sul concetto di “Stato forte”. C’è l’idea diffusa e condivisa – anche se con gradienti di intensità diversi, da laici repubblicani e kemalisti, islamisti dell’Akp e gülenisti – che sia lo Stato a dover dire alla società cosa fare e non viceversa.

Questa impostazione porta chiunque sia al potere a proporre politiche di tipo paternalistico, soprattutto quando si ha la percezione che determinati valori culturali e morali siano in pericolo: è il caso della laicità delle istituzioni per i repubblicani o della promozione di una certa moralità pubblica e privata per alcuni settori dell’Akp.

Politicamente, la decisione di Gül è motivata: rimandare indietro la legge avrebbe significato aprire una resa dei conti all’interno dell’Akp, potenzialmente letale. Il partito è infatti diviso. I fatti di Gezi Park avevano già aperto delle brecce all’interno della leadership dell’Akp, con Gül e Arinc fra i più critici per il modo in cui Erdoğan aveva gestito le manifestazioni.

Saranno in particolare i prossimi appuntamenti elettorali – le amministrative a marzo e l’elezione diretta del presidente della Repubblica ad agosto – i momenti decisivi per gli equilibri interni dell’Akp e indirettamente per il futuro della politica turca.

Una certificazione elettorale delle difficoltà di Erdoğan potrebbe dare il là a scenari insospettabili, benché pensare che il primo ministro sia giunto alla tappa conclusiva della sua esperienza di leader è più un atto di fede che un elemento di realtà.

Difficoltà kemaliste, divisioni islamiste

Ben oltre i fatti di Gezi, sono stati gli ultimi eventi a minare la stabilità della Turchia: siano essi politici o economici, come è emerso a seguito del crollo della lira turca e del disperato aumento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale.

Questi hanno portato a galla una serie di divisioni intra-islamiste che, in parte, sono strutturali e connaturate alle caratteristiche peculiari dei due gruppi che negli ultimi 10 anni hanno unito pragmaticamente i propri interessi.

L’emergere di tali divisioni può essere legato al rilassamento psicologico rispetto alla “minaccia” rappresentata dai bastioni kemalisti – corte costituzionale ed esercito – la cui influenza, nell’era-Akp, è andata riducendosi sensibilmente: l’indebolimento dell’avversario comune ha così esacerbato sensibilità e interessi differenti, fino alla loro implosione.

La battaglia di Erdoğan si combatte su due fronti. All’esterno del partito, contro quello che egli ha definito – con qualche ragione, ma anche con un po’ di quel tipico complottismo che tanto ricorre nella retorica politica turca – uno “Stato nello Stato”; ma se l’influenza gülenista nella polizia, come nella magistratura, esiste, questo non significa che il movimento controlli entrambe.

E all’interno del partito, forse la battaglia più pericolosa: poiché dopo 10 anni di dominio incontrastato, le prime crepe possono ingolosire qualcuno al punto da provarsi a giocare le proprie carte e indebolire il capo.

Potrebbe essere l’inizio di una fase nuova per entrambi i gruppi: per l’Akp, che da partito eterogeneo in termini di gruppi e sensibilità interne, eppure guidato da una figura carismatica capace di tenerlo a sè fermamente legato, potrebbe divenire meno monolitico. E per lo stesso movimento di Gülen, al punto da decretarne la discesa in politica.

Eppure, il peso elettorale di Gülen non è chiarissimo e molti dei suoi seguaci – nel segreto dell’urna – potrebbero preferirgli ancora una volta il richiamo di Erdoğan e del suo “populismo anatolico”.

Nel passato il movimento non ha avuto difficoltà a sostenere gruppi diversi da quelli islamisti, a patto che rispettassero il messaggio di cui esso stesso era depositario: non sarà allora impossibile immaginare una convergenza tra gülenisti, laici e repubblicani, quantomeno a livello locale.

Mentre in ambito nazionale, in ragione della rigidità del dibattito e della polarizzazione partitica tra repubblicani kemalisti e islamisti, ciò sarà più difficile da realizzare.

Le strade della politica turca sono spesso e volentieri infinite. Ma il passato – si consideri l’evoluzione delle posizioni europeiste dell’attuale presidente Gül nel corso degli ultimi 30 anni – ha già dimostrato che in Turchia non è possibile escludere a priori sviluppi apparentemente inaspettati: il che è uno degli elementi che rende questo paese tanto interessante.

Per approfondire: I figli del sultano

25.02.2014